Nel momento in cui un cittadino italiano si imbatte in un carabiniere deve avere la certezza di aver incrociato un uomo che ha fatto del suo lavoro una ragione di vita. Non solo, ma devono avere per ogni carabiniere, la stessa apprensione che ha per lui la sua famiglia. Non sono superuomini, i nostri carabinieri, sono persone, con i loro ideali, i loro sogni, i loro pregi, i loro problemi, e – perché no? - le loro fragilità. Fragilità che hanno portato, non poche volte, qualcuno a compiere un gesto estremo. Un momento dolorosissimo che non può non scuotere nel profondo i nostri animi.

Il Comandante dell’Arma, generale Salvatore Luongo, a riguardo, ha scritto ai più di centomila carabinieri italiani, una lettera accorata, profonda, dalla quale traspare tutta la stima, l’affetto, la preoccupazione verso i suoi uomini. Una vera “lettera pastorale”, alla stregua di quelle che scrivono i nostri vescovi a noi preti per incoraggiarci, riprenderci, indicarci il cammino da seguire. Dopo aver esaminato quel che accade in Italia, il Comandante, come un vero pastore del proprio gregge, si sofferma a dare qualche consiglio. In quel momento i gradi si fanno da parte, lasciando spazio all’animo sincero di chi li indossa. “Ricordate che chiedere aiuto non è segno di debolezza ma di maturità e consapevolezza del proprio ruolo”, scrive. Vero. Se divino è il dare, divino è anche il ricevere. Chiedere aiuto, nel momento del bisogno, è un atto di umiltà e di fiducia. Sono debole, mi affido a te, prenditi cura di me. “Nessuna iniziativa istituzionale, può sostituire la vicinanza umana che nasce dall’amicizia tra colleghi e dall’attenzione e sensibilità dei comandanti” continua il generale. Il fondamentale supporto degli specialisti verrà dopo. Bisogna a tutti i costi arrivare prima.

E prima dei medici, dei farmaci, dei provvedimenti adeguati, possono arrivare solo i colleghi che con lui condividono le ansie, la scrivania, l’ufficio, la giornata. Sono loro ad accorgersi degli sbalzi d’ umore, degli improvvisi silenzi, degli scatti d’ira e di altre piccole anomalie che rischiano di passare inosservate a uno sguardo frettoloso. Chi attraversa un momento di disagio, soprattutto psicologico, ha bisogno di trovare sul proprio cammino una spalla su cui appoggiare quel peso insopportabile che rischia di schiacciarlo.

Ha bisogno di sapere che al collega sta a cuore la sua salute, la sua famiglia, la sua vita. Fidati, fratello. Essere più sereni è possibile. Basta trasformare la casa, la caserma, la parrocchia, l’ufficio, la fabbrica, la redazione, in un luogo più fraterno e solidale. Il tempo, allora, vola. Il lavoro, per quanto impegnativo, si fa leggero. S’impara a gioire con chi gioisce, a soffrire con chi soffre. Prima delle leggi, delle regole, dei doveri, vengono le persone. Prima dei gradi e del ruolo, viene l’uomo o la donna che, come noi, indossa l’uniforme che ci rende famiglia. Se gli uomini riuscissero a trasformare l’invidia, la gelosia, il rancore, in solidarietà, condivisione, stima, affetto, avremmo risolto la maggior parte dei problemi che affliggono il globo.

Sono stato molto colpito dalla lettera che Salvatore Luongo ha scritto ai cari carabinieri. Ho voluto incontrare, prima di accingermi a scrivere, alcuni amici della nostra Compagnia e chiedere loro come è stata accolta. Sono rimasti, com’era prevedibile, commossi e rinfrancati. È bello poter contare sulla comprensione dei propri colleghi e dei propri superiori. Senza nulla togliere alla severità della disciplina, delle competenze; senza cadere nel negativo concetto della casta, dobbiamo impegnarci per dare un volto sempre più umano alle nostre istituzioni. Al comandante Luongo vogliamo dire che non una volta sola abbiamo condiviso con i suoi uomini gioie e amarezze, delusioni e successi. Grazie, generale. Auspico che il suo accorato appello sarà accolto da tante altre personalità e istituzioni. Saperci mettere in ascolto dell’amico, del collega, del confratello, soprattutto quando attraversa un momento di fragilità, può davvero salvargli la vita.