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C’erano le sirene delle ambulanze che tagliavano il silenzio come lame. C’erano le città immobili, svuotate, irreali. C’erano le bare di Bergamo, allineate come una fila infinita di domande senza risposta. E c’eravamo noi, affacciati ai balconi, a cantare l’inno, a battere le mani, a scrivere sui cartelloni dei bambini quella frase che oggi quasi ci imbarazza: «Andrà tutto bene».
È passato abbastanza tempo perché la memoria si sia fatta opaca, ma non abbastanza perché le cicatrici non brucino più. Il 16 marzo, al Teatro Filodrammatici di Milano, Paolo Colombo, ordinario di Storia delle istituzioni politiche all’Università Cattolica, porta in scena uno spettacolo che è un atto di accusa e insieme un atto d’amore: «Andrà tutto bene». Storie di resilienza ai tempi della Pandemia. Non è un’operazione consolatoria. È una sfida alla nostra amnesia.


Colombo non parla da osservatore neutrale. «Io parto da una ferita», dice. «Ho perso il mio miglior amico per il Covid. Questa cosa non si dimentica». Non c’è retorica in queste parole. C’è il dolore crudo di chi sa che certe assenze non si colmano.
Eppure, proprio da quella ferita nasce la sua scommessa: raccontare le storie che non sono finite nei titoli, le storie che non fanno share, le storie che non alimentano la pornografia del dolore.
«Il rischio», spiega, «è che i grandi dolori cancellino anche ciò che di buono abbiamo saputo fare». La storia lo insegna: le tragedie diventano simboli, ma la quotidiana grandezza si perde tra le pieghe del tempo. Durante il lockdown, insieme ad Alice Allasia, allora sua studentessa e oggi dottoranda, Colombo comincia a raccogliere episodi, testimonianze, frammenti. Li chiamano «storie positive». Un aggettivo paradossale, in un’epoca in cui “positivo” significava contagio. Ma loro cercano un altro positivo: quello della responsabilità.
Gli italiani che non ci raccontiamo
C’è un episodio che per Colombo è una rivelazione. È in coda al supermercato. Gli italiani aspettano il proprio turno con una disciplina quasi nipponica. Fanno passare gli anziani. Aiutano una donna incinta. Offrono di portare le borse a chi fatica. «Ma non eravamo quelli che non sanno fare le code?», si chiede. Non eravamo i furbi, i saltatori di fila, i maestri dell’arrangiarsi? Sì, anche. Ma non solo.
«Noi siamo ciò che ci raccontiamo», insiste. Se continuiamo a descriverci come inaffidabili, finiremo per esserlo. Se invece riconosciamo che, in certi momenti, siamo stati capaci di dignità, forse potremo esserlo ancora. È una questione di narrazione pubblica, ma anche di pedagogia civile. I bambini diventano ciò che si sentono dire di essere. Le nazioni pure.


L’infermiere e la differenza tra dovere e responsabilità
Tra le storie raccolte ce n’è una che attraversa lo spettacolo come un filo rosso. Un infermiere, un ex bambino adottato dallo Sri Lanka, riceve le lettere e i disegni dei nipoti di un anziano ricoverato. L’uomo non può essere visitato. Morirà di Covid.
L’infermiere continua a leggere quelle lettere al letto del paziente, giorno dopo giorno, accompagnandolo fino alla fine. Quando gli chiedono perché, risponde: «Ho fatto solo il mio dovere». No. Ha fatto di più.
E qui Colombo apre una riflessione decisiva: la resilienza non è sopravvivere. Non è «tirare a campare». Non è salvare solo il proprio clan, quel «familismo amorale» di cui parlano i sociologi italiani. La resilienza vera è quando fai qualcosa che nessuno ti impone, ma che senti giusto per la comunità. È il gesto gratuito che tiene in piedi il mondo.
«E lei cosa avrebbe fatto al mio posto?»
Colombo collega questa storia a quella di Giorgio Perlasca, che nel 1944 salvò centinaia di ebrei fingendosi diplomatico spagnolo. Quando gli chiesero perché, rispose: «E lei cosa avrebbe fatto al mio posto?». È la domanda che lo spettacolo rilancia al pubblico. Non per creare eroi, ma per misurare la nostra coscienza.
Durante la pandemia, abbiamo visto infermieri, medici, cassieri, autisti trasformarsi in simboli. «Mi sentivo orgoglioso di andare al lavoro», racconta a Colombo un cassiere. «Poi è finito il Covid e mi hanno ricominciato a trattare come prima. Ci siamo dimenticati tutto».
È questa l’amnesia che fa più male: quella che cancella la gratitudine. C’è stato un momento in cui abbiamo percepito di essere una comunità. Cantavamo insieme. Dicevamo «ne usciremo tutti insieme». Persino lo sport sembrava parlare la stessa lingua.
Quando l’Italia vinse gli Europei nel 2021, i giocatori raccontarono di cantare l’inno pensando a chi era chiuso in casa, a chi aveva paura. Non era solo calcio. Era un modo di dire: siamo ancora una squadra.
Colombo cita uno studio secondo cui le nazionali che cantano l’inno compatte hanno più probabilità di vincere. Sarà statistica, sarà suggestione. Ma l’immagine resta: la forza del «noi».
E poi? Poi siamo tornati a essere individui isolati. I voli intercontinentali, le città affollate, le stesse abitudini. Venezia di nuovo sommersa dal turismo. Le balene sparite dal porto di Savona. «Avevamo capito qualcosa», dice Colombo. «Per un attimo l’avevamo capito».


I giovani, la ferita invisibile
C’è un punto che lo colpisce più di altri: la reazione dei suoi coetanei e dei suoi studenti. I primi, spesso, non vogliono più sentir parlare di pandemia. Reazione quasi fisica. Rifiuto.
E i ragazzi?
«Noi adulti avevamo gli strumenti per capire. Loro no». Avevano otto, dieci, quindici anni. Sono diventati «la generazione del Covid», come se fosse una colpa. Si sono diplomati, laureati, «grazie al Covid», si dice con superficialità. E invece, suggerisce Colombo, dovremmo dire: nonostante il Covid.
Come chi si laureava durante la guerra. Nessuno li chiamava sfortunati. Li si chiamava forti. Se noi siamo ancora fragili, cosa portano dentro loro? Quali fratture non abbiamo saputo vedere? È una questione che sfiora la psicologia collettiva, la responsabilità educativa, la trasmissione del senso.
E allora, perché il teatro e non un saggio?
Perché la scena obbliga all’ascolto. Perché lo sguardo degli spettatori non può distrarsi come su una pagina. Perché la storia, quando è raccontata dal vivo, diventa specchio. Colombo chiama il suo metodo «History Telling»: la storia che si fa narrazione incarnata. Non per semplificare, ma per restituire complessità.
In filigrana si intravede l’eco di Alessandro Manzoni e della peste nei Promessi sposi: il contagio come rivelatore, la comunità come antidoto alla dissoluzione morale.


«Andrà tutto bene»: promessa o compito?
«Promessa, illusione o preghiera?». Colombo risponde: forse era un impegno. Un patto implicito. Non una garanzia magica, ma una responsabilità condivisa. Come lo studente che promette di studiare se non verrà interrogato. Non possiamo continuare a «pregare» che la realtà ci risparmi senza cambiare nulla. La storia, dice, non esiste se non la facciamo noi.
È qui che lo spettacolo diventa scomodo. Perché non accarezza. Interroga. Siamo stati all’altezza di ciò che avevamo capito? O abbiamo archiviato tutto come una parentesi fastidiosa?
La scelta di cosa raccontare
La memoria non è neutra. È una scelta. Racconteremo ai nostri nipoti le grigliate clandestine e le fughe in treno? O racconteremo le file ordinate, le telefonate agli anziani soli, le mani che si tendevano senza farsi vedere? Non si tratta di negare il dolore. Si tratta di decidere chi vogliamo essere.
«Noi siamo ciò che ci raccontiamo», ripete Colombo. È una frase semplice, quasi banale. Ma dentro c’è una verità feroce.
“Andrà tutto bene” non è più uno slogan da balcone. È una domanda aperta.
E la risposta, oggi come allora, non sta nel destino. Sta in noi.
Per informazioni sullo spettacolo e i biglietti è possibile consultare il sito del Teatro Filodrammatici di Milano.





