Giovedì scorso, 18 febbraio, è stato convocato a Napoli, per un’ultima valutazione, un team di esperti da tutta Italia chiamati a decidere della possibilità o meno di un retrapianto di cuore sul piccolo Domenico che a dicembre aveva già ricevuto un cuore, purtroppo danneggiato. Alla luce dell’ultima decisione di non intervenire perché la situazione era troppo compromessa il cuore è stato destinato a un altro bambino, primo nella lista d’attesa nazionale d’urgenza, che lo ha ricevuto quest’oggi alla Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

Un’operazione riuscita, dopo la tragedia di Domenico attorno a cui si stringe tutta l’Italia, un racconto a lieto fine come ce ne sono tanti di bambini malati a cui il trapianto (di cuore, ma anche di rene, fegato e, in misura minore, di polmone) ha ridato la salute e un futuro. E potrebbero essere di più le persone che continuano a vivere, se la cultura della donazione di organi fosse più diffusa. Mentre si sta registrando un calo delle adesioni a diventare donatori. Ne abbiamo parlato con Flavia Petrin, da dieci anni presidente di Aido (Associazione italiana donatori di organi).

«Vorrei partire da qualche dato per inquadrare meglio il fenomeno», spiega la presidente di Aido. «Dal 2002 al 2024 sono stati 79.694 gli italiani che hanno subito un trapianto, grazie a 28.364 donatori. Sono tre i modi in cui, se maggiorenni, si può dare il proprio assenso alla donazione degli organi: al rinnovo della carta d’identità, presso l’AIDO (anche tramite app e sito) e alla ASL. Nel 2025 il 40,8% della popolazione non si è espresso; del restante 59,2%, il 60% ha detto sì. Poiché sono meno gli organi trapiantabili dei pazienti in attesa di un trapianto, le lunghe liste di attesa fanno sì che ancora troppi pazienti non ce la facciano».

Sicuramente un caso particolare è quello dei trapianti nella popolazione pediatrica, perché sono entrambi i genitori a dover dare il consenso all’espianto degli organi. E se la perdita di un familiare è sempre un grande dolore, diventa uno strazio quando si perde un figlio. Spesso però, nella possibilità di garantire ad altri bambini un destino diverso da quello toccato in sorte al proprio figlio, trovano una luce in un buio così innaturale.

«Io ritengo perone fantastiche i genitori che acconsentono all’espianto degli organi dei loro bambini. Talvolta c’è una certa ritrosia da parte delle mamme nella donazione degli occhi. Ma quando viene loro spiegato che si tratta solo della parte trasparente, cioè la cornea, allora anche quella resistenza cade» I bambini possono ricevere un organo anche da un adulto: dipende dalla struttura delle persone. Una giovane donna minuta può avere un cuore compatibile con un preadolescente robusto, per esempio. E per quanto riguarda il trapianto di fegato nei bambini, si può procedere anche con una donazione da vivente: «Il fegato è un organo in grado di rigenerarsi» spiega Flavia Petrin, «quindi un bambino può ricevere il lobo sinistro, il più piccolo, di uno dei genitori, che poi cresce con lui». E se può accadere che dopo qualche anno dal primo intervento si renda necessario un nuovo trapianto, non sono infrequenti i casi di organi impianti che resistono anche 40 anni. Così come si può essere donatori anche in età avanzata, almeno per quanto riguarda rene e fegato. Fino al record mondiale di una donna italiana morta a 100 anni 10 mesi e 2 giorni, il cui fegato, in perfette condizioni, nel novembre 2022, è stato trapiantato in una paziente presso l'ospedale di Pisa.

«Per cui il mio invito», conclude la presidente di Aido, «è quello di informarsi bene prima di decidere, ma di pensare a quanto possa essere prezioso il dono che possiamo fare dando il nostro consenso alla donazione, in qualsiasi momento e a qualsiasi età».