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Milano Cortina 2026 Alysa Liu sul podio olimpico davanti a due giapponesi l'argento Kaori Sakamoto ed Ami Nakai bronzo.
A sostenere con grande entusiasmo la compagna di squadra, nel nutrito gruppo di rumorosi tifosi statunitensi all’Ice skating Arena di Milano, c’era anche Ilia Malinin e le telecamere non hanno mancato l’inquadratura.
Alysa Liu dal canto suo non ha mancato l’appuntamento e in qualche modo lo ha vendicato, dominando la prova finale che ha assegnato la medaglia d’oro nel pattinaggio di figura femminile, la gara gemella di quella di Malinin.
Statunitense come lui, figlia di un immigrato come lui, (cinese in questo caso, il padre di Liu era uno degli studenti dissidenti costretti alla fuga per evitare ritorsioni dopo la protesta di piazza Tienanmen a Pechino, nel 1989), per molti versi Alysa è l’antitesi di Ilia. Lui patinato, angelico, etereo, lei eccentrica, potente, del tutto anticonvenzionale.
I piercing, i denti decorati, i capelli “tigrati” a righe bionde e brune orizzontali, come l’ape maia, una striscia bionda per ogni anno dal rientro, è lontanissima anche dall’eleganza apparentemente senza peso della giapponese Kaori Sakamoto arrivata a un argento per cui non ha nascosto la delusione. Potente ed esplosiva, fluida, veloce e precisa sulle lame, capace di trottole vorticose, assistita dall’allenatore Phillip DiGuglielmo e dal coreografo Massimo Scali ex pattinatore italiano, Liu pattina di verve, salta con grande sicurezza e trascina il pubblico con una personalità non comune.


Le è servita nella vita per un percorso, certo complesso, che la porta a soli vent’anni a un’autoconsapevolezza che la fa sembrare molto più grande.
Il padre ha fatto fortuna negli Stati uniti studiando e lavorando sodo fino a mettere in piedi un importante studio legale, ha investito tra il mezzo milione e il milione di dollari per sua stessa ammissione sulla carriera di Alysa, scegliendo e licenziando allenatori, arrivando a fare di lei a 13 anni la campionessa assoluta degli Stati Uniti nel singolo di pattinaggio artistico, talmente piccola da aver bisogno dell’aiuto delle avversarie per scalare il gradino più alto del podio.
Fino a 16 anni Alysa è una pattinatrice che brucia le tappe, ma non ha niente di troppo diverso dalle altre. Nel 2022, però, fa una cosa fuori dagli schemi in quel mondo, pieno di carriere avviate presto dai genitori in uno sport dove contano l’elasticità e la giovane età d’esordio aiutano (quante volte tra Cina e Russia si sono viste babystar stagioni lanciate prestissimo vertice dominare per una stagione e sparire), rovescia il tavolo: senza accordarsi con il padre, a 16 anni annuncia via Istagram il ritiro. Si dichiara soddisfatta della sua carriera e dei suoi risultati, ma dice di volersi riprendere la sua adolescenza, non vuole più essere prigioniera del ghiaccio, vuole stare con i suoi amici, viaggiare, non sentirsi dire ogni minuto non puoi mangiare quello non puoi mangiare questo.
Chiude bottega e si libera. Fa quello che ha promesso: viaggia, vive la vita di una ragazza americana, ma non rompe con il padre, che spiazzato ne soffre ma non può che prendere atto.
Poi senza dire niente al padre torna sul ghiaccio, perché il pattinaggio le manca, cade e si rialza più volte ma capisce di voler tornare alle gare. Stavolta però è lei a porre le condizioni: gestirà da sola la propria carriera, chiederà al padre di restare fuori dalle decisioni. Non vuole più un pigmalione anche se forse non sa cos’è vuole essere l’artefice del suo destino di pattinatrice: vuole esprimere sé stessa, la propria creatività sul ghiaccio, presentarsi com’è, diversa da tutte, fuori dagli schemi, scegliendo la musica «pattino le canzoni che mi piacciono», diceva dopo la gara; sui costumi: Non vedo l’ora di fare il Gala olimpico per esprimere tutta la mia creatività». Non fa nulla per compiacere con la tradizione i panel di giudici. Ma pattina sicura, reale, autentica, e salta senza sbagliare, il pubblico batte le mani ai suoi ritmi disco: al rientro è campionessa del mondo a Boston nel 2024 e dal 19 febbraio 2026 campionessa olimpica, sulle note di un madley di Donna Summer.


«Non avevo molto persone cui guardare o meglio forse c’erano, ma io non le vedevo. Avevo solo me stessa», ha raccontato nella pancia dell’Ice skating dopo la gara, nella quale ha espresso la felicità di pattinare, «ho avuto bisogno di stare un po’ da sola, di concentrarmi di più su me stessa, di riflettere. E poi mi sono chiesta che cosa posso fare di me stessa, fuori dal pattinaggio? In quattro anni sono accadute molte cose, soprattutto la mia presa di coscienza: ho capito che il mio mondo era quello del pattinaggio». Ma a modo suo, se fosse My way la prossima musica il mondo non se ne stupirebbe.







