PHOTO
«Ho dei collaboratori mongoloidi!» sbotta un cliente. «Ma che bello, avete assunto in azienda persone con Trisomia 21? Dirò a mia figlia Anna di inviarvi il curriculum vitae quando sarà più grande» rispondo con il sorriso amaro di chi ha usato parole che non costruiscono. Ci siamo borbottati reciproche scuse, ma dentro ad ognuno di noi continuava a perpetuarsi la dinamica che divide le persone: da una parte chi dice “non si può più dire niente”, dall’altra chi risponde “le parole sono importanti”. La verità è che ci sono parole che fanno male e cambiano il nostro modo di pensare. Le diciamo o le abbiamo dette tutti...per ridere, per scherzare, a volte per offendere. Sembrano niente, ma piano piano costruiscono un mondo dove qualcuno vale un po’ di meno.
Magica Gilly e il segreto di Houdini: l'illusionismo che vola oltre ogni limiteÈ proprio da qui che parte “Just Evolve”, la campagna internazionale di CoorDown per la Giornata mondiale sulla sindrome di Down del 21 marzo che, con la consueta efficacia e intelligenza, ci fa pensare. È una questione di evoluzione. Il messaggio affidato allo strepitoso attore Noah Matofsky suggerisce che non conta solo cosa intendi dire, ma conta cosa arriva dall’altra parte.


Lo trovo fantastico perché l’unico modo per capirlo, per aggiustare le nostre parole, è ascoltare gli altri. Un’altra potente reciprocità.
Le nostre parole costruiscono mondi, disegnano confini, decidono chi è dentro e chi resta fuori. Succede ovunque. Tra amici. A scuola. Al lavoro. In uno spogliatoio. Sui social. Succede quando usiamo parole nate per descrivere una condizione e le trasformiamo in un insulto. “Ritardato”. “Mongolo”.
Non si tratta di censura, non si tratta di togliere parole, ma semplicemente di evolvere. Non si tratta di dire meno, ma di dire meglio e la buona notizia è che possiamo scegliere, in tutte le occasioni, ogni singola parola.




