Negli scorsi giorni è apparsa una lettera scritta da Giuseppe lavenia, un papà psicoterapeuta, all’indirizzo di Giorgia Meloni. Il tema è legato all’utilizzo dei social network da parte dei giovanissimi, una problematica che tiene banco da tempo e che alcuni Paesi del mondo hanno deciso di risolvere vietando l’accesso agli under 16. Lavenia si dice espressamente favorevole al negare l’utilizzo dei social ai ragazzi, ma ritiene che questo non basti se non viene affiancato da un corso scolastico che permetta di capire veramente le dinamiche che si creano una volta aperto un profilo su Instagram o TikTok. Ivano Zoppi, Segretario generale di Fondazione Carolina ha commentato così la lettera dello psicoterapeuta:

«La lettera che Giuseppe Lavenia ha indirizzato alla Presidente del Consiglio raccoglie e rilancia un lavoro che in Italia molti, da anni, stanno portando avanti sul rapporto tra minori e digitale. All’auspicio per disciplinare l’accesso ai social dei preadolescenti deve però accompagnarsi un percorso educativo serio e continuo.

Una legge che si limiti a tracciare un confine, senza costruire competenze, infatti, rischia di essere aggirata il giorno dopo. Vale per le automobili, vale per i farmaci, vale per ogni strumento potente consegnato a una vita in formazione. Educare al digitale non è un’aggiunta curricolare, ma un gesto di giustizia verso una generazione di cittadini digitali a cui abbiamo consegnato strumenti iperbolici senza impostare una rotta, un limite, un riferimento la loro navigazione».

Una delle questioni principali sollevate dallo psicoterapeuta è legata ai genitori che, nella sua opinione, non possono essere marginali nell’introduzione del figlio ai social network. Per il papà istituire un patentino digitale, che si può ottenere completando il corso, è assolutamente necessario. Anche per Ivano Zoppi e Fondazione Carolina, il ruolo svolto dai genitori è fondamentale per dare al minore gli strumenti necessari per non farsi soggiogare dalle dinamiche dell’algoritmo.

Società e valori

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«Lavenia parla di “orfani digitali” e coglie nel segno. Una mancanza che, però, è anche e soprattutto relazionale. È qui che si inserisce la riflessione che, come Fondazione Carolina, portiamo avanti da sempre, in continuità con il lavoro educativo delle nostre comunità: un conto è il “collegamento” tra utenti, altro è la “connessione” tra individui. Il collegamento è tecnico, sempre disponibile, asettico. La connessione è umana, complessa, reciproca. Un adolescente può avere mille collegamenti e zero connessioni. Da qui nasce l’isolamento travestito da socialità, un fenomeno che incontriamo ogni giorno negli sportelli di Fondazione Carolina e al Centro Re.TE. Ben venga dunque il divieto, ben venga il patentino. Ma accanto serve una politica che investa sulla presenza adulta, sulla formazione dei genitori, su un nuovo concetto di oratori e spazi educativi presidiati, su scuole che si diano il tempo per ascoltare, al di là dei programmi di studio. La legge proverà a metterà un argine, e sarà un bene. Nessuna norma, però, potrà sostituire lo sguardo di un padre che posa il telefono a cena, la pazienza di una madre che attende la risposta di un figlio senza rispettarne il silenzio, la fatica di un educatore che resta quando sarebbe più comodo andarsene. La vera alfabetizzazione digitale comincia da lì: non dove impariamo solo ad usare un device, ma quando riscopriamo il valore della persona che c’è dietro lo schermo. Perché un volto, un sorriso, un’emozione autentica non si può “scrollare” come un qualsiasi contenuto virale. Resta nella memoria più preziosa, quella del cuore».

La speranza di chi conosce i pericoli legati all’identità digitale è che finalmente qualcosa cambi, che non si debbano più sentire storie di cyberbullismo, di ragazzini che cadono in depressione a causa dei social o di persone che sviluppano una forte dipendenza da un sistema tanto accattivante quanto meschino. Ma al contrario queste storie vengano sostituite da esempi positivi di ragazzi che padroneggiano lo strumento e che gli fanno fare quello che dovrebbe: connettere le persone, senza influenzarne la vita.