«Mathias era un ragazzo come tanti, ma con una testa e una profondità che spesso ci sorprendevano. Poteva essere buffo e fare lo stupido, ma subito dopo sorprendere per la profondità e la maturità dei suoi pensieri». Alberto Tonti, a nome anche della moglie Tamara, traccia così, con immutato e smisurato affetto, l’identikit del figlio, morto a 12 anni in seguito a un incidente sugli sci sulle piste di San Martino di Castrozza lo scorso 7 aprile. Alberto, Tamara e l’altra figlia Matilda decisero di donare gli organi di Mathias, salvando la vita a 5 ragazzi.

Alberto Tonti e la moglie Tamara, genitori del piccolo Mathias

«Era molto curioso, un grande osservatore e un ottimo ascoltatore. Non era uno che cercava di mettersi al centro, ma quando iniziava a parlare di qualcosa che lo appassionava diventava quasi impossibile fermarlo. Amava la storia, la scienza, lo sport, la musica, Star Wars, i film di Wes Anderson e quelli di Miyazaki. Voleva conoscere e capire tutto ciò che incontrava, non correva in kart, ma amava il mio mondo, conosceva i piloti e i team con cui avevo lavorato e, qualche volta, ne sapeva persino più di me.

Era riservato, ma anche molto affettuoso: amava gli abbracci e le coccole, soprattutto quando era lui a decidere di darle. Riusciva a stare bene sia con i suoi coetanei sia con persone più grandi, perché aveva una sensibilità e una capacità di dialogo non comuni per la sua età. Ma la cosa che più lo rappresentava era la generosità. Aiutare gli altri gli veniva naturale, senza bisogno di essere visto o ringraziato. Ascoltava gli amici, li sosteneva e spesso usava anche l’ironia per farli stare meglio. Una volta era persino disposto ad assumersi la responsabilità di qualcosa che non aveva fatto, pur di evitare che venissero puniti tutti i suoi compagni. Mathias era ancora un bambino, ma dentro aveva già un’anima grande. Era tante cose insieme, ed è proprio questo che lo rendeva semplicemente Mat».

Come è arrivata questa decisione, in un momento così difficile? Ne avevate mai parlato in famiglia, prima?

«Non ne avevamo mai parlato in modo diretto con Mathias. La donazione, però, non era un tema completamente estraneo alla nostra famiglia: nel 2009, quando è morto il papà di Tamara, avevamo già affrontato questa scelta, e noi adulti avevamo espresso la volontà di essere donatori. In ospedale, fin dai primi momenti, quando abbiamo compreso quanto fosse grave la situazione, abbiamo iniziato a pensare che, se il quadro fosse precipitato, avremmo voluto donare gli organi di Mathias. Non era ancora il momento di prendere quella decisione, ma dentro di noi quella possibilità era già presente. Poi, quando purtroppo siamo arrivati a quel punto, ci siamo ritrovati tutti insieme nell’ascensore dell’ospedale. Ci siamo guardati negli occhi e non c’è stato bisogno di discutere o di convincerci a vicenda: eravamo tutti d’accordo. Se da quella tragedia poteva nascere una possibilità di vita per qualcun altro, allora quella era la cosa giusta da fare. Molte persone restano colpite dalla rapidità e dalla determinazione con cui abbiamo deciso. Io non la definirei freddezza, ma lucidità. Eravamo devastati, ma allo stesso tempo sentivamo che aiutare altre persone sarebbe stato il modo più coerente per onorare Mathias e il suo modo di essere.

C’era qualcosa nel modo di essere di Mathias che vi ha fatto capire che avrebbe approvato la vostra decisione?

«Mathias era un ragazzo profondamente generoso. Non lo era per farsi notare o per ricevere qualcosa in cambio: aiutare gli altri gli veniva naturale. Sapeva ascoltare, sostenere gli amici e spesso utilizzava anche l’ironia per alleggerire i momenti difficili. Io lo chiamavo il nostro piccolo “Joker”, perché riusciva a far sorridere e a dare forza alle persone che aveva accanto. Ci sono tanti piccoli episodi che lo raccontano. Una volta, a scuola, era disposto ad assumersi la colpa di qualcosa che non aveva fatto pur di evitare che venisse punita tutta la classe. Se un compagno dimenticava un oggetto sul pullman o a scuola, lo metteva al sicuro e si preoccupava di avvisarlo, anche se poi era spesso lui il primo a dimenticare le proprie cose. Non vogliamo descriverlo come un ragazzo perfetto: era Mat, con la sua età, le sue contraddizioni e le sue “stupidaggini”. Ma dentro aveva un forte senso degli altri. Per questo abbiamo sentito che la donazione fosse il modo più autentico per rispettare ciò che era: continuare ad aiutare, senza chiedere nulla in cambio, anche quando lui non poteva più farlo direttamente».

Cosa ha significato per voi sapere che gli organi di Mathias hanno aiutato cinque persone, tra cui un neonato?

«È stato qualcosa di difficile da descrivere. Quando abbiamo saputo che cinque persone, tra cui un neonato, avevano ricevuto gli organi di Mathias, in mezzo al dolore abbiamo sentito anche un grande sollievo, quasi una leggerezza. Non perché il dolore per la sua assenza possa diminuire, ma perché abbiamo avuto la certezza che da quella tragedia fosse nata nuova vita. Sapere che oggi ci sono cinque persone, cinque famiglie e cinque gruppi di amici che possono ricominciare, tornare a sperare e magari festeggiare ogni anno una seconda nascita, ci fa sorridere ed essere felici per loro. Ci piace pensare che una parte di Mat continui a camminare nel mondo e che un giorno potremmo perfino incontrarlo senza sapere che è lui. Il nostro cuore rimane spezzato per la sua mancanza, ma allo stesso tempo si riempie sapendo che il bene che aveva dentro ha continuato a produrre vita».

Sapere che qualcosa di Mathias continua a vivere vi aiuta ad affrontare il vostro dolore?

«Sì, moltissimo. E per noi non è soltanto un pensiero consolatorio: è una realtà. Cinque persone e le loro famiglie erano come ferme, in attesa di poter ricominciare a vivere, e grazie a Mathias hanno ricevuto una nuova possibilità. Questo non rende meno dolorosa la sua assenza e non cancella ciò che stiamo vivendo, ma ci aiuta a guardare avanti. Sapere che quelle persone possono tornare ai propri affetti, ai propri sogni e alla propria quotidianità ci dà forza e ci fa sentire che il viaggio di Mat non si è fermato. Molti trapiantati festeggiano il giorno dell’intervento come un secondo compleanno. Pensare che, da oggi, esistano cinque nuove date da celebrare ci emoziona profondamente. Sono cinque nuove partenze, ma anche cinque modi diversi attraverso cui Mathias continua a lasciare il suo segno nel mondo».

Molte persone rimandano questa decisione, o non ne parlano mai in famiglia. Perché pensa che succeda, e cosa direbbe a chi la sta rimandando proprio ora?

«Credo che molte persone rimandino perché parlare di donazione significa inevitabilmente confrontarsi con l’idea che possa accadere qualcosa a noi o a chi amiamo. È comprensibile: finché la vita procede normalmente, si preferisce non pensarci. A questo si aggiungono spesso poca informazione, paure e convinzioni ereditate dal passato».