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Che ci fa il feretro di un prete di strada tra i marmi e gli altari di Sant’Ambrogio? C’è qualcosa di profondamente simbolico nei funerali di don Antonio Mazzi, celebrati in una delle basiliche più antiche e solenni di Milano. La semplice bara in legno chiaro del fondatore di Exodus, coperta da fiori Anthurium di un rosso vivido e la stola arcobaleno della pace, racconta i fili quasi invisibili, eppure indistruttibili, che tengono insieme la Chiesa delle gerarchie e i suoi sacerdoti mandati a vivere più vicino agli ultimi, nei quqartieri più estremi. Quei preti che non si sono limitati a parlare delle periferie, ma vi hanno abitato; che non hanno osservato da lontano le pietre scartate, ma le hanno raccolte una per una, come insegnava san Giovanni Calabria, fondatore dell’Opera nella quale don Antonio era cresciuto.
Nessuna distanza tra la solennità della basilica e la sobrietà di quell’ultimo giaciglio. Il Padre nostro viene cantato dal coro di Exodus sulle note di The Sound of Silence di Simon e Garfunkel. Una scelta inconsueta, come molte delle scelte compiute da don Mazzi, prete “ribelle” ma innamorato della sua Chiesa, durante la sua lunga vita.
Tutt’intorno ci sono i sacerdoti diocesani e i ragazzi arrivati dalle comunità di Exodus sparse per l’Italia. Uomini e donne che portano addosso storie di cadute, ricadute e resurrezioni quotidiane. Alcuni furono accolti quando nessuno scommetteva più su di loro. Don Antonio continuava a chiamarli ragazzi, anche quando i capelli erano diventati bianchi. Per lui una persona non coincideva mai con il proprio errore, con la droga assunta, con il carcere scontato o con la famiglia ferita.


Nelle prime file siedono anche le autorità milanesi, con le quali don Mazzi non aveva sempre intrattenuto rapporti facili. Non era un uomo accomodante. Protestava, provocava, chiedeva spazi, risorse, attenzione. E quando riteneva che la politica fosse distratta o ipocrita, lo diceva senza troppi riguardi. Ma l’estremo saluto ha ricomposto anche quelle distanze, rinnovando il legame fra la Milano civica e laica e quella ambrosiana. Due città che spesso discutono, qualche volta litigano, ma che nei momenti decisivi scoprono di avere ancora un’anima comune.


Poi c’è la gente. Tanta. È venuta a salutare il sacerdote di origine veronese che Milano aveva adottato e che la televisione aveva reso popolare ben oltre il mondo cattolico (in verità le star televisive erano assenti, forse in lontane località balneari, chissà). Don Mazzi entrava nelle case con il suo linguaggio diretto, qualche volta spigoloso, mai clericale. Ma la notorietà non era il centro della sua vita. Il centro erano le migliaia di giovani aiutati a uscire dal tunnel della droga, dalle dipendenze e dagli altri demoni che possono impadronirsi di una persona fino a convincerla di non avere più un futuro.
Don Antonio amava raccontare le visite serali del cardinale Carlo Maria Martini. L’arcivescovo metteva una molletta ai pantaloni per non sporcarli nella catena e pedalava in bicicletta da piazza Fontana fino al Parco Lambro, all’estrema periferia orientale della città. Arrivava alla Cascina Torrette per incontrare «don Antonio e i suoi ragazzi», come li chiamava. Nessun corteo, nessuna automobile di rappresentanza. Soltanto un cardinale in bicicletta che andava a trovare un prete e una comunità di giovani feriti.
In quell’immagine c’è forse la spiegazione più autentica di queste esequie. Martini rappresentava la Chiesa che ascolta la città e va a cercarla nei luoghi dove soffre. Mazzi era il prete che quella sofferenza la raccoglieva ogni giorno, senza trasformarla in teoria. Fra loro non c’era la contrapposizione, spesso costruita artificiosamente, fra la Chiesa istituzionale e la Chiesa della strada. C’era la stessa Chiesa, con ministeri diversi e una sola direzione: l’uomo.


A presiedere l’omelia è don Massimiliano Parrella, superiore generale dei Poveri Servi della Divina Provvidenza. Le sue parole non costruiscono un monumento al fondatore di Exodus. Don Mazzi, del resto, dei monumenti avrebbe saputo che farsene. Lo paragona piuttosto a Mosè, l’uomo che conduce il suo popolo verso una terra promessa che riesce appena a intravedere.
«I grandi uomini di Dio non costruiscono monumenti a se stessi. Costruiscono ponti perché altri possano passare. Don Antonio è stato uno di questi ponti», dice padre Parrella. La sua terra promessa non era un luogo, ma «i volti restituiti alla speranza», i figli che tornavano a vivere e gli uomini che ricominciavano a chiamare Dio Padre.
Don Mazzi, continua il superiore dell’Opera Don Calabria, non si è limitato ad accogliere dei ragazzi: «Ha restituito loro il respiro». Perché esistono persone che continuano a camminare, lavorare e perfino sorridere, ma dentro hanno smesso di respirare. Don Antonio arrivava proprio lì, nel punto in cui una vita sembrava essersi fermata, e tentava di rimetterla in movimento.
Non regalava illusioni. Regalava possibilità. Non prometteva miracoli. Ripeteva con tutta la sua esistenza: «Proviamoci ancora». E quante volte quel tentativo, magari il decimo o il centesimo, è diventato una vita nuova.
Nell’omelia don Mazzi viene descritto per ciò che davvero è stato: un Vangelo vivente. «Prima ancora di predicare il Vangelo, lo faceva vedere», dice padre Parrella. Era «un Vangelo con le scarpe sporche», che sapeva di carcere e di periferia, di pane condiviso, di lacrime, di notti passate ad ascoltare e di ragazzi rincorsi cento volte senza stancarsi.
È questa l’eredità più difficile da raccogliere. Non un metodo educativo da ripetere meccanicamente, non una fondazione da amministrare come un’azienda e neppure il ricordo addomesticato di un sacerdote famoso. Don Mazzi lascia un modo di stare al mondo: perdere tempo con chi viene considerato una perdita di tempo; credere che nessun uomo sia definitivamente perduto; andare ai confini, perché è proprio ai confini che il Vangelo ricomincia ogni volta.
«Andate avanti. Camminate insieme. Non fermate il Vangelo», è la consegna rivolta a Exodus.
Alla fine prende la parola Cristina Mazza, la collaboratrice che per decenni è stata accanto a don Antonio e ne ha condiviso intuizioni, viaggi, battaglie e ostinazioni. Riporta il congedo alla misura semplice degli affetti. Non soltanto il fondatore, il personaggio televisivo o il prete delle grandi iniziative, ma l’uomo capace di vedere una strada dove gli altri vedevano soltanto un muro.
«Guardiamo avanti con speranza di luce», dice Cristina al microfono. «Ma prima di congedarci, grazie per averci accolto nella tua casa e averci reso protagonisti di un viaggio infinito, per non aver nascosto la verità mai e averci insegnato il coraggio della scelta. Per averci scelto uno per uno, non un caso, non il destino, ma uno sguardo, un'intuizione. Per non aver lasciato nulla di intentato, anche quando tutto sembrava impossibile. Grazie per questa eredità che abitavano le nostre vite e si fa viva nel presente e ci proietta nel futuro. Grazie per aver lottato contro le disgrazie del mondo portando sempre la luce».
Quello di don Antonio Mazzi è insieme un ringraziamento e una promessa: custodire l’eredità di don Antonio non significherà chiuderla in un museo, ma rimettersi in cammino; cercare ancora chi nessuno cerca, credere in chi nessuno crede più, aprire avamposti di speranza nelle periferie dell’uomo.
E poi l’ultima parola. Quella che lui voleva scritta anche sulla propria tomba, perché può essere un addio ma anche l’inizio di un nuovo incontro.
Ciao.







