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I tre palazzi progettati dagli architetti Arata Isozaki, Daniel Libeskind e Zaha Hadid di City LIfe nel complesso residenziale e commerciale nel quartiere del Portello, Milano, 11 maggio 2022. ANSA/DANIEL DAL ZENNARO
Un anno fa, in questi stessi giorni, la copertina e gli articoli – cartacei e online – di Famiglia Cristiana, cominciavano a raccontare dall'inizio le inchieste sull'urbanistica milanese: i sospetti abusi edilizi, le autorizzazioni concesse in fretta, i grattacieli cresciuti nei cortili. Da un solo cantiere contestato erano nati arresti, poi tutti revocati, le dimissioni dell'assessore alla Rigenerazione urbana Giancarlo Tancredi e un'indagine arrivata fino al sindaco Beppe Sala. Dodici mesi dopo, la città che sembrava sul punto di franare sotto il peso delle proprie inchieste si ritrova in una condizione diversa, più ambigua: non assolta del tutto, non condannata mai davvero, sospesa come le case di cui questa storia continua a parlare.


Perché è questa la parola che meglio racconta ciò che resta, un anno dopo: sospensione. Sospesi sono tre cantieri ancora sotto sequestro, sospesi altri progetti fermi da mesi, sospese migliaia di persone che avevano firmato un compromesso, versato un anticipo, scelto una stanza per un figlio non ancora nato, e che oggi si trovano con i risparmi bloccati e nessuna casa in cui vivere.
Intanto la pubblico ministero che aveva condotto tutte le inchieste è andata in pensione e ha scelto di candidarsi alle prossime elezioni comunali (da vicesindaca nella lista “Milano Libera”): un dettaglio che dice, meglio di ogni analisi, quanto la vicenda giudiziaria si sia intrecciata con quella politica.
Il primo verdetto è arrivato sul caso più simbolico, la cosiddetta Torre Milano, ventiquattro piani già abitati alla Maggiolina. In primo grado sono stati assolti tutti: costruttori, architetto, funzionari comunali accusati di aver alzato il grattacielo senza le autorizzazioni necessarie. Un'assoluzione è arrivata anche per le Park Towers, gli edifici alti 81 e 59 metri affacciati sul parco Lambro, nati dalla ristrutturazione di due capannoni e diventati l'immagine più citata di questa stagione di inchieste. Il processo penale continua, ma la Corte dei conti, l'organo che giudica i funzionari pubblici sull'uso del denaro collettivo, ha già assolto i tre dipendenti comunali imputati: l'accusa sosteneva un danno alle casse pubbliche di 312 mila euro, poi ridotto a 138 mila, per oneri di urbanizzazione mai incassati.


Anche il filone più duro, quello che ipotizzava una corruzione sistemica dentro la commissione comunale per il paesaggio, l'organo che approva i progetti edilizi, si è progressivamente sgretolato. Allora, quando le intercettazioni portarono agli arresti, la procura arrivò a definire quella commissione il fulcro delle patologie della gestione urbanistica milanese. Tutti i suoi membri si dimisero, le regole per le nomine furono irrigidite. Ma il Tribunale del riesame ha smontato pezzo per pezzo quell'impianto, giudicando la ricostruzione dell'accusa una semplificazione svilente e osservando che la genesi stessa del presunto patto corruttivo non era mai stata davvero illustrata. La Cassazione ha confermato la revoca di tutti gli arresti: l'ultima parola della giustizia, per ora, dice che quella corruzione sistemica non è stata dimostrata.


C'è una distanza enorme, in questa vicenda, tra il tempo della giustizia e il tempo delle vite. Le sentenze arrivano, si correggono, si ribaltano; le famiglie restano ferme, dentro un presente che non passa. Lo racconta bene chi rappresenta chi ha comprato casa in questi edifici: per due anni, dicono, hanno pagato una condanna senza processo, nel silenzio di un'attesa che nessuna aula di tribunale può restituire. È lo scarto che la cronaca giudiziaria fatica a misurare: dietro ogni fascicolo, dietro ogni voce come "abuso edilizio" o "corruzione sistemica", ci sono mutui accesi su case mai abitate, camere allestite per bambini cresciuti altrove, biografie che aspettano un rogito per ripartire. Il Comitato che riunisce queste famiglie ha accolto le assoluzioni non come una vittoria ma come una conferma tardiva: se un danno c'è stato, dicono, è quello inflitto a loro. Dietro le parole tecniche dei comunicati - rogiti rinviati, mutui accesi su immobili non consegnati, cantieri sospesi - c'è la materia di cui è fatta la vita quotidiana: chi ha venduto la vecchia casa contando sul trasloco nella nuova e si è ritrovato in affitto a tempo indeterminato, chi paga una rata su un appartamento che può soltanto guardare da fuori, chi ha rimandato un matrimonio o una nascita aspettando che le chiavi arrivassero davvero. Non è un dettaglio di colore: è la misura reale, non giudiziaria, di ciò che un'inchiesta può costare a chi non ne è mai stato protagonista.
La vicenda milanese, del resto, non è mai stata soltanto milanese. Nel Parlamento nazionale, per mesi, si è discusso di una norma pensata proprio per sciogliere il nodo delle autorizzazioni contestate, la cosiddetta Salva Milano: un tentativo di fissare per legge ciò che l'amministrazione aveva finora affidato a circolari e prassi interpretative. Il tentativo si è arenato tra maggioranza e opposizione, tra chi vi leggeva una sanatoria indebita per i costruttori e chi, al contrario, una tutela necessaria per le famiglie incolpevoli, ed è infine stato accantonato. È la conferma di quanto la questione urbanistica milanese sia diventata, suo malgrado, un caso nazionale: la cartina di tornasole di un modello di sviluppo delle città, quello della rigenerazione a colpi di grattacieli e permessi in convenzione, che altre metropoli italiane osservano con attenzione, sapendo di poterci ritrovare domani. Anche le dimissioni dell'assessore Tancredi e l'indagine che ha lambito il sindaco Sala restano lì, nella memoria collettiva della città, come il segno di quanto in fretta la politica amministrativa possa trovarsi schiacciata tra l'urgenza di costruire e il dovere di rispettare le regole.


Sullo sfondo, la città reale ha rallentato. Secondo Aspesi, l'associazione che riunisce i promotori immobiliari, a Milano restano bloccati quindici miliardi di euro di investimenti, tra cantieri fermi e progetti mai partiti: una cifra che misura quanto l'incertezza giudiziaria si sia trasformata in incertezza economica, con conseguenze su imprese, lavoro, mercato della casa. Il Comune prova a rimediare aggiornando il Piano di Governo del Territorio, un lavoro lento per natura: il primo stralcio pubblicato vieta nuove costruzioni nei cortili oggi liberi, consente di ricostruire dove un edificio già esiste ma senza superarne l'altezza, impone un piano attuativo per chi vuole derogare alle regole ordinarie e riporta in consiglio comunale, cioè sotto il controllo della politica eletta, alcune di queste decisioni. È il tentativo di ricostruire con norme scritte quella certezza che le interpretazioni amministrative avevano lasciato fragile, dopo che il Parlamento ha scelto di non intervenire: tocca ora alla sola città rimettere ordine in un sistema che aveva provato, per anni, ad andare più veloce delle regole.
Resta, un anno dopo, un paesaggio a metà. Una città che ha imparato, nel modo più duro, che la rigenerazione urbana non può correre più veloce della legalità, ma che rischia ora di imparare anche il contrario: che un'inchiesta condotta con troppa fretta può fermare per anni una città intera, e con essa migliaia di vite che con quella fretta non avevano nulla a che fare. Tra questi due eccessi, tra il cantiere disinvolto e il sequestro che non arriva mai a sentenza definitiva, Milano cerca ancora la misura giusta. Le assoluzioni non hanno restituito le chiavi di casa a chi le aspetta. Restituiscono, semmai, l'obbligo morale di chiedersi chi debba pagare il conto di una giustizia lenta: non i costruttori assolti, non i funzionari riabilitati, ma chi, incolpevole, ha atteso in silenzio che la verità facesse il suo corso.




