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«Tra un gruppo e l’altro, con burbanzoso cipiglio d’ispettore e aria soddisfatta da giorno di sagra, furono veduti circolare alcuni fascisti repubblichini».
Giacomo Debenedetti, "16 ottobre 1943", Sellerio editore
E ugenia Roccella non è nuova alle provocazioni. Ma la sua sparata al Convegno promosso dall’Unione delle comunità ebraiche italiane è inaccettabile, perché stravolge la storia strumentalizzando la tragedia più immane del Novecento: l’Olocausto. La ministra della Famiglia è arrivata a dire che i viaggi promossi dalle scuole e dai Comuni ad Auschwitz, la località polacca dove si trovava il più grande sistema di campi di sterminio nazista, sono «gite organizzate per dire che l’antisemitismo è solo fascista». Persino la senatrice Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, ha detto di stentare a credere che un ministro della Repubblica abbia potuto fare affermazioni simili.
Già il disprezzo sarcastico su questi viaggi di istruzione, declassati a “gite”, esige delle scuse, dato che si tratta di un’esperienza educativa che non ha mai osato mettere in discussione nemmeno la destra (le promosse anche Gianni Alemanno, ai tempi in cui era sindaco). Ma arrivare ad attenuare le responsabilità dei fascisti nell’attività di supporto alle deportazioni decise dalle truppe naziste è un’autentica mascalzonata. Le leggi razziali sono state firmate da Benito Mussolini e introdotte in Italia già nel 1938, prima che la Germania chiedesse collaborazione. Non furono una concessione ai tedeschi, ma una scelta autonoma del regime: un’adesione ideologica alla visione razzista dell’uomo nuovo fascista, “puro” e “arianizzato”. L’antisemitismo italiano nacque e crebbe dentro il fascismo, alimentato da un apparato culturale che andava dal Manifesto della razza alle campagne di stampa de La difesa della razza, diretta da Telesio Interlandi. Migliaia di ebrei furono espulsi da scuole, università, amministrazioni pubbliche. L’antisemitismo fu un pilastro del consenso e della propaganda di regime. E quando, dopo l’8 settembre 1943, il Paese si spaccò, la Repubblica Sociale Italiana collaborò attivamente con i nazisti nelle operazioni di rastrellamento e deportazione. Le polizie fasciste fornivano elenchi, arrestavano famiglie intere, custodivano i prigionieri prima della consegna alle SS, mentre il clero romano cercava di nasconderne il più possibile nei conventi e altrove, sotto la regia discreta ma tenace di Giovan Battista Montini. Senza i fascisti, propagandisti, delatori o militari che fossero, la macchina dello sterminio non avrebbe mai funzionato con la stessa efficacia, a cominciare dal rastrellamento del ghetto di Roma del 16 ottobre 1943. Furono i fascisti italiani insieme ai soldati tedeschi e alle SS dell'aguzzino Kappler a compilare le liste, a bussare alle porte all’alba, a caricare sui camion donne, vecchi e bambini. Di 1.259 deportati, solo 16 tornarono.
Ecco perché le parole della ministra non sono una “gaffe”, ma una ferita. Perché insinuano che la Storia sia un’opinione e non un fatto. Che si possa mettere sullo stesso piano carnefici e vittime, ideologie e atrocità. In un’epoca in cui il revisionismo e l'amnesia storica corrono più veloce della memoria, servirebbero ministri capaci di unire, non di dividere. Servirebbe chi accompagna i ragazzi davanti a quel cancello con la scritta “Arbeit macht frei” ricordando loro che la libertà non è gratis, e che l’odio, se non viene sorvegliato, torna sempre. Auguriamo al ministro un viaggio d'istruzione insieme con una scolaresca ad Auschwitz, per riflettere, nel silenzio di quelle memorie che tolgono il fiato, sulle sue parole. Scoprirà che non si tratta di gite.




