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Maria Letizia Galeazzi, detta Cilla.
Compie 45 anni l’Associazione di volontariato Cilla, che prende il nome da Maria Letizia Galeazzi – chiamata Cilla da familiari e amici –, morta neppure quindicenne per un incidente stradale il 5 luglio 1976, mezzo secolo fa: uno schianto contro un autocarro e una frattura cervicale, alla guida il fratello Alessandro detto “Cicco” rimasto illeso; era nata ad Asti il 18 agosto del ’61. Tre anni dopo la sua prematura e improvvisa, il padre Rino – medico condotto di professione – e la madre Elsa Strati con tanti loro amici del movimento Comunione e Liberazione, «in una circostanza particolare della malattia di una giovane di Asti, incontrano le difficoltà dei malati che si trovano costretti a lasciare la propria terra e i propri affetti per raggiungere ospedali italiani o esteri in cui ricevere cure specialistiche», spiegano i responsabili della Odv, presieduta da Luca Petrolo.
Così il 20 maggio 1981 viene costituita l’Associazione Cilla e nel 1992 viene aperto il primo centro di accoglienza nel Policlinico universitario di Padova, seguito vent’anni fa da quello nell’ospedale di Circolo di Varese. Il 23 novembre 2022 l’associazione, che oggi conta 18 case di accoglienza in 15 città con 300 posti letto e 150 volontari, viene ricevuta in udienza da papa Francesco. Ben 6 mila le persone accolte ogni anno e in diverse città è avviata una collaborazione con associazioni locali che operano nel settore sociosanitario.
La presenza dell’associazione nelle case d’accoglienza «ha lo scopo di favorire una dinamica di familiarità in cui la casa diventa luogo di educazione e di incontro per tutti. Non l’offerta di un “servizio”, ma una realtà dove si è aiutati a portare il dolore e magari a riscoprire la propria statura di uomini. Ogni casa ha una cucina per cucinare pietanze particolari da portare ai malati, locali per lavare e stirare e spazi comuni di incontro che sono occasione di amicizia tra ospiti e volontari. Inoltre la possibilità di essere “incontrabili” in un luogo fisico situato all’interno dell’Ospedale è una delle risposte più adeguate per una prossimità con le persone e l’instaurazione di rapporti umani semplici nell’occasione faticosa della malattia e della solitudine che spesso la accompagna».
I Centri di accoglienza negli ospedali sono diventati «un importante punto di riferimento per le richieste di aiuto da parte dei ricoverati e dei loro familiari, spesso tramite le caposala o i cappellani dell’ospedale» e al tempo stesso «un coordinamento di tutte le offerte di solidarietà e di disponibilità di vario tipo da parte di privati, istituti religiosi ed enti vari».


Ma chi era Cilla e come mai la sua memoria resta viva, a distanza di 50 anni dalla sua scomparsa? I brani del suo diario scolastico, le lettere agli amici, le testimonianze di chi l’ha conosciuta direttamente o attraverso i suoi scritti, l’Associazione a lei intitolata, «rivelano in lei l’esistenza di una maturità umana e cristiana, piena di decisione, coraggio e provocazione in tempi segnati da un forte processo di omologazione», evidenzia Adriano Moraglio, uno degli ultimi amici della ragazza, incontrata un mese prima che morisse.
Il 5 luglio a Montemagno, in provincia di Asti, parenti e amici di Cilla si sono ritrovati per una giornata sul tema “Tu hai preferito me – Una festa per scoprire qualcosa di più grande nella vita di tutti i giorni”. Rubbettino editore ha pubblicato il libro Il popolo di Cilla. Quando qualcosa di più grande entra nella vita di tutti i giorni (pp. 130, € 15,00), riedizione e aggiornamento di testi scritti negli anni da Moraglio e dal giornalista don Primo Soldi, della diocesi di Torino. «Cilla riverbera la sua vita in Dio dentro uno straordinario numero di esperienze di conversione, di rianimazione della fede, di impeti ed imprese di carità», scriveva nel 1984 don Luigi Giussani nella prefazione al libro di Orazio Zacco e Rino Galeazzi Otto anni con Cilla (Elledici).





