A Lecco la povertà non è un concetto astratto, né una statistica. Ha volti, storie, attraversamenti quotidiani. Da tre anni la Casa della Carità è il luogo in cui queste fragilità trovano una soglia che non respinge, ma accoglie. Non un semplice contenitore di servizi, bensì un presidio di prossimità che ha saputo radicarsi nel tessuto urbano e umano della città.

Nata su impulso di Caritas Ambrosiana e sostenuta da una rete di realtà locali, la struttura di via San Nicolò, alle spalle dell’imponente torre campanaria della Basilica, ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione, diventando un punto di riferimento per persone senza dimora, famiglie in difficoltà, migranti, anziani soli. Un’esperienza che verrà al centro dell’incontro pubblico in programma martedì 20 gennaio, alla presenza dell’arcivescovo di Milano monsignor Mario Delpini, chiamato a incontrare operatori, volontari, istituzioni e cittadinanza.

L'ingresso da via San Nicolò

La visita dell’arcivescovo non è solo un gesto simbolico. È il riconoscimento di un percorso che, in pochi anni, ha mostrato come l’accoglienza possa essere insieme organizzata, competente e profondamente umana. I numeri raccontano una parte della storia: oltre 19 mila pasti distribuiti ogni anno, circa 6 mila pernottamenti nel rifugio notturno, 60 tonnellate di alimenti consegnate tramite l’emporio solidale, più di 600 persone accompagnate. Ma il cuore del progetto non sta solo nella quantità degli interventi.

La Casa della Carità offre infatti un sistema integrato di servizi: centro di ascolto, guardaroba, docce, lavanderia, assistenza sanitaria di base, orientamento sociale. Una risposta articolata che si fonda su un’équipe di operatori professionali affiancati da oltre duecento volontari, espressione di una comunità che ha scelto di non delegare la povertà esclusivamente alle istituzioni. «Accogliere non significa soltanto rispondere a un bisogno immediato», spiegano dalla struttura. «Vuol dire entrare in relazione, riconoscere la storia di chi abbiamo davanti, costruire insieme percorsi possibili». È questa la cifra che distingue la Casa della Carità da un modello puramente assistenziale: l’attenzione alla persona, alla sua dignità, alla possibilità di un futuro diverso.

In questo senso, il lavoro quotidiano si muove su un doppio binario. Da un lato l’urgenza – il pasto caldo, il letto per la notte, un cambio di vestiti – dall’altro una visione più lunga, che guarda all’inclusione sociale, all’autonomia, al reinserimento lavorativo. Un equilibrio delicato, reso possibile solo grazie alla collaborazione tra Chiesa, enti pubblici, associazioni, mondo dell’impresa.

Lecco vista dall'alto

Non meno importante è la dimensione educativa e culturale. La Casa della Carità è anche luogo di incontro per scuole, gruppi giovanili, parrocchie. Qui si impara che la povertà non è un incidente isolato, ma il risultato di fragilità strutturali, solitudini, rotture biografiche. E che l’inclusione non si costruisce per decreti, ma attraverso relazioni quotidiane e responsabilità condivise. La presenza di monsignor Mario Delpini si inserisce proprio in questa prospettiva: richiamare la comunità cristiana e civile a una corresponsabilità che non può venire meno. In un tempo segnato da nuove povertà, crisi abitative, lavoro fragile e migrazioni, esperienze come quella lecchese indicano una strada possibile: fare della carità un fatto comunitario, non emergenziale.

Guardando al futuro, la sfida è duplice. Da un lato consolidare la sostenibilità economica della struttura, dall’altro rafforzare i percorsi di accompagnamento verso l’autonomia, investendo su formazione e lavoro. Perché la Casa della Carità continui a essere ciò che è diventata in questi tre anni: non un luogo dove si resta, ma un luogo da cui si riparte.