Quando si pensa a contesti di emergenza, teatri di guerra, sfollamenti di massa o aree di crisi dovute a disastri ambientali o scontri armati, è normale immaginare che gli aiuti debbano provvedere alle necessità più impellenti e, specie se di mezzo ci sono bambini, garantire la sopravvivenza fisica. Ma i più piccoli, anche quelli che vivono in aree di crisi, non sono fatti solo di materia, non necessitano solo di cibo, acqua, medicine, hanno bisogno, forse più di altri, di sperimentare e coltivare dimensioni immateriali come la speranza, la spiritualità intesa in senso lato, sentimenti, cura morale.

È attorno a questo assunto che World Vision International, un'Ong con matrice cristiana che opera nel campo dell'aiuto umanitario, dello sviluppo e della difesa dei diritti degli individui con un focus particolare sui bambini, in collaborazione con The Society for Global Flourishing, Harvard University e Baylor University, ha organizzato il Global Summit 2026 Fostering hope for children convocato a Roma tra il 3 e il 5 giugno 2026 presso il Pontificio Istituto Patristico Augustinianum.

La tre-giorni, che si è aperta con un’udienza da Papa Leone XIV nella mattinata di mercoledì 3 giugno, ha messo insieme leader mondiali provenienti dai settori della ricerca, dell’azione umanitaria, dell’istruzione, della filantropia e della politica, al fine di promuovere piste comuni di intervento che favoriscano la speranza e una piena realizzazione dei bambini.

«Tutti sanno», dice il Rev. Andrew Morley, President e CEO di World Vision International, «che misurare l'altezza, il peso, o la febbre di un bambino, quanti giorni va a scuola, quanto è sano è molto semplice, ma noi siamo certi che il bambino ha anche altre esigenze. Così abbiamo voluto scoprire, anche empiricamente, cosa provassero in termini di amore, amore spirituale e come questo si traducesse poi in speranza per il futuro. Per questo ci siamo rivolti al mondo accademico per dare vita a una ricerca per capire se fosse davvero possibile per i bambini descrivere i propri sentimenti in modo da poter misurare i loro desideri, la fiducia nel futuro e l'amore che provano per le loro comunità e anche per Dio, così come la richiesta di amore che manifestano».

La ricerca di cui parla Morley va sotto il titolo di Experience of God’s Love in Children (Hope & Love Measure), un’indagine, unica nel suo genere, che mira a comprendere in che modo i bambini, in contesti culturali e religiosi diversi, vivono e interpretano l'amore, cosa stimola in loro la speranza, quanto sia importante sentirsi compresi, accuditi, amati. Sviluppato da World Vision in collaborazione con teologi, psicologi e ricercatori dell’Università di Harvard, della Duke University e della Claremont Graduate University, questo progetto afferma che i bambini non sono solo destinatari passivi di cure, ma esseri morali e spirituali la cui capacità di sentirsi amati e pieni di speranza è fondamentale per il loro benessere.

L’intuizione di World Vision, quella cioè di basare gli aiuti non solo sulla distribuzione di beni di prima necessità – ovviamente fondamentali – ma di puntare anche sui cosiddetti beni immateriali per favorire una sviluppo il più possibile positivo dei bambini, è maturata in decenni di lavoro sul campo in aree di crisi attraverso sostegno a distanza (è la prima Ong al mondo per adozioni a distanza con più di due milioni di bambini supportati) e interventi diretti in contesti di emergenza umanitaria.

Il mondo sembra divenire un luogo sempre più difficile in cui vivere per i bambini. Le crisi che si moltiplicano – dai conflitti agli eventi climatici, fino all’instabilità economica – stanno ridefinendo in qualche modo il concetto di infanzia e minando il benessere dei più piccoli. Si assiste con sempre maggiore frequenza all’aumento degli abusi sui minori, un fenomeno trasversale, che interessa società di ogni latitudine, da quelle più ricche a quelle più disagiate, mentre sono sempre di più i bambini costretti a vivere in contesti di guerra: proprio mentre si svolgeva il Summit, si celebrava – il 4 giugno - la Giornata internazionale dei bambini innocenti vittime di aggressioni, istituita dall’Onu nel 1982, e venivano pubblicate le ultime statistiche secondo cui sarebbero 473 milioni i bambini che vivono in aree di conflitto. La quota di minori che risiedono in zone di guerra è quasi raddoppiata negli ultimi 30 anni, passando dal 10 per cento degli anni Novanta a circa il 19 per cento oggi.

«Il contesto internazionale», spiega Emanuele Bombardi, direttore di World Vision Italia, «ci restituisce uno scenario dove i bambini dei Paesi del sud del mondo vivono sempre di più in situazioni critiche, a causa di guerre o carestie. World Vision Italia è in prima linea nell’ aiuto ai bambini più vulnerabili, attraverso il nostro programma di sostegno a distanza assistiamo più di 6.000 bambini nelle aree più remote dell’Africa e dell’Asia. L’approccio olistico dei nostri programmi dedicati all’infanzia disagiata tiene conto non solo dei bisogni materiali ma anche di quelli immateriali, come ad esempio la crescita spirituale e la speranza in un futuro migliore, e questo abbiamo visto che fa la differenza. Ci auguriamo che sempre più donatori riconoscano l’unicità del nostro approccio e si uniscano a noi nel sostegno di più bambini».