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Addio, Fabo, non siamo riusciti a darti nessuna ragione per vivere

27/02/2017  La morte di un uomo è sempre una sconfitta. Nel caso di dj Fabo non perché l’Italia non gli ha dato la possibilità di morire ma perché nessuno di noi è stato in grado di offrirgli una ragione per andare avanti e sfuggire alla disperazione. Da qui bisogna ripartire: di fronte al dolore, al limite, alla sofferenza una società davvero civile non dà l’eutanasia ma si sforza di dare un senso alla fragilità

Forse di fronte ad una morte così tragica e disperata come quella di Dj Fabo dovremmo solo tacere. Perché inimmaginabile, per crudeltà e strazio, è stata la prova alla quale è stato chiamato Fabiano Antoniani, 40 anni il 9 febbraio scorso, «immobilizzato in una lunga notte senza fine», come ha detto lui stesso, in seguito a un grave incidente stradale nel 2014 che lo ha reso cieco, tetraplegico e gli ha tolto pure la parola. «Ha scelto di andarsene rispettando le regole di un Paese che non è il suo», ha scritto Marco Cappato dell'associazione Luca Coscioni annunciandone la morte su Twitter poco dopo le 11.40 di lunedì. E Roberto Saviano su Facebook ha commentato così: «In Italia la libertà di scelta è violata. I continui rinvii del parlamento sul testamento biologico evidenziano una mancanza di volontà politica a riconoscere e affermare i diritti delle persone. Rendere impossibile l'eutanasia significa violare il diritto più importante: quello di decidere della propria vita e porre fine al proprio dolore».

Ma la morte di un uomo non può mai essere utilizzata per combattere battaglie politiche. Né può essere strumentalizzata all’interno del dibattito politico e parlamentare sulla legge sul testamento biologico che, va ricordato, è cosa ben diversa dall’eutanasia. Nessun articolo della legge che arriverà nell’Aula della Camera il 6 marzo prevede esplicitamente l’autorizzazione del suicidio assistito e la polemica sui presunti ritardi del legislatore ignora il fatto, fondamentale, del punto sul quale l’iter della legge si è arenato, cioè valutare se è possibile assimilare l’idratazione a una terapia e la conseguente possibilità di sospenderla per determinare la morte del paziente. Far morire di sete una persona sarebbe una “dolce morte”?

Fabiano Antoniani, 40 anni compiuti il 9 febbraio scorso, in una foto prima dell'incidente che lo ha reso tetraplegico
Fabiano Antoniani, 40 anni compiuti il 9 febbraio scorso, in una foto prima dell'incidente che lo ha reso tetraplegico

Il diritto al suicidio non vuol dire riconoscere la libertà individuale

Inoltre, con questa legge non si mai discusso di introdurre l’eutanasia, rivendicata esplicitamente solo dai Radicali, ma forme di terapia palliativa che arrivano fino alla sedazione profonda per evitare a pazienti incurabili di soffrire senza alcuna speranza. Forse, nonostante la bagarre che si è scatenata in questi giorni, è il caso di dire che introdurre il “diritto” al suicidio nella nostra legislazione non significa riconoscere la libertà individuale.

In Parlamento le varie forze politiche stanno discutendo sulla natura e i limiti dell’idratazione e alimentazione artificiali e sulla possibilità di raccogliere una volontà preventiva e revocabile da parte del paziente di non sottoporsi all’accanimento terapeutico rendendo meno problematica la decisione finale del medico e togliendo ai familiari responsabilità improprie. Autorizzare il suicidio assistito è un’altra cosa.

La morte di un uomo è sempre una sconfitta. Nel caso di dj Fabo non perché l’Italia non gli ha dato la possibilità di morire ma perché nessuno di noi è stato in grado di offrirgli una ragione per vivere e andare avanti. Da qui, forse, bisogna ripartire: di fronte al dolore, al limite, alla sofferenza una società davvero civile non dà l’eutanasia ma si sforza di dare un senso alla fragilità.

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