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lunedì 22 aprile 2019
 
 

Affinati: «I ragazzi hanno bisogno di modelli alternativi»

10/12/2014  Lo scrittore: «Sarà difficile scacciare lo smarrimento che colgo negli occhi dei giovani, troppo spesso cresciuti senza avere attorno adulti credibili»

Lo sguardo indagatore, talvolta di sfida, dei ragazzi. Lo spazio angusto dell’aula di una scuola di borgata. Sono le finestre da cui Eraldo Affinati, scrittore, insegnante, osserva l’anima persa di Roma. La mattina insegna all’Istituto professionale di Stato Carlo Cattaneo, presso la succursale della Città dei ragazzi.
Il pomeriggio, nella scuola Penny Wilson fondata con la moglie, dà lezioni di italiano a ragazzi stranieri arrivati in Italia non accompagnati: ragazzi che, incontrando persone diverse, sarebbero forse finiti nelle grinfie della criminalità che le indagini della Procura guidata da Giuseppe Pignatone stanno facendo emergere.

- Professore, che cosa vede dalle sue aule?

«Vedo che la nostra crisi è etica prima che economica. L’economia prima o poi ripartirà, più difficile sarà scacciare lo smarrimento che colgo negli occhi dei nostri ragazzi, troppo spesso cresciuti senza avere attorno adulti credibili, capaci di dare loro il senso del limite».

- Come ridarglielo, quando il degrado morale attorno non fa che portare altro degrado?

«Quella che Pasolini chiamava l’omologazione dei giovani si è realizzata: sono ragazzi che diffidano dell’originalità, appiattiti sui modelli prevalenti di bellezza, successo personale, benessere esteriore. A scuola dovremmo ricondurli ai valori opposti del rigore, dell’applicazione quotidiana, perché imparino a dare una gerarchia ai valori e alle conoscenze che trovano a portata di clic. In questo senso davvero un’aula è una trincea etica. Le notizie romane sono solo l’ultima manifestazione di uno sfascio epocale».

- Se l’esempio che proviene dalla società è così scadente, come fa la scuola a far passare un modello diverso?

«Sono fiducioso. Mi accorgo che, nello squallore, sono i ragazzi a cercare, spesso inconsciamente, modelli alternativi a quelli che vedono affermarsi. Hanno bisogno di vedersi davanti persone che fanno delle scelte e che le vivono fino in fondo. Diffidano di chi parla senza aver vissuto sulla pelle. Ma un insegnante che arriva puntuale, che mostra dedizione al lavoro, incide più con quello fa che con le cose che dice».

- Capita di sentirsi contestare di rappresentare un modello perdente in una società così?

«È un rischio, ma se sei un insegnante devi metterti in gioco. Non si educa senza ferirsi».

- In un suo libro, intitolato Berlin, fa parlare pezzi di Berlino. Se oggi le statue romane potessero parlare, che cosa direbbero?

«Direbbero che ne hanno viste di tutti i colori, persino più di Berlino, se non altro perché hanno visto più a lungo. C’è nell’anima di Roma un senso di disincanto, vi si cresce, giocando a pallone tra le colonne spezzate, con un senso di sfiducia in quelle che Leopardi definiva le magnifiche sorti e progressive. Ogni generazione ricomincia da capo: quello che a noi sembrava acquisito lo dobbiamo ogni volta ricostruire».

 
 
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