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giovedì 21 settembre 2017
 
Amalia Ercoli Finzi
 

«Le regole di una donna di successo: nervi d’acciaio, salute di ferro e marito d’oro»

01/09/2017  Ha compiuto 80 anni la prima donna divenuta ingegnere aereospaziale. Dalla vita ha avuto carriera, successi scientifici, un marito complice, cinque figli e sei adorati nipoti. E persino la proposta di diventare austronauta. Ma ha preferito restare nella "stanza dei bottoni".

Da bambina smontava e rimontava senza difficoltà le biciclette. Voleva capire il funzionamento dei meccanismi e riprodurlo, scoprire il segreto che rende le cose vive. Insomma, era, «un ingegnere nato», come Amalia Ercoli Finzi (80 anni) dice di sé stessa. «I miei genitori avrebbero preferito che scegliessi Matematica come facoltà perché più adatta a una ragazza destinata a fare l’insegnante e la madre di famiglia. Ma allora l’indirizzo “di punta” era Aereonautica e così mi sono iscritta al Politecnico di Milano perché non esisteva ancora Aereospaziale». Ma quando arriva la laurea, nel 1961 (prima donna a ottenerla), il cosmonauta Gagarin vola intorno alla Terra e per la giovane Amalia dal cielo allo spazio il salto è stato breve.

La materia incute soggezione ai più e si traduce in un mestiere che siamo abituati a vedere nei film: «Sono progettista di missioni spaziali e ho tenuto al Politecnico l’omonimo corso». Non solo. Ha lavorato per la Nasa ed è considerata la mamma della Missione Rosetta dell’Esa (l’Agenzia spaziale europea), costruendo il trapano che, lanciato nello spazio, ha sondato di che materia è fatta una cometa.

Piccola, minuta ma dotata al tempo stesso di un piglio autorevole,di spirito e di una visibile dolcezza, è anche una donna che ha voluto e avuto molto dalla vita. Un marito anch’esso ingegnere, Filiberto Finzi, cinque figli, quattro maschi e una femmina, e sei nipoti. Spiega, ed è un insegnamento che dovremmo ricordare, che una donna per vincere in un ambiente di lavoro stressante deve tenere presente la regola dei tre metalli: «Avere nervi d’acciaio per affrontare la competizione e riuscire a lavorare in gruppo, da soli nello spazio non si va da nessuna parte; salute di ferro perché si lavora 20 ore su 24 e non ci si può permettere neanche un raffreddore e poi un marito d’oro». E non si intende quello che aiuta in casa. «Piuttosto un marito che incoraggia,che non chiede “cosa cerchi fuori casa... cosa ti manca”, ma ti sprona: “Vai,vedrai che ci riuscirai”. Così è stato il mio». Cinque figli da crescere senza aiuto dei nonni: «Mia suocera è mancata presto e mia mamma pensava che una volta sposata e sistemata avrei dovuto badare io ai bambini. L’ho fatto con l’aiuto delle tate. Ne ho avute 34. Spesso scappavano perché i quattro maschi erano vivaci e la mia casa, molto accogliente, era sempre piena di ragazzini». È una mamma che ha amato e ama moltissimo: «Ho sempre anteposto i figli al mio benessere e alle mie occupazioni. Ho imparato che bisogna esser loro vicino quando crescono. Tutti prima o poi attraversano il loro momento difficile per la salute, la scuola o l’innamoramento. La vicinanza non si misura però in ore dedicate ma in qualità».

Tra i nipoti, per ora, nessun erede: «Li adoro tutti e sei. Il maggiore ha fatto il test al Politecnico per Ingegneria. È arrivato terzo ma poi si è iscritto a Psicologia. La più piccola è una bambina. La mia unica figlia femmina è la sua mamma con cui ho un rapporto speciale. Quello che si può avere solo con un’altra donna fatto di esperienze femminili profonde e viscerali».

È probabile che la dottoressa Ercoli Finzi abbia vissuto molte tappe della sua carriera circondata soprattutto da uomini. Una posizione difficile? «A priori c’è diffidenza, dovuta alla differenza. Ci si avvicina con più fiducia a chi ci assomiglia. È istintivo. In certi ambienti la diffidenza è spietata. In università c’è competitività ma si riconosce l’impegno e la dedizione di chi sa fare. Nel mondo dell’industria dove gli alti livelli sono quasi tutti ricoperti dagli uomini è più difficile». Grande successo al cinema quest’anno per il film Il diritto di contare dedicato a tre scienziate afroamericane che negli Anni ’60 hanno contribuito alle missioni spaziali, lavorando, però, nascoste e lontane dai riflettori: «È tipico della scienza. Quanti Nobel sono andati a uomini quando dietro c’era il lavoro di una donna! Nel film alle scienziate vengono richieste funzioni di enorme responsabilità, quelle che avrebbero deciso la sorte dell’astronauta e noi non ricordiamo nemmeno il loro nome».

Amalia è la prova della falsa credenza che bambine e ragazze tendenzialmente siano meno dotate per la scienza e la matematica dei coetanei maschi: «Per molte donne è un vezzo dire “Io non capisco niente”... Per me è una dichiarazione di stupidità. La matematica va spiegata bene e con esempi della vita di tutti i giorni. Tanti insegnanti non sono in grado. Mia madre, maestra elementare, diceva che il modo migliore per insegnare a fare i conti è utilizzare il denaro perché tutti vogliono imparare a fare la spesa».

Alla vita piena della Signora delle Comete (questo il titolo di un divertente giallo a lei dedicato) sembra mancare un viaggio nello spazio: «Non ci ho mai pensato. Un collega americano mi diceva che ero adatta perché piccola e magra. Io ho sempre preferito stare nella stanza dei bottoni e decidere le operazioni da fare. Nelle missioni spaziali vediamo il momento del lancio ma dietro c’e tutta la preparazione».

E riguardo alla sua più importante missione la professoressa Ercoli Finzi ama ricordare: «Mi sono dedicata alla Missione Rosetta, che ha portato un manufatto dell’uomo sulla crosta di una cometa. È stata un’esperienza importantissima da cui ho imparato due cose: innanzitutto che solo con grande collaborazione si fanno grandi imprese; eravamo tanti Paesi europei con un obiettivo chiaro e abbiamo dimostrato che insieme si può.Ma soprattutto l’orgoglio e la felicità di avere portato un pezzo d’Italia sulla cometa».

Foto di Fabrizio Annibali

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