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Benvenuti a Riace, dove lo straniero è di casa

30/03/2016  Viaggio nel comune calabrese, modello di accoglienza. L’antico borgo, con un passato di emigranti, rischiava di scomparire, ma si è rivitalizzato proprio grazie ai rifugiati.

Dal mare sono venuti quei due gioielli d’arte portati nell’antichità da altri migranti, i greci. E quelle due statue di bronzo hanno trasformato un paesino semisconosciuto della Locride nella Riace conosciuta in tutto il mondo. «Sempre dal mare sbarcarono sulla nostra spiaggia, nel 1998, trecento kurdi arrivati fin qui a bordo di un veliero sgangherato, e ancora oggi dal mare arrivano altri stranieri in cerca d’un posto in cui vivere senza timore d’essere uccisi. L’accoglienza è nel nostro Dna. È la loro ma anche la nostra speranza e la nostra ricchezza. Non è forse un segno che il nostro paese abbandonato dagli emigranti calabresi ricominci a vivere grazie ad altri emigranti?»

Domenico Lucano, detto Mimmo, riassume così il suo progetto amministrativo, la sua “filosofia” di sindaco di Riace. Una filosofia che sta facendo rinascere un borgo in agonia.
Ad ascoltarlo sorridente c’è il piccolo Ramadullà, nove anni, figlio di un ingegnere afghano. Col fratello Imran, è fuggito dal suo Paese assieme con due zii e tre cuginetti, dopo che i talebani avevano fatto esplodere la sua casa, e dopo un’odissea attraverso Iran, Turchia e Bulgaria, stivato nei vani bui dei Tir, senza cibo né aria. Sono tutti arrivati qui nel settembre scorso. Ora sono ospitati in una delle tante case svuotate dall’emigrazione, nell’antico borgo di Riace. Con loro è giunta un’altra sessantina di rifugiati afghani, ghanesi, somali, eritrei, iracheni, serbi e libanesi.

Era l’estate scorsa ed era appena scoppiata la polemica innescata dal sindaco di Lampedusa che minacciava denunce qualora nello “straripante” centro d’accoglienza locale fossero stati ricoverati altri naufraghi. E il sindaco di Riace, assieme con quelli dei Comuni calabri limitrofi di Caulonia e Stignano offrirono la disponibilità ad accoglierne subito 170. Un gesto che colpì l’Italia. «170 richiedenti asilo, a fronte dei 15 del Comune di Milano», osserva Lucano.
Ma da anni a Riace, “paese dell’accoglienza”, come sta scritto nel cartello alle porte del borgo, e una delle cento amministrazioni aderenti alla Rete dei Comuni solidali (Resecol), i migranti sono di casa. Dal 2001, grazie ai progetti dello Sprar (il Sistema di protezione per i richiedenti asilo e i rifugiati) finanziati dal ministero dell’Interno, il Comune, tramite l’associazione “Città futura G. Puglisi”, ha avviato un processo di rivitalizzazione dell’antico borgo attraverso l’integrazione degli immigrati. E l’accoglienza si è trasformata in risorsa economica.

Insieme con il contemporaneo recupero di 25 case abbandonate e la creazione di 130 posti letto per l’accoglienza di turisti (“albergo diffuso”), le vecchie botteghe artigianali hanno riaperto i battenti. Al telaio manuale per la lavorazione della fibra di ginestra, antichissima tradizione locale andata in disuso, ora si alternano mani di donne riacesi e africane. Caterina Mussuruca insegna da tre anni il “punto antico” a Salam, venticinquenne eritrea, nel laboratorio di filatura. Maria Irene, altra giovane riacese, insegna la tecnica del vetro soffiato a Ragdha, una ragazza irachena. Nel laboratorio della ceramica, ricavato da un locale dismesso della chiesa, lavora con un contratto a progetto Issa Ghulami, 37 anni, afghano, perseguitato in patria e residente in Riace dal 2002. David, altro giovane afghano, da aprile verrà assunto per operare la raccolta differenziata dei rifiuti che si farà usando gli asini.

Tra i nove operatori a contratto c’è anche Cosimina Ierinò, che può finalmente valorizzare il suo diploma di maestra tenendo corsi di alfabetizzazione agli stranieri adulti al mattino e ai loro figli al pomeriggio presso il palazzo Pinnarò, sede di “Città futura”. «Se in paese è ancora aperta la scuola è grazie a questi 13 bambini stranieri che s’aggiungono agli altri otto e mantengono viva una classe, altrimenti Riace avrebbe già perso le elementari da tempo», osserva. Lemlem Tesfahum, venticinquenne etiope, giunta in Sicilia nel 2004 dall’Etiopia con i suoi due bambini, dopo un drammatico viaggio attraverso il deserto libico. Vive con un contratto per fare l’interprete.
«Così un borgo di neanche settecento anime, in via d’abbandono, sta risorgendo, con la presenza di un centinaio di stranieri, dimostrando, tra l’altro, che un certo tipo d’accoglienza fa anche risparmiare: un immigrato in un Cpt costa allo Stato 70 euro, mentre una giornata di un rifugiato inserito in un programma di protezione, come sono quasi tutti i nostri ospiti, ne costa 21», osserva Caterina Saraca, giovane riacese a capo dei progetti per l’associazione.

Il 15 marzo scorso due colpi di pistola sono stati sparati contro la porta della “Taverna Donna Rosa”, il locale di ritrovo e delle feste della comunità multietnica, fatto restaurare dal sindaco, e altri colpi al portone di palazzo Pinnarò. Un’intimidazione a pochi mesi dal voto per il rinnovo dell’amministrazione comunale. Un messaggio della ’ndrangheta, a cui non piace il modello di integrazione e il recupero del borgo antico voluto da Lucano? Assai probabile.

Ma lui tira dritto per la sua strada. Tanto più che adesso l’esperienza di Riace, Caulonia e Stignano è diventata un modello da esportare. La Regione Calabria, infatti, prima in Italia, si è dotata
di uno strumento legislativo che promuove l’inserimento dei rifugiati nella prospettiva indicata dai tre Comuni della Locride. Alle amministrazioni interessate saranno garantiti finanziamenti per politiche d’accoglienza che diventeranno volano per lo sviluppo economico delle loro comunità. 

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