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C'è un'immagine che vale più di ogni sinossi ufficiale, ed è quella di un regista di cinquantacinque anni, seduto nello studio di Noos accanto ad Alberto Angela, che racconta il suo primo ricordo dell'Odissea: aveva quattro o cinque anni, era a scuola, guardava una recita del cavallo di Troia e delle sirene che tentavano di sedurre Ulisse. Quarant'anni dopo quel bambino ha diretto duecentocinquanta milioni di dollari di budget per restituire al grande schermo la stessa scena. È bastato questo, andato in onda domenica 12 luglio su Rai1 nella puntata che ha riaperto la quarta stagione del programma di divulgazione, per capire quanto Christopher Nolan consideri il poema omerico non un soggetto tra tanti, ma la matrice stessa del raccontare.
Ad Alberto Angela, che lo ha intervistato insieme a Matt Damon, protagonista del film nei panni di Ulisse, il regista britannico ha consegnato una confessione che nessuno si aspettava da un kolossal hollywoodiano di questa portata: le sue vere fonti d'ispirazione non sono i colossal storici americani, ma due autori italiani apparentemente lontanissimi dal suo mondo, Sergio Leone e Pier Paolo Pasolini.
Il ritorno di Ulisse a Itaca, ha spiegato Nolan, doveva evocare il cinema di Leone, la tensione sospesa di "C'era una volta il West", quel silenzio innaturale che cala sulla fattoria un istante prima che il pericolo si manifesti. E il metodo con cui ha costruito il film - girato per intero fuori dagli studi, in luoghi reali, con marinai veri che hanno insegnato al cast a remare e a issare le vele - riporta dritti al Pasolini del "Vangelo secondo Matteo", quel modo di mettersi la macchina da presa in spalla e scoprire la realtà mentre si rivela, tenendo insieme il dettaglio più intimo e la dimensione epica dell'insieme.


Non è un caso che una parte importante di questa esperienza semi-documentaristica sia passata dall'Italia, e in particolare dalla Sicilia. Quando Angela ha chiesto ai suoi ospiti dove avessero sentito più vicina la presenza di Omero, Nolan non ha esitato: Favignana, l'isola delle Egadi dove la troupe ha trascorso settimane girando sulle spiagge e lungo le coste, in una connessione con il Mediterraneo che il regista ha definito profonda. È lì, e a Lipari, che è stato ricostruito uno degli episodi più celebri del poema, l'incontro con le sirene, mentre a nordest di Panarea, tra gli scogli di Pietra Lunga e Pietra Menalda, Nolan ha trovato la sua versione delle "rupi erranti" del dodicesimo canto. Dieci velieri d'epoca ormeggiati nel porto di Pignataro, sul versante orientale di Lipari, sono diventati per settimane la base operativa di un equipaggio che includeva Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Zendaya, Robert Pattinson, Charlize Theron e Lupita Nyong'o: un ensemble raramente visto riunito attorno a un solo progetto.


Il resto del mondo di Ulisse è stato assemblato altrove, con una logistica che racconta da sola l'ambizione del progetto: la grotta di Polifemo ricostruita in una cavità naturale del Peloponneso, vicino alla spiaggia di Voidokilia, dove Damon ha raccontato di essersi fatto largo tra migliaia di api all'imboccatura per girare le scene con un gregge di quaranta pecore; le mura di Aït Ben Haddou, in Marocco, trasformate nella Troia in fiamme; le dune del Sahara Occidentale prestate all'isola di Calipso, scelta che ha sollevato polemiche per la sovranità contesa del territorio; le coste scozzesi di Burghead e Buckie, dove è stata ormeggiata la Draken Harald Hårfagre, la più grande nave vichinga mai ricostruita in epoca moderna, diventata la nave di Ulisse; e infine l'Islanda, terra a cui Nolan è legato fin da "Interstellar" e "Batman Begins". Riprese cominciate il 25 febbraio 2025 e chiuse otto mesi dopo, l'8 agosto, prima del completamento finale negli studi Universal in California.


C'è poi una scelta tecnica che, più di ogni dichiarazione, dice quanto Nolan consideri questo film un atto di resistenza culturale: "Odissea" è il primo lungometraggio della storia girato interamente su pellicola IMAX 70 millimetri, il formato analogico a più alta risoluzione mai utilizzato per un'opera intera. Le stime diffuse da IMAX parlano di un'informazione visiva compresa tra i quattordici e i sedicimila pixel per singolo colore in ogni fotogramma, una quantità di dettaglio che nessuna macchina digitale riesce oggi a replicare pienamente.
Dietro questa scelta c'è un rifiuto quasi ostinato della scorciatoia: pellicola che va tagliata e incollata a mano, macchine da presa rumorose che hanno richiesto involucri insonorizzanti su misura per non rovinare l'audio dei sussurri degli attori, un negativo che pesa come un impegno fisico oltre che artistico. In Italia, però, solo cinque sale sono attrezzate per proiettare questa versione integrale - l'Arcadia di Melzo, il Lumière di Bologna, il Cinergia di Conegliano, il Metropolitan di Napoli e il 4 Fontane di Roma - un dettaglio che racconta quanto la tecnologia scelta da Nolan resti, in fondo, un'esperienza rara e quasi liturgica, riservata a chi è disposto a cercarla.


Ma se ci si ferma alla tecnica si perde il cuore del discorso che Nolan ha fatto a Noos. Alla domanda di Angela sul senso di adattare un testo di tremila anni al presente, il regista ha risposto con un'idea semplice e insieme radicale: non si tratta di seguire fedelmente l'originale, ma di attraversarlo, leggerlo più volte, lasciarlo depositare, e poi scrivere affidandosi soprattutto alla memoria. Nel farlo, ha scoperto che i valori dell'Odissea, a partire dal principio di trattare gli altri come si vorrebbe essere trattati, non sono affatto lontani dal presente. Matt Damon ha aggiunto un tassello che va oltre la promozione cinematografica: un veterano di guerra nella troupe gli ha detto che l'Odissea resta il testo più accurato mai scritto sul disturbo da stress post-traumatico, la testimonianza più antica di un uomo che torna a casa cambiato dalla violenza e fatica a riconoscere ciò che ha lasciato.
È qui che il film di Nolan si allontana dal semplice spettacolo per toccare qualcosa di più profondo, lo stesso terreno su cui l'Odissea cammina da ventisette secoli, attraverso Dante che colloca Ulisse nel proprio Inferno, Joyce che intitola "Ulysses" il romanzo che reinventa il romanzo. Il ritorno a Itaca non è la fine del viaggio ma l'inizio di una prova nuova, perché la casa che si ritrova non è mai quella che si è lasciata, e chi torna deve imparare a riconoscere un mondo cambiato insieme a se stesso. È la stessa verità che attraversa ogni esilio, ogni migrazione, ogni ritorno da una guerra o da una malattia, ogni distanza che il tempo scava tra chi parte e chi resta ad aspettare, tessendo e disfacendo come Penelope la stessa tela di pazienza. Nolan sembra averlo capito bene, ed è forse per questo che ha scelto di intitolare il suo film "Odyssey" e non "Ulysses": un segnale filologico preciso, la volontà di tornare al testo originale invece che alle sue infinite rielaborazioni successive.


Il 16 luglio, quando "Odissea" arriverà nelle sale italiane, il pubblico non troverà soltanto uno dei colossal più costosi della storia del cinema, con un cast che riunisce alcuni dei nomi più importanti di Hollywood. Troverà, se il film manterrà le promesse emerse dalle prime proiezioni per la stampa internazionale - che parlano di una sequenza mai tentata prima da Nolan e di uno spettacolo capace di reggere il confronto con "Il Signore degli Anelli" di Peter Jackson - un racconto che rimette al centro la domanda più antica e più semplice che il cinema possa porre: che cosa significa, davvero, tornare a casa.







