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ANSA/ANGELO CARCONI
Le leggi elettorali italiane non nascono nei laboratori della scienza politica. Nascono nelle sartorie dei partiti. Si prendono le misure degli alleati, si consultano i sondaggi, si studiano le debolezze degli avversari e alla fine si presenta il nuovo abito come una grande riforma democratica. Un po’ come se una squadra di calcio dettasse le regole all’arbitro prima della partita, basandosi sulle caratteristiche dei suoi giocatori. Mattarellum, Porcellum, Rosatellum. Ora arriva lo Stabilicum, nome che promette solidità prima ancora di aver superato il più instabile degli ostacoli: il voto segreto.
La prima schiarita nella maggioranza riguarda le preferenze. Lega e Forza Italia hanno accettato, sia pure senza entusiasmo, l’emendamento firmato da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc. Ma attenzione: la formula è un compromesso tipicamente italiano: il capolista resta bloccato, dunque scelto dal partito; per i candidati successivi l’elettore potrà indicare fino a tre preferenze, rispettando l’alternanza di genere.
Il cittadino torna quindi a scegliere, ma soltanto dopo che la segreteria ha messo al sicuro il primo della lista. È una restituzione parziale della sovranità popolare: il partito conserva la sala comandi e concede agli elettori la sala d’attesa.
Giorgia Meloni ha esercitato una pressione decisiva sugli alleati. Matteo Salvini e Antonio Tajani hanno dato il via libera, e i rispettivi gruppi parlamentari sono stati invitati a non fare scherzi. Anche i deputati vicini a Roberto Vannacci voteranno l’emendamento, definendolo il «meno peggio», pur mantenendo la proposta per le preferenze integrali. Questo per chi diceva che Futuro Nazionale è una spina nel fianco del Centrodestra….
La spiegazione ufficiale parla di rappresentanza dei territori e di maggiore potere affidato ai cittadini. Quella politica è più concreta. Meloni ha investito personalmente su una misura popolare, deve evitare che Vannacci possa presentarsi come l’unico difensore delle preferenze e vuole ridurre il rischio di un futuro intervento della Corte costituzionale. Soprattutto, non può permettersi che una sua battaglia venga affondata dai voti nascosti degli alleati.
Qui si arriva al punto vero: lo scrutinio segreto. Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno chiesto che emendamenti, articoli e voto finale siano tutti decisi nell’ombra dell’urna. La speranza delle opposizioni è antica quanto il Parlamento: trasformare i dissidenti silenziosi in franchi tiratori (come ai bei tempi dei governi andreottiani).
Il voto segreto è il test più sincero e meno trasparente della politica italiana. In pubblico tutti obbediscono; al riparo dagli sguardi qualcuno regola i conti. Si presta ai voltafaccia all’interno della maggioranza: Romano Prodi, tradito dai 101 alle elezioni presidenziali del 19 aprile 2013, ne sa qualcosa. Antonio Tajani assicura che una bocciatura delle preferenze non metterebbe a rischio il governo. Formalmente è vero: la riforma è un’iniziativa parlamentare e non c’è alcun voto di fiducia. Politicamente, però, la questione è meno rassicurante. Quando i leader precettano deputati e ministri, moltiplicano le riunioni e chiedono disciplina assoluta, significa che il problema non è affatto un dettaglio.
Le resistenze sono soprattutto dentro Forza Italia, dove l’area più liberale e vicina a Marina Berlusconi considera le preferenze una porta aperta alle cordate locali, alle clientele e alle campagne elettorali personali. E visto che Marina ha le chiavi della cassa del partito, cosa che gli permette di convocare i dirigenti del partito nel suo ufficio di via Paleocapa, teme anche di perderne in parte il controllo. Anche nella Lega non tutti sono entusiasti. Ma le simulazioni di YouTrend spiegano perché i due partiti possono infine cedere senza pagare un prezzo eccessivo.
Per una lista attorno al 10 per cento, infatti, soltanto circa il 5 per cento degli eletti arriverebbe grazie alle preferenze. Il capolista bloccato continuerebbe a proteggere quasi tutta la rappresentanza parlamentare. La competizione personale avrebbe conseguenze assai più rilevanti nei partiti maggiori: Fratelli d’Italia e Partito Democratico.
È questo il paradosso. L’emendamento voluto dalla destra potrebbe essere salvato anche da una parte della sinistra. Dentro il Pd non mancano parlamentari territorialmente forti, in particolare nell’area proveniente dalla minoranza bonacciniana, che vedrebbero nelle preferenze una polizza contro il potere delle segreterie. Fratelli d’Italia conta perciò su un possibile “soccorso rosso”, mentre il gruppo dirigente democratico evita di intestarsi la battaglia e lascia al Movimento 5 Stelle la proposta delle preferenze senza capilista bloccato.
Dietro questa schermaglia si trova una riforma molto più ampia. Lo Stabilicum introduce un sistema proporzionale, assegna un premio del 55-57 per cento dei seggi alla coalizione che supera il 42 per cento dei voti e impone l’indicazione del candidato alla presidenza del Consiglio. Sono previsti anche il voto per i fuori sede domiciliati da almeno nove mesi lontano dalla residenza e la riduzione delle circoscrizioni estere.
L’obiettivo dichiarato è la governabilità. Quello politico è favorire una coalizione di centrodestra che, pur divisa tra più partiti, conserva un’identità riconoscibile. Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia litigano, ma appartengono alla stessa famiglia. Il centrosinistra, invece, continua a presentarsi come una somma di culture, interessi e veti reciproci. Il proporzionale consente alla destra di contarsi separatamente e poi riunirsi. Alla sinistra offre spesso l’occasione di dividersi prima e litigare dopo.
La legge elettorale, però, non crea una classe dirigente, non sostituisce una visione e non trasforma automaticamente una minoranza sociale in una maggioranza politica. Può premiare la coesione e amplificare la frammentazione, ma non corregge ciò che manca nei partiti.
Le preferenze possono riavvicinare eletti ed elettori, ma non sono una formula magica. Possono restituire rappresentanza ai territori oppure riaprire il mercato delle clientele. Dipende dalla qualità dei candidati, dalla forza delle istituzioni e dalla capacità dei partiti di selezionare persone credibili.
Il resto è la solita sartoria parlamentare. Si cambia il taglio, si allunga il premio, si stringono le liste, si apre uno spiraglio alle preferenze. Poi si promette che questa volta l’abito durerà per sempre. Ma in Italia le leggi elettorali passano di moda più rapidamente delle cravatte dei parlamentari: solo il nodo rimane tale.



