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Credere

«Nella mia azienda economia ed etica vanno a braccetto»

23/11/2017  Un terzo dei dipendenti di Carlo Colombino è straniero: «Anche il lavoro deve favorire l’integrazione. Chi pensa solo al fatturato ha il fiato corto: al centro di ogni attività c’è l’uomo».

«Si deve cambiare il mondo, non ci sono alternative. Anzi, non basta cambiarlo, dobbiamo salvarlo. E dobbiamo farlo adesso». L’incontro con Carlo Colombino, titolare − con il fratello − di un’azienda che si occupa di riciclare i rifiuti provenienti dall’edilizia, è racchiuso in questa frase che pronuncia con l’entusiasmo di un ragazzino. «Lo pensavo negli anni Settanta, lo penso ancora oggi. Anzi, ora l’urgenza è maggiore».

Carlo Colombino ci parla nel suo ufficio a La Loggia, nella cintura sud di Torino, circondato da scavatrici al lavoro e camion carichi di detriti che fanno la spola dai grandi cantieri sparsi nel torinese. «Siamo una sessantina di dipendenti, divisi tra questa azienda e altre due delle quali condividiamo la proprietà con altri soci». Carlo è figlio di imprenditori: la sua azienda, la Cavit, è nata nel 1966, anche se l’attività di famiglia è iniziata prima della guerra. Scavano, demoliscono, riciclano. Soci della Compagnia delle opere (associazione di imprenditori nata nel solco di Comunione e liberazione, ndr), da tre anni Colombino fa anche parte di Aipec, Associazione italiana imprenditori per un’economia di comunione, legata a doppio nodo con il Movimento dei Focolari. «Perché sono credente e perché sono convinto che la sintesi tra economia, impresa, etica e solidarietà non sia un’utopia. Lo facevano i nostri nonni, lo faceva anche mio padre».

UN “CRISTIANO NORMALE”

Erano gli anni Sessanta e a Torino arrivavano centinaia di migliaia di immigrati dal sud Italia e dal Veneto. C’era il boom economico e la Cavit aveva bisogno di assumere personale. «La maggior parte degli operai non parlava nemmeno italiano, solo dialetto. Venivo qui, ero un ragazzino e conoscevo l’Italia. Mi piaceva. Certo, un po’ di sconcerto all’inizio, poi ho scoperto degli amici». Si stava insieme, si condivideva il lavoro, ma anche le difficoltà di un’integrazione complicata, in una realtà nella quale era facile trovare lavoro, ma molto difficile trovare casa. Cinquant’anni dopo, la storia si ripete e un terzo dei dipendenti della Cavit non sono italiani: arrivano dall’Est Europa e dall’Africa, spesso con storie terribili alle spalle. Anche il posto di lavoro può e deve favorire l’integrazione.

Carlo Colombino, 60 anni, ha moglie e tre figli, e una storia di fede fatta di piccoli e saldi tasselli. «A vent’anni facevo l’animatore in parrocchia, a Nichelino, nella chiesa Regina mundi». Nichelino, in pochi anni, da paese è diventata una delle cittadine più densamente popolate della cintura torinese. «Due sacerdoti su tutti mi hanno segnato: don Paolo Gariglio e don Carlo Chiomento. Non ho mai fatto parte di movimenti ecclesiali, tra di noi dicevamo che eravamo di c.n. ovvero “cristiani normali”». A Torino, intanto, si sparava nelle strade e c’era un posto di blocco della polizia a ogni respiro. E la scuola? «Andavo dai padri barnabiti a Moncalieri. C’erano parecchi figli di industriali, era un ambiente ovattato, ovviamente di scioperi e assemblee non si parlava, ma le domande che la società si faceva arrivavano anche lì». E la risposta era: cambiamo il mondo. «Sì, lo penso ancora oggi che non sono più studente, ma imprenditore. Nel nostro, anzi, nel mio piccolo posso e devo fare qualcosa. Mi occupo di attività estrattiva, di riciclo di materiali, ho delle responsabilità verso l’ambiente, il territorio nel quale vivo. Questo lavoro posso farlo bene o meno bene, provo a farlo al meglio».

LAVORARE PER IL BENE, OLTRE L’UTILE

  

Ovviamente fare al meglio qualcosa che puoi fare anche solo “bene” significa spendere di più e rinunciare a degli utili, una follia in termini economici. «Papa Francesco ha scritto la Laudato si’, finalmente la Chiesa accende i fari sui temi ambientali. Il mondo va salvato, siamo sull’orlo del precipizio. La gente, compresi gli imprenditori, non guarda al di là del proprio naso. Non ce lo possiamo più permettere».

Carlo Colombino è molto attivo nelle associazioni imprenditoriali di categoria, ha la classica agenda dove trovare spazio non è facilissimo. Riesce a dedicare spazio alla preghiera? Sorride e apre il cassetto della scrivania. «Qui ho il breviario, la Bibbia e un libro in lettura», ed estrae Il Regno di Emmanuel Carrère, edito da Adelphi. «Le buone letture servono, soprattutto in certi frangenti: qualche anno fa la crisi ha colpito duramente anche qui. Mio fratello e io eravamo di fronte a una scelta: salviamo l’impresa o le singole persone? Abbiamo messo in mobilità alcune persone, abbiamo parlato con loro, cercato le soluzioni meno dolorose ma è stato drammatico, inutile negarlo, da non dormire di notte. Mi chiedo ancora oggi se abbiamo fatto tutto ciò che potevamo».

Il confronto con la realtà, a volte, è impietoso. «Sono un credente alla ricerca, non posso che definirmi così. Il Gesù che sento più vicino è quello del discorso della montagna, semplice ed efficace. Credo nel contagio positivo delle idee. L’impresa che pensa solo al fatturato, ai numeri, ha un futuro con il fiato corto: al centro di ogni attività c’è l’uomo».

LA PAROLA CHIAVE: ECONOMIA DI COMUNIONE

Una cultura economica improntata alla gratuità e alla reciprocità: sono questi i capisaldi dell’Economia di comunione (EdC), ideata da Chiara Lubich nel maggio 1991. Mentre si trovata a San Paolo, in Brasile, la fondatrice dei Focolarini constatò che la comunione dei beni praticata nel Movimento fino ad allora non era stata sufficiente nemmeno per quei brasiliani, a lei così prossimi, che vivevano momenti d’emergenza. «Qui dovrebbero sorgere delle aziende i cui utili andrebbero messi liberamente in comune con lo stesso scopo della comunità cristiana: prima di tutto aiutare quelli che sono nel bisogno, offrire loro lavoro. Poi gli utili serviranno anche a sviluppare l’azienda e le strutture della cittadella, perché possa formare uomini nuovi. Una cittadella così, qui in Brasile, con questa piaga del divario tra ricchi e poveri, potrebbe costituire un faro e una speranza», fu il suo pensiero. L’Edc prese velocemente piede. Attualmente coinvolge 811 imprese fra Europa (463, di cui 263 in Italia), America latina (220), Africa (84), America del Nord (26) e Asia (18).  A imprenditori, lavoratori e consumatori è chiesto uno stile di vita alternativo a quello dominante nel sistema capitalistico. Concretamente si tratta di promuovere una «cultura del dare», come diceva Lubich, e concepire le imprese come vocazione e servizio al bene comune.
Per saperne di più: www.edc-online.org.

Foto di Matteo Montaldo

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