Sarà per quell’aria da bravo ragazzo in gamba, sapientemente bilanciato tra istituzioni e barricate, grillismo duro e puro e grillismo di Palazzo ma l’idea di vedere Luigi Di Maio candidato premier per il Movimento 5 Stelle non è più (forse) fantascienza o, come diceva il diretto interessato solo un anno fa, “roba da fantacalcio”. A giudicare dalle reazioni dei suoi colleghi di partito (ops, movimento), forse stavolta il gran capo fa sul serio. «Maledetto sei il leader», è il sasso lanciato qualche giorno fa da Beppe Grillo nella conferenza stampa al Senato sul reddito di cittadinanza rivolgendosi proprio a Di Maio, deputato cittadino e vicepresidente della Camera.

29 anni, campano di Pomigliano d’Arco, papà missino e poi dirigente in quota An («Mi spiace ma non me la sento di votarti», gli disse all’inizio dell’avventura politica del figlio), elegantemente incravattato dal primo giorno di legislatura in mezzo ai tanti descamisados pentastellati, mai stato di sinistra in quella che era la “Stalingrado del Sud” ma piuttosto cattolico («Il movimento non ha un’ideologia. Per me conta ciò che avviene sul territorio. Quando sposiamo una battaglia, spesso troviamo già sul campo parroci e movimenti cattolici. E in molti casi collaboriamo», disse ad Avvenire).
 Non è la prima volta che Beppe Mao (copyright Dagospia) tesse le lodi del giovane delfino. «Io imparo sempre da Di Maio, anche quando sta zitto», sentenziò una volta prima di affidargli il compito, insieme ai capigruppo Buccarella e Brescia, di trattare col Pd sulla legge elettorale. Vista la malaparata (competition is competition, anche nel movimento dove “uno vale uno”), i colleghi si sono affrettati a smorzare, smentire, sopire. «Di Maio è come tutti gli altri; è bravissimo, ha un talento naturale ma nel Movimento come lui ce ne sono tantissimi altri», ha detto l’altro membro del direttorio Roberto Fico.

«Il M5s», s’è affrettato a precisare il senatore Cioffi, «ha un fondamento: non c'è nessuno che comanda; non puoi e non devi identificare il Movimento in un capo, neppure Grillo lo è mai stato».
E si chiama fuori, per ora almeno, anche lo stesso Di Maio: «Sono d'accordo, quella di Beppe era una battuta: non c'è in ballo nessuna investitura da leader, né tanto meno una presunta candidatura alla presidenza del Consiglio». Sarà. Ma quando c’era da mostrare, per tattica o strategia, il volto dialogante e istituzionale e uscire dallo splendido isolamento chi ci ha messo la faccia per i grillini? Lui, Di Maio. Che ha saputo guadagnarsi stima e credibilità come vice della Boldrini, sbattendo fuori dall’Aula, se necessario, i suoi compagni di partito (otto su tredici delle espulsioni decise da lui).
E che adesso nei sondaggi (particolare non proprio trascurabile) vola più alto dello stesso Grillo per quell’appeal rassicurante. Forse perché più di ogni altro, Di Maio ha saputo e sa limare le asperità delle origini e gestire con precisione l’algida tecnica parlamentare che è poi il metodo per incidere e portare a casa qualcosa di concreto. E se, da un lato, ipotizza una app per permettere ai cittadini di controllare chi entra ed esce da Montecitorio ecco che, nel bel mezzo del dibattito sulla fiducia al governo Renzi, il 25 febbraio 2014, tra il ribollire dell'indignazione grillina, il premier sornione scambia alcuni bigliettini proprio con lui: «Caro Luigi, scusa l’ingenuità, ma voi fate sempre così? Mi ero fatto l’idea che potessimo confrontarci. Ma è così oggi per esigenza di comunicazione o è sempre così ed è impossibile confrontarsi? Giusto per capire». E poi, ancora: «Se vedi occasioni reali di dialogo nell’interesse dei cittadini (…) fammi sapere. So che parli con Giachetti, se ti va bene utilizziamo lui come contatto. Se ci sono cose fattibili insieme, alla luce nel sole, nell’interesse degli italiani, io ci sono». Di Maio rispose picche, ma con irresistibile aplomb.

Piace pure al “popolo del web”, leggi gli attivisti pentastellati. Su Facebook sono nati gruppi ad hoc, “Di Maio premier” e “Di Maio presidente del consiglio”, e pure sulla sua bacheca Facebook e sul blog dello stesso Grillo molti militanti lo vedrebbero bene a Palazzo Chigi. E questa, per il M5s, vale forse più di un’investitura del capo…
Intanto, gli ex del M5S che hanno lasciato in polemica con la mancanza di democrazia interna del Movimento, confluiranno alla Camera nella formazione di Pippo Civati, nata dalla scissione del deputato milanese dal gruppo Pd, per formare un gruppo unico.