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«Mio prossimo non è solo il mio simile, ma tutto ciò che “è con me”, ogni “altro fratello” che mi permette di esistere sulla faccia della terra. Sono le piante, le erbe, gli umili vegetali, l’aria che mantengono la vita sulla terra. Il mio prossimo, diceva Gandhi, è tutto ciò che vive».
Padre Ermes Ronchi, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, sottile predicatore e volto televisivo di Raiuno dove ha commentato il Vangelo festivo nel programma A sua immagine, declina così il tema del Festival Biblico 2015 “Custodire il Creato, coltivare l’umano” di cui ha offerto un assaggio teologico nell’anteprima di aprile dialogando con la scrittrice Marina Marcolini.
Secondo il Logos biblico, cosa viene prima? La custodia e la cura del Creato o quella del prossimo, del fratello?
«Creato e fratello, natura e prossimo, perché separarli? Per San Francesco non è così: sole e luna, terra e acqua, fuoco e vento, sono i fratelli e le sorelle minori di un’unica famiglia. La mia comunità è planetaria e cosmica: “intessuti nelle nostre vite”, sostiene la teologa Elisabeth Johnson, “sono il puro fuoco delle stelle e i geni delle creature marine, e tutti, assolutamente tutti, sono parenti nello splendido arazzo dell’essere”. Noi diciamo natura o creato e subito pensiamo all’ambiente: paesaggi, fiumi e torrenti, cime e oceani, animali e piante. Ma la prima natura siamo noi, la persona, io stesso. La prima cura va rivolta alla mia natura, a questo impasto, questo miracolo di polvere cosmica e fiato divino che è l’uomo. Allora intuisco nuove potenzialità nel comandamento “ama il prossimo come te stesso”. Mio prossimo chi è? Mio prossimo non è solo il mio simile, ma tutto ciò che “è con me”, ogni “altro fratello” che mi permette di esistere sulla faccia della terra. Sono le piante, le erbe, gli umili vegetali, l’aria che mantengono la vita sulla terra. Il mio prossimo, diceva Gandhi, è tutto ciò che vive. Allora il comandamento si dilata: Ama la natura come il tuo prossimo, ama la terra come ami te stesso».
In Genesi 2,15 si legge che Dio pose l’uomo nel giardino dell’Eden affinché «lo coltivasse e lo custodisse». Cosa significa? Questi due azioni possono essere separate?
«Custodire da un nemico, che la bibbia chiama “deserto”, e coltivare per la fioritura, sono inseparabili. Custodire il creato e coltivare l’umano non sono due questioni diverse, ma due aspetti della stessa. Meglio è parlare di custodia e coltivazione della vita. Promuovendo la vita sulla terra, l’uomo promuove la propria vita. Facendo fiorire la terra fa fiorire se stesso. Perché lo coltivasse. La traduzione letterale è: “affinché lo servisse”. Il verbo adottato da Genesi è lo stesso che definisce il servizio liturgico al tempio, il ruolo sacerdotale: il servire Dio. Coltivare la terra equivale a rendere culto a Dio. Gli ebrei non hanno cominciato con la liturgia! Il tempio è venuto in un secondo momento, è fondamentale capire questo. Gino Girolomoni, padre dell’agricoltura biologica in Italia, scriveva: “la terra è la mia preghiera”. Come scrive David Turoldo: "Perché è Dio che nei prati fiorisce, / si espande, dilaga e poi torna a fiorire. / Questo solo è peccato, / origine di ogni altro errare / il non aver saputo che la terra è di Dio / che egli è nel cuore delle cerve / e sotto le ali delle rondini».
Per l’uomo di oggi cos’è più difficile: il coltivare o il custodire?
«L’urgenza per oggi e domani è probabilmente custodire, difendere. La vita è sotto attacco oggi, in tutta la sua complessa rete di interrelazioni. Riparare gli errori e curare le ferite, con umiltà e compassione, non è meno cruciale che allargare i confini e creare bellezza. Nella preghiera eucaristica una intercessione, che è una sintesi eccezionale, strepitosa, unisce i due verbi: “Padre, che per mezzo di Gesù Cristo e nella potenza dello Spirito Santo fai vivere e santifichi l’universo”. Dio non solo fa vivere l’uomo, ma l’universo; non solo immette vita, ma semina santità in tutto ciò che esiste. Santifica la terra, le stelle, l’acqua. Nasce così una nuova venerazione. Le creature non sono sante perché ricevono l’acqua benedetta, ma sono degne di ricevere l’acqua benedetta perché sono sante».
Ma per l’uomo, ognuno di noi, è possibile distruggere anche costruendo o ricostruendo?
«Purtroppo è vero. Ma se l’uomo riconosce che le cose hanno tutte la stessa origine, il cuore di Dio; che hanno tutte lo stesso destino, il cuore di Dio, allora cammina nel mondo con passo leggero, con l’atteggiamento di uno sposo. Diciamo che la terra è fragile e che perciò bisogna prendersene cura. Ma non è così. La terra non è un animaletto fragile: è forte e fertile (M. Marcolini). Non ha bisogno di noi per mantenere i suoi cicli vitali. Noi apparteniamo alla terra, ma la terra non appartiene a noi. Se non abbiamo coscienza di questo possiamo fare molti danni. L’uomo può essere angelo o satana della terra».
Perché Dio, nella Bibbia, attraverso l’invito a “coltivare” chiama l’uomo a “collaborare” con lui all’opera della Creazione? Davvero Dio ha bisogno dell’uomo, degli uomini?
«Il modo di creare di Dio è straordinario: crea la luce ma non annienta le tenebre; pianta un giardino ma non annulla il deserto, non converte il mare di sabbia in un mare d’erba. La creazione del Signore consiste nell’avviare processi, iniziare percorsi, in cui opera in sinergia con l’uomo. Non basta aspettarci leggi o rivoluzioni se noi non cominciamo a creare nuove relazioni con le creature, le cose, la produzione, il consumo, con questa economia che uccide, come dice papa Francesco. Un nuovo arcobaleno deve essere creato, un nuovo trattato di pace e di cura con tutto ciò che vive, a partire dalla rivolta del cuore. Lo splendido enigma di agape: “chi ama il suo prossimo salva se stesso, chi custodisce la vita d’altri custodisce la propria, chi ama la terra ama se stesso”, è così bello perché presidia la soglia di una civiltà dell’amore. È pieno di creature, lì. Lì sta il discepolo, con un cuore e una fede che il poeta e mistico persiano, Rumi esprime così: “ecco io carezzo la vita perché profuma di Te!”».
Padre Ermes Ronchi, frate dell’Ordine dei Servi di Maria, sottile predicatore e volto televisivo di Raiuno dove ha commentato il Vangelo festivo nel programma A sua immagine, declina così il tema del Festival Biblico 2015 “Custodire il Creato, coltivare l’umano” di cui ha offerto un assaggio teologico nell’anteprima di aprile dialogando con la scrittrice Marina Marcolini.
Secondo il Logos biblico, cosa viene prima? La custodia e la cura del Creato o quella del prossimo, del fratello?
«Creato e fratello, natura e prossimo, perché separarli? Per San Francesco non è così: sole e luna, terra e acqua, fuoco e vento, sono i fratelli e le sorelle minori di un’unica famiglia. La mia comunità è planetaria e cosmica: “intessuti nelle nostre vite”, sostiene la teologa Elisabeth Johnson, “sono il puro fuoco delle stelle e i geni delle creature marine, e tutti, assolutamente tutti, sono parenti nello splendido arazzo dell’essere”. Noi diciamo natura o creato e subito pensiamo all’ambiente: paesaggi, fiumi e torrenti, cime e oceani, animali e piante. Ma la prima natura siamo noi, la persona, io stesso. La prima cura va rivolta alla mia natura, a questo impasto, questo miracolo di polvere cosmica e fiato divino che è l’uomo. Allora intuisco nuove potenzialità nel comandamento “ama il prossimo come te stesso”. Mio prossimo chi è? Mio prossimo non è solo il mio simile, ma tutto ciò che “è con me”, ogni “altro fratello” che mi permette di esistere sulla faccia della terra. Sono le piante, le erbe, gli umili vegetali, l’aria che mantengono la vita sulla terra. Il mio prossimo, diceva Gandhi, è tutto ciò che vive. Allora il comandamento si dilata: Ama la natura come il tuo prossimo, ama la terra come ami te stesso».
In Genesi 2,15 si legge che Dio pose l’uomo nel giardino dell’Eden affinché «lo coltivasse e lo custodisse». Cosa significa? Questi due azioni possono essere separate?
«Custodire da un nemico, che la bibbia chiama “deserto”, e coltivare per la fioritura, sono inseparabili. Custodire il creato e coltivare l’umano non sono due questioni diverse, ma due aspetti della stessa. Meglio è parlare di custodia e coltivazione della vita. Promuovendo la vita sulla terra, l’uomo promuove la propria vita. Facendo fiorire la terra fa fiorire se stesso. Perché lo coltivasse. La traduzione letterale è: “affinché lo servisse”. Il verbo adottato da Genesi è lo stesso che definisce il servizio liturgico al tempio, il ruolo sacerdotale: il servire Dio. Coltivare la terra equivale a rendere culto a Dio. Gli ebrei non hanno cominciato con la liturgia! Il tempio è venuto in un secondo momento, è fondamentale capire questo. Gino Girolomoni, padre dell’agricoltura biologica in Italia, scriveva: “la terra è la mia preghiera”. Come scrive David Turoldo: "Perché è Dio che nei prati fiorisce, / si espande, dilaga e poi torna a fiorire. / Questo solo è peccato, / origine di ogni altro errare / il non aver saputo che la terra è di Dio / che egli è nel cuore delle cerve / e sotto le ali delle rondini».
Per l’uomo di oggi cos’è più difficile: il coltivare o il custodire?
«L’urgenza per oggi e domani è probabilmente custodire, difendere. La vita è sotto attacco oggi, in tutta la sua complessa rete di interrelazioni. Riparare gli errori e curare le ferite, con umiltà e compassione, non è meno cruciale che allargare i confini e creare bellezza. Nella preghiera eucaristica una intercessione, che è una sintesi eccezionale, strepitosa, unisce i due verbi: “Padre, che per mezzo di Gesù Cristo e nella potenza dello Spirito Santo fai vivere e santifichi l’universo”. Dio non solo fa vivere l’uomo, ma l’universo; non solo immette vita, ma semina santità in tutto ciò che esiste. Santifica la terra, le stelle, l’acqua. Nasce così una nuova venerazione. Le creature non sono sante perché ricevono l’acqua benedetta, ma sono degne di ricevere l’acqua benedetta perché sono sante».
Ma per l’uomo, ognuno di noi, è possibile distruggere anche costruendo o ricostruendo?
«Purtroppo è vero. Ma se l’uomo riconosce che le cose hanno tutte la stessa origine, il cuore di Dio; che hanno tutte lo stesso destino, il cuore di Dio, allora cammina nel mondo con passo leggero, con l’atteggiamento di uno sposo. Diciamo che la terra è fragile e che perciò bisogna prendersene cura. Ma non è così. La terra non è un animaletto fragile: è forte e fertile (M. Marcolini). Non ha bisogno di noi per mantenere i suoi cicli vitali. Noi apparteniamo alla terra, ma la terra non appartiene a noi. Se non abbiamo coscienza di questo possiamo fare molti danni. L’uomo può essere angelo o satana della terra».
Perché Dio, nella Bibbia, attraverso l’invito a “coltivare” chiama l’uomo a “collaborare” con lui all’opera della Creazione? Davvero Dio ha bisogno dell’uomo, degli uomini?
«Il modo di creare di Dio è straordinario: crea la luce ma non annienta le tenebre; pianta un giardino ma non annulla il deserto, non converte il mare di sabbia in un mare d’erba. La creazione del Signore consiste nell’avviare processi, iniziare percorsi, in cui opera in sinergia con l’uomo. Non basta aspettarci leggi o rivoluzioni se noi non cominciamo a creare nuove relazioni con le creature, le cose, la produzione, il consumo, con questa economia che uccide, come dice papa Francesco. Un nuovo arcobaleno deve essere creato, un nuovo trattato di pace e di cura con tutto ciò che vive, a partire dalla rivolta del cuore. Lo splendido enigma di agape: “chi ama il suo prossimo salva se stesso, chi custodisce la vita d’altri custodisce la propria, chi ama la terra ama se stesso”, è così bello perché presidia la soglia di una civiltà dell’amore. È pieno di creature, lì. Lì sta il discepolo, con un cuore e una fede che il poeta e mistico persiano, Rumi esprime così: “ecco io carezzo la vita perché profuma di Te!”».





