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domenica 17 febbraio 2019
 
Cos'è la "Pastorale di Strada"?
 
Credere

Don Filippo Cappelli: «Io, prete di strada, sulle due ruote per Gesù»

24/01/2019  È riuscito a fare delle sue passioni – le moto, il calcio e il cinema – altrettanti canali per annunciare il Vangelo. Ora la Cei gli ha chiesto di lavorare alla “pastorale di strada”

Don Filippo Cappelli, classe 1976, è stato ordinato il 28 giugno 2014. Così si racconta: «Dopo una vita passata a cercare, fra lo sport, la musica e il lavoro, un senso che fosse adatto a me, finalmente il mio cuore ha trovato quiete nella vocazione al sacerdozio. Prima di entrare in seminario e ottenere il baccalaureato in teologia, mi sono laureato al Dams (Discipline delle arti, della musica e dello spettacolo) e in filosofia. Mi sono anche diplomato al Centro sperimentale di cinematografia. Infine, fra marzo e luglio prossimi, dovrei discutere la tesi in psicologia».

Giornalista pubblicista, collabora da anni con il settimanale diocesano Corriere Cesenate, scrivendo di cinema e di calcio. Insegna religione al liceo Monti e all’istituto tecnico Garibaldi-Da Vinci. Da qualche mese don Filippo è stato chiamato da don Gionatan De Marco, direttore dell’Ufficio nazionale della Cei per la pastorale del tempo libero, turismo e sport, per coordinare il tavolo di lavoro per la pastorale della strada. L’obiettivo è promuovere iniziative che coinvolgano coloro che vivono la strada per volontà e non per lavoro, in particolare i motociclisti.

Don Filippo, oltre alla parrocchia, lei ha una Harley Davidson 1200 e almeno altre due forti passioni,  il calcio e il cinema. Come riesce a conciliare tutto questo?

«Come tutti quelli che hanno un lavoro, la famiglia e altre passioni. Direi che chi ama non sente la fatica. O perlomeno, questa passa in secondo piano. È chiaro che il compito principale è la cura di una comunità numerosa come quella di Budrio di Longiano (in provincia di Forlì-Cesena, ndr), ma non vedo competizione fra le varie passioni. Tutto concorre al bene. Se da una parte il cinema è un buon aggancio per la catechesi e l’approccio culturale alla modernità, la passione per la motocicletta è un buon modo per entrare in contatto con i giovani e il loro desiderio di libertà. Per questo motivo ne ho due: una Harley, più agile. E una più ingombrante, una Triumph Rocket III, una touring da 2300 cavalli. Il calcio è una passione che ho avuto fin da piccolo. A 16 anni, visto che non avrei sfondato come calciatore, sono diventato arbitro. Ho sempre seguito il Cesena e, nei miei anni romani, i colori biancocelesti della Lazio».

La pastorale di strada con i motopellegrinaggi, la Messa e la benedizione di moto e motociclisti hanno un senso? Sono anche queste periferie?

«Credo che oggi la fede stessa debba stare in periferia. Anche perché le chiese sempre più vuote ci interrogano sul senso della pastorale e sui nuovi terreni da battere. Forse la fine della pastorale di massa permette di curare di più e meglio gli incontri personali, le strette di mano, gli abbracci sinceri. Ritengo fondamentale, nel mio approccio con la gente, poter avere un po’ di tempo per salutare tutti, uno a uno, chiedendo della famiglia, dei figli, dei sogni, dei desideri. Chi possiede una moto pesante come la Triumph Rocket III impara a sue spese che deve parcheggiare sempre in piano o in salita, mai con il davanti rivolto in discesa. Altrimenti non la muovi più dal cavalletto. Quindi: puntare in alto e muoversi sempre, senza mollare mai».

Un buon programma…

«In questi anni qualcuno ha deciso di sposarsi dopo lunghi periodi di convivenza. Qualcun altro ha chiesto l’accesso ai sacramenti. Qualcuno mi invita a casa per una cena insieme, anche solo per confrontarci, per null’altro. Ma il desiderio rimane, e non conta quanta benzina metti nel serbatoio. Solo Dio può colmare quel desiderio. Per questo, quando metto il giubbotto di pelle, sto sempre attento che fra le chiusure lampo si veda il colletto. Vado in moto e mi piace, ma lo faccio da prete. Si tratta di un segno, un messaggio. Significa che non basteranno tutte le strade del mondo a colmare quella voglia di libertà di senso e di gioia che ho. Con Gesù sul sellino posteriore tutto ha un sapore diverso. Pieno».

Il cinema piace ai ragazzi e anche a lei. È anche questo un mezzo adeguato per trasmettere la fede?

«Che il cinema sia un luogo di trasmissione per la fede è ormai evidente. Il cinema vive di due categorie, l’immagine e la parola, fondamentali anche nella teologia. Un mezzo eccezionale per colpire l’attenzione degli studenti e degli adulti. È un modo per me per coinvolgere i ragazzi di diverse classi e abituarli alla responsabilità e all’analisi di sé. Scrivono molto di ciò che vivono e amano. Così cerco di educarli a scrivere attraverso le immagini. È un modo per prenderne le distanze, parlare di sé in terza persona, provare a possedere uno sguardo il più possibile oggettivo. Giudicarsi. Ne sono nati anche degli ottimi corto e mediometraggi, scritti, diretti e interpretati dagli studenti stessi, a seconda delle varie sensibilità».

Don Filippo, parliamo di calcio, della curva del Cesena e della tribuna stampa…

«Per il calcio la passione c’è sempre stata, e giornalista lo sono da vent’anni. Da questa stagione seguo le partite in modo un po’ più professionale. Visti i miei commenti pubblicati su Facebook, mi è stato chiesto di scrivere per una rivista online e per il settimanale diocesano che ha aperto una rubrica ad hoc “Sul filo del fuorigioco”. Mi sembrano occasioni simpatiche che vivo, comunque, in maniera leggera. A volte il calcio è caricato di troppe aspettative. Manca la serenità».

In parrocchia, le Messe celebrate da don Filippo sono molto partecipate e i bambini che frequentano il catechismo arrivano anche dai territori confinanti. Come vive un parroco queste situazioni?

«Credo che tutto stia nel rapporto che si riesce a creare. Come carattere sono positivo, un “difetto” che constato in molti sacerdoti. Visti i tanti profeti di sventura in politica, in economia e nella società, credo sia importante non dimenticare che seguire Cristo significa vivere nella gioia. Sì, certo, c’è anche la croce di cui ognuno si deve fare carico. E c’è il mistero del male, del peccato. Il dramma del Venerdì santo deve essere letto alla luce del silenzio del Sabato santo, ma anche della letizia e dello stupore della Pasqua».

Infine, don Filippo, qual è l’ultimo pensiero di ogni giornata? E il primo al risveglio?

«Come ogni innamorato, prima del sonno si sogna l’amore e al mattino lo si riabbraccia di nuovo. Non si scappa. L’amore per Gesù. E il suo amore verso di me. Che sia motocicletta, stadio, cinema o altra attività, tutto quello che affronto è con amore».

Foto di Fabio Boni

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