PHOTO
La lunga fila, dove si percepisce un senso di attesa, è simile a quello dell’incontro imminente con una rockstar. Si tratta però dello scrittore Emmanuel Carrère, certo un autore celebre, letto e venduto ben oltre i confini francesi, e – a quanto pare – amatissimo anche in Italia. Ieri sera, al Teatro Dal Verme, ha fatto letteralmente sold out per raccontare, intervistato da Marco Missiroli, il suo ultimo libro, Kolchoz (Adelphi). La fila iniziava alla fine di Foro Bonaparte, il teatro era strapieno, tanti i giovani e giovanissimi, e su uno schermo gigante, all’interno, campeggiava il volto iconico dello scrittore francese.
C’è chi ha prenotato online – l’ingresso era gratuito – e chi spera, inutilmente, di trovare posto all’ultimo. Molti stringono libri già letti, pronti per il firmacopie, senza sapere che sarà possibile farne firmare soltanto uno. Regole ferree, necessarie davanti a un entusiasmo che, come osserva Missiroli, rende l’Italia «il paese dove Carrère suscita più interesse». Lui sorride e risponde: «Se avessi dovuto scegliere il paese in cui avere più successo, sarebbe stato sicuramente l’Italia».


La lunga fila per assistere alla presentazione dell'ultimo romanzo di Emmanuel Carrère Kolchoz (Adelphi) inizia in Foro Bonaparte a Milano
L’atmosfera è quella di un concerto, ma le parole riportano subito alla sostanza della sua scrittura, sospesa tra storia e intimità. «La guerra in Ucraina ha cambiato il mio rapporto con la Russia», confessa, spiegando come le vicende geopolitiche si siano intrecciate con quelle personali, fino alla morte della madre. «La Russia è un affare di famiglia», aggiunge, ricordando le sue radici.
Al centro del racconto del suo ultimo romanzo c’è infatti la figura materna, Hélène Carrère d'Encausse, nata Zourabichvili, figlia di genitori aristocratici, una famiglia fiorente sotto gli zar e ridotta in povertà dalla rivoluzione bolscevica, cresciuta in un monolocale della banlieue a Parigi, poi divenuta grande storica. Prima donna alla guida dell’Académie française, sua segretaria perpetua per oltre vent’anni, è scomparsa nel 2023 a 94 anni. Una donna potente, «molto intimidatoria», capace però di trasmettergli «la passione per la letteratura». Una madre difficile, ammette, ma decisiva. «Quando siamo bambini amiamo i nostri genitori, crescendo li giudichiamo, e poi – con un po’ di fortuna – li perdoniamo» spiega citando Oscar Wilde.
Ed è proprio dentro questa educazione sentimentale e culturale che si inserisce una delle pagine più vivaci della serata: la diatriba domestica tra Lev Tolstoj e Fëdor Dostoevskij. «Nella mia famiglia», racconta Carrère, «si praticava un culto assoluto di Dostoevskij». La madre, anzi, lo introduce precocemente al figlio: «Mi comprò L’idiota quando avevo tredici anni, e ne prese due copie per leggerlo insieme a me».
Tolstoj, invece, era guardato con sospetto, quasi con disprezzo: «Si diceva che fosse uno scrittore sopravvalutato, che impressionava solo gli imbecilli». Un giudizio netto, che il giovane Carrère accoglie docilmente, senza metterlo in discussione. Finché, anni dopo, accade qualcosa che ribalta tutto. «Anni dopo, mio zio che condivideva queste stesse opinioni, in piena notte mi chiamò, io avevo circa trent'anni, lui una cinquantina, dicendo: "Sai cosa sto facendo? Sto leggendo Guerra e Pace e tu domani mattina vai, ti compri Guerra e Pace e vedrai cosa ti succederà”. «E ho visto», dice Carrère, «e Guerra e pace è diventato per me il più grande romanzo in assoluto».


In coda all'ingresso del teatro Dal Verme a Milano
Da quel momento, la gerarchia familiare si incrina. «È iniziato il declino della stella di Dostoevskij, mentre pian piano sorgeva il sole di Tolstoj». Ma il discorso non resta letterario: si fa storico, quasi politico. Dostoevskij, osserva Carrère, «rappresenta il meglio e il peggio della Russia»: la profondità dell’animo umano, ma anche «una forma di isteria», una tensione che oggi sembra riecheggiare nella Russia contemporanea. «In un certo senso», aggiunge, «la Russia di oggi è il trionfo di Dostoevskij, e non è una cosa che ci possa consolare».
La letteratura, dunque, come chiave per leggere il presente. E anche come eredità familiare, terreno di confronto e di crescita. Non a caso, Carrère riconosce che il passaggio da lettore a scrittore è stato naturale, quasi inevitabile: «Non ho mai desiderato fare nient’altro».
Il titolo stesso del libro affonda in questa memoria condivisa. «Facevamo “kolchoz” da piccoli», racconta: un termine preso dal lessico sovietico della madre per indicare il ritrovarsi tutti insieme nel suo letto, un gesto di intimità domestica. Un’immagine che ritorna, molti anni dopo, negli ultimi giorni della sua vita, quando la famiglia si stringe attorno a lei in hospice.
E così, tra storia e affetti, tra grandi romanzi e piccoli gesti quotidiani, il racconto di Carrère trova la sua unità. Anche con una frase, semplice e definitiva, che resta come un’eredità luminosa a un figlio che a scuola non eccelleva: «Mia madre diceva che finché si legge va tutto bene».






