Non si chiamano più «questioni controverse», ma «questioni emergenti». La Segreteria Generale del Sinodo ha pubblicato la prima parte del rapporto finale del Gruppo di studio 7, che si è occupato dei criteri di selezione dei candidati all'episcopato, e del Gruppo 9 che, invece, si è confrontato sulle metodologie per affrontare, come scrivono, «le questioni emergenti» che riguardano in particolare l’esperienza delle persone omosessuali e la non violenza attiva. Nel primo documento, quello sul ministero episcopale, si sottolinea che la scelta di un vescovo deve essere dettata da un autentico processo di discernimento ecclesiale, guidato dallo Spirito Santo e radicato nella preghiera e nell'ascolto.
Questo discernimento deve coinvolgere la Chiesa locale, i vescovi della provincia o della Conferenza episcopale e il nunzio apostolico, chiamato ad avere un profilo sinodale e missionario. In vista della nomina di un nuovo vescovo, inoltre, il documento suggerisce di coinvolgere il Consiglio presbiterale e il Consiglio pastorale per suggerire nomi di candidati ritenuti più idonei. Tra le novità anche la consultazione più ampia che include laici, religiosi, giovani e rappresentanti dei più poveri. I nuovi vescovi devono avere, si legge, «competenze sinodali», conoscenze delle culture locali e capacità di costruire comunione e di promuovere il dialogo. Dopo questa prima pubblicazione il Gruppo continuerà ad approfondire la figura del vescovo e la sua funzione giudiziaria, oltre che l’importanza delle visite ad limina.

Più delicato il lavoro del Gruppo 9. Il testo parte dal «principio di pastoralità» precisando che l’annuncio cristiano deve aver presente le persone concrete e la loro esperienza. Per la prima volta trova spazio un’esperienza concreta di omosessualità laddove il documento riporta la voce di un cattolico americano sposato con un migrante che frequenta la parrocchia: «La mia sessualità non è una perversione, un disturbo o una croce; è un dono di Dio. Ho un matrimonio felice e sano e sto vivendo pienamente la mia vita da cattolico apertamente gay», si legge nel testo pubblicato dalla segreteria del Sinodo.

L’uomo ricorda di essersi avvicinato all’associazione Courage, che «spingendo alla terapia riparativa, provocava l'effetto di disintegrare fede e sessualità». Secondo la testimonianza, invece, grazie a un «matrimonio felice» c’è stata una riscoperta della fede». Ogni volta che si sente scoraggiato «dall'omofobia o dalla transfobia nella Chiesa» l’uomo torna alla sua parrocchia locale. «È facile arrabbiarsi con una Chiesa istituzionale che sembra non conoscermi. È molto più difficile arrabbiarsi con i miei fratelli cattolici che amo e che mi amano», insiste. Insieme con la testimonianza americana viene riportata anche quella di un credente omosessuale portoghese che ricorda di essere stato capito da sua madre, ma non dalla Chiesa che «oscilla tra accoglienza e peccato». Prima l'amore genitoriale e poi l’incontro con la Comunità di Vita Cristiana (CVX) hanno costituito un punto di svolta per una autoaccettazione e un recupero della propria dignità riuscendo a trovare conforto nello «sguardo amorevole di Dio». «La mia sessualità non definisce la mia vita, ma è una parte intrinseca di me; senza riconoscerla, non posso essere completa», si legge nella testimonianza.

Il documento del Sinodo ammette che è «impervio coniugare la fermezza nella dottrina e l'accoglienza pastorale» e che «le posizioni polarizzate ritenute inconciliabili danno luogo da una parte a sofferenze profonde, lacerazioni personali ed esperienze di marginalità o vite parallele per le persone omosessuali credenti e dall'altra, nella vita della Chiesa, determinano conflitti, contrapposizioni e controversie apparentemente insanabili, tra chi ribadisce i principi inderogabili in nome della verità e chi, seppure in forme diverse, accentua le esigenze della comprensione e dell'amore misericordioso».

Per quanto riguarda la non violenza, invece, il rapporto cita l'esempio di un movimento giovanile serbo che contribuì alla caduta pacifica del regime di Slobodan Milosevic. «Sentivamo di dover rifiutare quella via degli omicidi, poiché ci avrebbe tenuti nello stesso schema e avrebbe perpetuato il ciclo di violenza da cui volevamo fuggire. Così abbiamo tratto ispirazione da altrove, da Gandhi e Martin Luther King, dal People Power nelle Filippine e da Solidarność in Polonia», testimoniano i membri del movimento Otpor. «Parlavamo alle persone piuttosto che urlare contro le istituzioni. Non ci limitavamo a contrapporre il movimento al regime, con un semplicistico “noi siamo buoni, Milosevic è cattivo”, chiedendo ai cittadini di sostenerci. No, il nostro messaggio a loro, a tutti noi in realtà, era: in che modo noi, come cittadini, abbiamo perpetuato questa situazione, attraverso le nostre azioni o la nostra inazione? E cosa possiamo fare per cambiarla?». Ancora oggi, sostiene un attivista di Otpor, «traggo ispirazione da quei giorni e sono convinto del potere della non violenza, non solo nel suo valore etico, ma anche in quello politico e strategico».

Sia per quanto riguarda la questione dell’omosessualità che della non violenza il dossier non offre conclusioni definitive, ma chiede di riconoscere e promuovere il bene presente nelle esperienze umane, cogliendo l'azione di Dio nella storia. «L'esperienza delle persone omosessuali credenti e quella di non violenza attiva da parte di persone e associazioni in situazioni di guerra sono i due ambiti relativamente ai quali sono state ascoltate testimonianze concrete con l’intento di fornire un aiuto perché le singole comunità e la Chiesa tutta si facciano carico in prima persona dell’impegno a riconoscere e promuovere il bene con cui Dio agisce nella storia e nell’esperienza delle persone», si legge nel documento. Ed è «questa la ragione per cui il Gruppo non offre pronunciamenti conclusivi ma ad esse rinvia. Sono infatti proprio le testimonianze il punto di partenza per piste di discernimento etico-teologico e domande aperte».