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Don José Tolentino Mendonça: L’amicizia è un cammino per la pace

18/05/2017  «Davanti all’emergenza delle migrazioni serve una svolta: l’altro, che tante volte vediamo come una minaccia, è una possibilità di crescita», sottolinea il sacerdote e poeta portoghese

Conversare con don José Tolentino Mendonça, teologo, vicerettore e docente all’Università cattolica di Lisbona, nonché poeta e narratore, è quasi come viaggiare: non torni mai come sei partito, come recita un proverbio cinese. Portoghese, nato nell’isola di Madeira, la terra dei fiori, abita e lavora nella capitale, Lisbona: «È un territorio di frontiera, vecchia città d’Europa che si apre all’ignoto: forse anche questo è il suo fascino».

Don Tolentino Mendonça racconta delle storie e le storie arrivano al cuore più di decine di frasi dotte. «Abbiamo un gran bisogno di racconti: sono modi di conoscenza più efficaci, sono fatti del tessuto del vissuto, creano dei meccanismi di identificazione e ci coinvolgono interamente, cervello, cuore, memoria, inconscio. Si può dire che raccontare storie ha una funzione spirituale. Non è un caso che la Bibbia sia un magnifico serbatoio di storie! Pensiamo alle parabole, alle tante storie di vita quotidiana, con personaggi che hanno sorrisi e lacrime. Noi, tramite loro, possiamo dire: “Sono io il cieco, sono io Zaccheo! La Samaritana? Sono io! La Bibbia è una storia incarnata».

A inizio maggio il sacerdote ha partecipato a Fare la pace. Bergamo Festival e chiuderà il Festival biblico di Vicenza, che quest’anno ha come titolo Felice chi ha la strada nel cuore. Nei suoi libri ha parlato tanto di amicizia come cammino per la pace. «L’amicizia è una prerogativa umana che ci accompagna da sempre, è la capacità di accogliere e ascoltare l’altro nella sua diversità. Guardando alla storia del mondo sappiamo già che i grandi momenti di pace furono in larga misura frutto di amicizie. Allora l’amicizia non è solo una questione affettiva, diventa una questione politica: dobbiamo impegnarci per portare la riflessione su di essa al centro della vita delle nostre città. L’amicizia è una miniera di pensieri, progetti, storie, che possono ispirare nuovi modi di concepire il mondo e di costruire l’atteggiamento verso l’altro. L’altro, che tante volte vediamo come una minaccia, invece è una possibilità, un’ipotesi di crescita».

NUOVE FORME DI CONVIVENZA

Una riflessione tanto più importante ora dal momento che, con la tragedia dei profughi e dei migranti, siamo quotidianamente messi di fronte “all’altro da noi”. «Viviamo in un momento di emergenza storica: emergenza perché ogni giorno la realtà ci chiede risposte superiori alle capacità che possediamo. Quello che ci fa più paura è capire che il nostro modo di vivere non regge più, perché non risponde ai bisogni attuali. Siamo a un crocevia storico, abbiamo bisogno di nuovi paradigmi di costruzione sociale: penso che l’amicizia possa servire di aiuto per arrivare a nuove forme di stare insieme. Ricordo, per esempio, la proposta di papa Francesco affinché ogni comunità cristiana accolga una famiglia di profughi: questa è l’amicizia che si fa vera accoglienza».

L’amicizia è anche un viaggio verso l’altro: «Il vero viaggio che ci salva non è intorno a noi stessi ma verso l’alterità, perché il rapporto con l’altro è sempre la possibilità di una relazione che ci apre il cuore. Ci fa accettare la diversità: io resto io e tu resti tu, differenti ma amici», riprende il sacerdote. «Il Festival biblico è un’iniziativa stupenda, è un modello di evangelizzazione perché pone il Vangelo al centro della città. Le curiosità e le domande delle persone risuonano non solo dentro le chiese ma nelle piazze. Quando si sta all’aperto uno si espone e nell’esposizione c’è la sorpresa della rivelazione: oggi si tende invece a diffondere la cultura della paura dell’altro, da cui ci difendiamo, costruiamo muri, non ponti. È proprio della struttura della piazza aprirsi all’ascolto di tutte le voci interiori».

«Abbiamo costruito esperienze religiose con troppi muri: un convento, un monastero, una parrocchia e i suoi muri e la sua autosufficienza. E per questo paghiamo un costo in solitudine e in poca efficacia missionaria», disse Tolentino a un convegno. Talora anche la stessa parrocchia, che dovrebbe essere luogo di accoglienza, può diventare un fortino. «Papa Francesco molte volte ha ripetuto che il grande peccato della Chiesa è l’autoreferenzialità. Una critica da prendere sul serio. Perché la Chiesa parla troppo di se stessa e poco di Cristo, si interessa troppo delle sue questioni interne e poco della vita degli uomini e del mondo. Una parrocchia, un convento, un monastero dovrebbero essere antenne, sonde che catturano la voce del mondo. Talvolta le nostre comunità sono sorde, hanno dimenticato questa risorsa di vita che è l’incontro con l’altro, e con l’altro più fragile, più malato, più bisognoso». Hanno dimenticato Gesù Cristo, il Vangelo, tocca riandare – come suggerisce Tolentino – al capitolo 25 del Vangelo di Matteo: «Il Signore ci domanda: “Dov’eri tu quando io avevo fame e sete, quando ero in prigione, quando avevo bisogno di aiuto? Dov’eri? Questa è una domanda ardente, incancellabile. Dobbiamo recuperare una capacità di attenzione alla realtà che non abbiamo più e, nell’incontro con l’altro, riconoscere Cristo nel mezzo della storia, altrimenti il mondo diventerà un luogo di silenzio».

PER UN VANGELO DEI PICCOLI

  

Quest’anno si celebra il centenario delle apparizioni di Fatima, dove il Papa si è recato come un pellegrino. «Fatima ha come protagonisti i più piccoli. Allora Fatima è il Vangelo dei bambini: ci chiede di essere come bambini, di avere un cuore semplice, fiducioso, capace di vivere il Vangelo delle piccole cose, è la traduzione del Vangelo nella vita quotidiana. I tre pastorelli sono il simbolo di tutti noi, che invece a volte siamo troppo sofisticati, efficienti e dimentichiamo che il Vangelo arriva sempre in una sorta di infanzia spirituale. Fatima è specchio del pontificato di Francesco, proprio in questa sfida permanente a vivere in una semplicità ed essenzialità che avvicina la fede alla terra, al cammino. La fede ha i piedi sulla terra. Chi non conosce Fatima pensa che sia un luogo che rappresenta una visione conservatrice e antica del mondo, ma in realtà è un ospedale da campo, è un territorio aperto, dove le persone giungono con le proprie ricerche interiori, con le loro domande a volte problematiche, e trovano un’accoglienza spirituale che viene soprattutto dall’accoglienza della Madonna, uno sguardo che non giudica nessuno ma guarda ognuno come figlio. E Fatima è un luogo aperto. C’è una cappellina e una grande piazza, non c’è un controllo di chi entra ed esce ma un traffico silenzioso di anime che arrivano, un mistero che si accende proprio in quel silenzio».

FESTIVAL BIBLICO 2017. «FELICE CHI HA LA STRADA NEL CUORE»

Dal 18 al 28 maggio, in venti città delle province di Vicenza, Verona, Padova, Rovigo e Trento, torna il Festival biblico. L’edizione numero 13, dal titolo Felice chi ha la strada nel cuore (traduzione non letterale del salmo 84), ha per tema il viaggio nelle sue numerose declinazioni, reali e metaforiche. «Vivere non è necessario,ma se vuoi vivere è necessario viaggiare», è il motto, già caro agli antichi romani, che ripetono oggi gli organizzatori.  In dieci giorni il Festival propone 170 incontri tra conferenze, spettacoli ed esperienze culturali, coinvolgendo 200 fra artisti e relatori. Per la prima volta lo staff di direzione è guidato da una donna, Roberta Rocelli: «Il Festival ha il compito di attualizzare la Bibbia per tradurla nella vita quotidiana». Si prevedono circa 35 mila presenze, mentre i volontari coinvolti sono duecento. Come ogni anno il Festival biblico nasce dalla collaborazione fra la Società San Paolo la diocesi di Vicenza. Per informazioni: www.festivalbiblico.it.

Foto di Fabrizio Annibali

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