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giovedì 29 giugno 2017
 
"prete scomodo"
 

Don Lorenzo Milani e l’esilio di Barbiana

01/12/2016  Intervista a Michele Gesualdi, uno dei ragazzi del “prete scomodo”, che in un libro rievoca la figura del sacerdote innamorato di Dio, dei poveri e della Chiesa

È uno dei sei ragazzi che ha vissuto un’esperienza unica accanto a don Lorenzo Milani. L’ha conosciuto bene come prete e maestro, ma anche come uomo e padre. Per anni, come presidente della Fondazione Don Milani, ha dato la parola direttamente al priore di Barbiana, pubblicando e divulgando i suoi scritti. Ora, per la prima volta, Michele Gesualdi parla direttamente di don Milani, attingendo al prezioso scrigno dei tanti ricordi che s’è tenuto gelosamente dentro, per rispetto al suo “maestro”.
E lo fa con uno straordinario libro, L’esilio di Barbiana (edito dalla San Paolo), con rivelazioni inedite sulla vita di don Milani. Ma anche sulle mille sofferenze che l’amore infinito che aveva per il Vangelo, i poveri e la Chiesa gli hanno procurato dentro e fuori la sua stessa comunità ecclesiale. Un profeta incompreso e avversato, che oggi si prende una rivincita sulle tante falsità e cattiverie patite, con un crescendo di interesse per la sua opera e il suo insegnamento. Quella “cattedra del niente” ha varcato i confini di uno sperduto e sconosciuto paesino dell’Appennino. E ci interpella su temi cari a don Milani, oggi forse ancora più attuali, come se il tempo si fosse fermato.

Come spiega – chiedo a Michele Gesualdi – questo “miracolo di Barbiana”? Qual è il suo segreto?

«Don Lorenzo trovò nell’esilio di Barbiana la povertà e l’emarginazione più profonda, se ne fece carico con dedizione e amore straordinario. Non come opera di carità, ma come impegno di vita volto a combattere le cause che feriscono gli ultimi, perché l’ingiustizia sociale offende Dio e gli uomini. L’elemosina umilia chi la riceve e gratifica chi la elargisce. Chi ama veramente i poveri, invece, si batte ogni giorno per rimuovere le cause che provocano emarginazione sociale e umiliazione. Era questo un punto fermo nel suo insegnamento».

Come si poneva don Lorenzo Milani nei confronti della società del nostro Paese?

«A 17 anni mi mandò un anno in Germania per perfezionare la lingua tedesca. All’inizio ero reticente, “Devi andare per imparare a dominare più lingue straniere possibile”, mi disse, “e diventare un giorno eurosindacalista. Dopo manderò anche gli altri e se fallisci te, mi fallisce la scuola”. L’obiettivo del suo insegnamento era renderci cittadini consapevoli capaci di lottare contro le ingiustizie sociali. La sua era una scelta di parte totale, da rivendicare direttamente nella responsabilità di ministro evangelico. Una posizione che difendeva con forza e fermezza, una scelta tutta religiosa che non fu capita né fuori e né dentro la Chiesa. Dirà al giovane comunista Pipetta: “Quando avremo sfondato insieme la cancellata del ricco, quel giorno ti tradirò e tornerò nella tua casa piovosa e puzzolente a pregare per te di fronte al mio Signore crocifisso”. Questo il vero segreto che ha consentito a don Lorenzo di parlare molto lontano sia come tempo sia come luogo: l’amore sconfinato per i poveri. Oggi il segno della sua autenticità si intravede nella sproporzione tra l’esiguità di Barbiana e l’incidenza che ha avuto nel mondo».

La Chiesa non ha colto la “profezia” di don Milani. Anzi, l’ha esiliato e avversato in ogni modo, e non ha accettato la sua eredità. Sono passati anni perché fosse riabilitato. E solo nel 2014, con papa Francesco, è venuto meno il divieto di pubblicare il suo famoso libro Esperienze pastorali. C’è il rischio di celebrare don Milani, appropriandosi di qualche suo slogan, senza averne compreso a fondo l’insegnamento?

«L’esilio di Barbiana non è stato un errore momentaneo ma, come dimostro nel libro, una volontà precisa che lo ha colpito per tutta la vita, anche dopo, nel tentativo di chiudergli la bocca e uccidere il suo modo di fare apostolato. Con lui non è stata tenera neppure la Magistratura, che lo ha processato per la sua difesa all’obiezione di coscienza e condannato per apologia di reato. Non da meno, ampi strati della società civile che l’hanno insultato e strumentalizzato in modo feroce. Oggi che si è affermato come autentico servitore di Dio e che con le sue idee e denunce si è imposto tra i più lucidi innovatori della società, il clima è cambiato. Molti hanno compreso quanto la mancanza di interesse personale renda onesti e lucidi nella ricerca della verità e onorano don Lorenzo recandosi, da pellegrini e in punta di piedi, nel suo eremo. Altri invece lo celebrano non per servirlo ma per servirsene oppure, anche tra i sacerdoti, mostrano di esaltarlo ma gli sono lontanissimi con l’esempio di vita. I poveri che sono stati accolti da don Lorenzo giudicano severamente i primi. Gli altri, sarebbe bene si ricordassero che è difficile seppellire il martirio se non si ha uno stile di vita coerente con i valori indicati da colui che si vuol celebrare. Papa Francesco, eliminando dopo 56 anni la condanna a Esperienze pastorali, ha abbracciato davvero don Lorenzo e la sua attività pastorale».

Il cuore dell’opera di don Milani è stata la scuola. Attraverso un’educazione che insegnava a vivere e a riscattarsi da una condizione di inferiorità ed emarginazione, ha dato ai suoi ragazzi la possibilità di entrare da protagonisti nella società per cambiarla. Crede che la lezione di Lettera a una Professoressa sia stata accolta dalla scuola odierna o molti alunni restano ancora indietro?

«La scuola di don Lorenzo indicava ai ragazzi sempre obiettivi nobili e alti per cui studiare. Non si lasciava mai nessuno indietro. Se un ragazzo si fermava veniva preso per mano e portato al livello degli altri per riprendere il cammino insieme. Purtroppo la scuola di Stato indica obiettivi molto più individualistici. I ragazzi hanno dentro corde straordinarie: se riusciamo a far vibrare quelle giuste si impegnano straordinariamente, se invece si toccano quelle sbagliate mandano tutto al diavolo e si perdono. Tocca in primo luogo alla scuola e alla famiglia far vibrare le corde giuste, oggi poi che sono moltiplicati i cattivi maestri: droga, violenza e, se mal usati, Internet e telefonini. E lo Stato anziché aiutare i bravi maestri, e ce ne sono tanti, ha spesso prodotto riforme lontane dalla lezione di Lettera a una Professoressa mentre, con qualche ipocrisia, emana francobolli per ricordare Barbiana. Purtroppo la scuola è ancora selettiva e la dispersione altissima. Continua a colpire le nuove e tante Barbiana del mondo che hanno solo cambiato luogo e colore della pelle».

A don Milani hanno appiccicato tante etichette: “prete di sinistra”, “prete rivoluzionario”, “prete contestatore”, “prete eccentrico”, “prete sovversivo”. Ma gli hanno detto anche di peggio, sia da parte del mondo laico sia da parte della Chiesa: qual è la migliore defiˆnizione da parte di chi l’ha conosciuto davvero a fondo?

«Don Lorenzo era un prete, un prete che ha vissuto la sua vocazione con autenticità e dedizione assoluta. Era fedelissimo alla sua Chiesa, guai a chi gliela toccava: “Io nella Chiesa ci sto per i sacramenti, non per le mie idee”, diceva, “e ubbidisco subito per non perderli, perché valgono infinitamente più delle mie idee”. Oppure: “Amo la mia carissima moglie Chiesa molto più di quando la incontrai la prima volta”. Lui parlava chiaro al suo vescovo, non per contestarne la funzione, ma perché avrebbe voluto un impegno diverso a favore degli ultimi. Era un sacerdote rigorosissimo e di grande fedeltà. Tutte le scelte dopo la conversione le ha fatte come prete, per servire Dio e la Chiesa».

L’amore per i poveri e l’impegno per la giustizia sono alla base della vocazione di don Milani, come cristiano e come prete. Disse d’aver amato più i poveri che Dio stesso. Secondo lei, una scelta evangelica così radicale è presente nella Chiesa d’oggi?

«Papa Francesco si muove su questa strada, ogni giorno ci ricorda le scelte di povertà e accoglienza nei confronti dei più bisognosi. Sta sicuramente stimolando tutta la Chiesa a vivere questi valori con impegno e coerenza».

Crede che don Milani sarebbe piaciuto a papa Francesco? In che cosa sono simili tra loro?
 
«Papa Francesco sarebbe piaciuto molto a don Lorenzo, tra i due noto diverse affinità. Prima di tutto la scelta verso i poveri e il comune riferimento alla figura e all’esempio di san Francesco. Un anno, su disegno del Priore realizzammo un mosaico di vetri colorati. Rappresentava un fraticello, ad altezza naturale, che studia nel prato, vestito con saio e sandali francescani. Anche don Lorenzo portava quei sandali con plantari ritagliati da un copertone e tenuti da due strisce di cuoio. “Lo abbiamo fatto in vostro onore”, disse a noi ragazzi, “che conducete una vita da fraticelli di clausura”. Quel mosaico lo mise in chiesa a Barbiana, dove si trova tutt’ora. Sorprendono poi le definizioni che entrambi danno di loro stessi: papa Francesco spesso chiede di pregare per lui “peccatore” a cui il Signore “ha rivolto lo sguardo”. Don Lorenzo si confessava spessissimo per essere ripulito dai suoi peccati. Partiva spesso da Barbiana, alle 6 del mattino, e camminava 40 minuti nel bosco per confessarsi nella parrocchia più vicina. “La scuola insegna a capire la realtà”, ha dichiarato pubblicamente Bergoglio, “e se uno ha imparato a imparare rimane una persona aperta alla realtà. Lo insegnava anche un grande educatore italiano, che era un prete, don Lorenzo Milani.” A Barbiana si imparava facendo e si apprezzava la scuola. Papa Francesco con queste parole ha invitato ad amare la scuola come veniva fatta dal prete Lorenzo Milani. Sono entrambi educatori capaci di valorizzare le piccole cose nel grande progetto che guida Dio. Sarebbe bello se papa Francesco con il suo stile semplice si recasse a Barbiana, profonda periferia d’Italia, per dire una preghiera sulla tomba di don Lorenzo».

A cinquant’anni dalla morte di don Milani, quale “seme di speranza” vorrebbe che rifiˆorisse per la società e per la Chiesa da quella dura terra di Barbiana?

«Intanto vorrei che Barbiana restasse luogo di pensiero e preghiera. Come Fondazione Don Lorenzo Milani continuiamo a contrastare ogni tentativo di trasformarla in luogo di scampagnate e curiosità turistiche per mantenerla povera e austera come ai tempi di don Lorenzo. Una povertà che parla, racconta la sofferenza e il riscatto. Il seme della speranza seminato da don Lorenzo è teso ancora oggi a colmare la differenza tra i primi e gli ultimi, i ricchi e i poveri, i colti e gli incolti, la fame e lo spreco, la guerra e la pacifica convivenza. Ingiustizie e sofferenze che si stanno allargando e che devono essere combattute con l’impegno personale e la responsabilità di ognuno».

Lei ha ancora una “montagna di memorie” su don Lorenzo Milani che, nonostante le pressioni di sua fiˆglia Sandra, continua a tenere riservate nella sfera dell’anima. Possiamo sperare che, prima o poi, ceda alle insistenze di sua ˆfiglia per una prossima condivisione di quell’immenso patrimonio che è stata l’esperienza di Barbiana?

«Resto convinto che don Lorenzo si conosca ascoltandolo direttamente, per questo per molti anni dopo la sua morte l’ho fatto parlare. Raccogliendo e pubblicando le lettere postume, poi rendendo noti i carteggi ai sacerdoti e altri suoi scritti o interventi inediti. Questo ha consentito di spazzare ogni ombra su di lui e imporlo per l’autentico uomo di Dio che ha servito la sua Chiesa con coerenza e fedeltà attraverso la cura dei suoi poveri. Oggi è per tanti punto di riferimento nella Chiesa, nella scuola, nella società. È la prima volta che parlo direttamente di lui e l’ho fatto per rispondere alla domanda ricorrente dei ragazzi delle scuole che salgono sempre più numerosi con i loro insegnanti a Barbiana. Impressionati dalla scarsezza e inagibilità del luogo e dai messaggi che da là sono partiti chiedono: “Ma perché lo hanno scacciato lassù per tappargli la bocca?”. I ragazzi meritavano una risposta. Poi il lavoro ha assunto una valenza più ampia e articolata e mi auguro che possa aiutare a far conoscere meglio il don Lorenzo prete, uomo, maestro e padre. È vero, dei tredici anni trascorsi a Barbiana accanto a lui avrei tante altre cose da raccontare e non escludo di farlo in futuro. Senza però intaccare i sentimenti e gli affetti personali che appartengono alla sfera dell’anima e che, soprattutto nei confronti dei familiari, si desidera conservare per sé. Come fanno con me i miei figli, compresa Sandra».

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