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Credere

Don Pierluigi Di Piazza. Grazie ai migranti possiamo convertirci

21/09/2017  Venticinque anni fa ha fondato il Centro Balducci: da allora il sacerdote accompagna famiglie straniere nel cammino d’integrazione. «L’incontro con gli altri e la parola di Dio ci mettono in discussione»

«Vivendo in questo piccolo laboratorio di convivenza nella diversità, che è il Centro Balducci, sono sempre più convinto che le migrazioni siano una grande provocazione per la convivenza umana, anzi sono proprio la questione centrale di oggi, che richiede un cambio di mentalità, pena trasformare il nostro mondo in un conflitto senza fine». Corruga la sua spaziosa fronte don Pierluigi Di Piazza mentre si sforza di interpretare la stringente e drammatica attualità dell’immigrazione, tema politico-sociale in cima all’agenda dei governi di tutto il globo. Lo fa attraverso le lenti di quella quotidianità che lui stesso, da quasi trent’anni, vive con i suoi volontari nella piccola parrocchia di Zugliano, cinque chilometri da Udine.

Era il febbraio del 1988 quando bussarono alla porta della canonica tre ghanesi, chiedendo un tetto sulla loro testa. Anche per don Pierluigi, come fu per tanti “preti-profeti” che hanno costellato la storia recente della Chiesa italiana − uno per tutti don Luigi Ciotti −, sono le necessità impellenti dei fratelli più sfortunati a indirizzare la missione. Aprendo la porta della sua casa a quei ragazzi, infatti, l’oggi quasi 70enne sacerdote originario di Tualis di Comeglians, in alta Val Degano, diede una svolta definitiva al suo sacerdozio e alla sua stessa vita: la canonica, ristrutturata con i soldi della ricostruzione del terremoto del 1976, diventerà di lì a poco il nucleo da cui nascerà il Centro Balducci.

UNO SPAZIO DI CONVIVENZA

Nel settembre del 1992, infatti, cinque mesi dopo la morte per incidente stradale di padre Ernesto Balducci a Cesena, vedrà la luce l’associazione che gestisce il Centro. Nel frattempo si ampliano sempre più gli spazi per gli ospiti (oggi una cinquantina) e cresce il numero di volontari che, insieme a due religiose − suor Ginetta e suor Marina della Congregazione della Sacra famiglia di Verona −, animano questo spazio di convivenza. Nato, come sottolinea don Pierluigi, «per ripensare daccapo un nuovo modo di agire, di produrre, di consumare, di vivere».

UN VALORE IMPARATO A CASA

  

Come ci racconta citando tanti episodi dell’infanzia, è stata la sua povera famiglia della Carnia a trasmettere a lui e al fratello Vito l’intuizione di aprire la propria casa allo straniero. «Papà, calzolaio, considerava al primo posto l’amicizia, la solidarietà e non i soldi. Mamma era una donna di relazione, sempre disponibile ad aiutare tutti gratuitamente. Prima che morisse le chiesi: “Secondo te dove è nato il Centro Balducci?”, lei mi rispose con un sorriso. Sapevamo bene tutti e due che è nato a Tualis, a casa nostra, lassù in montagna».  

All’ospitalità di rifugiati e profughi si affianca un’intensa attività culturale nell’adiacente sala polifunzionale Monsignor Luigi Petris, che ospita molte conferenze durante l’anno e che culmina nell’annuale congresso di settembre, anniversario della fondazione dell’associazione. «I relatori, come le famiglie che accogliamo, ci rimandano al mondo, alle lontane comunità da cui vengono, e ci parlano di come sta questo mondo, pieno di ingiustizie, violenze, dittature, oppressioni... Ma ci interrogano anche sulla dimensione della diversità, denunciano che noi occidentali siamo stati educati a considerare come mondo solo il nostro, mentre gli altri mondi li abbiamo sempre considerati inferiori e trattati di conseguenza».

Il riferimento ideale del Centro è, ovviamente, a padre Balducci: «Quando lui rifletteva sulla conquista dell’America latina da parte degli europei, sosteneva che è stato l’inizio della nostra morte, oltre che di quella degli indigeni. Riteneva che non abbiamo mai incontrato veramente l’indio ma solo noi stessi, con la nostra volontà di potenza e di dominio. E completava la sua riflessione dicendo che le caravelle dopo secoli stanno tornando proprio con loro, gli indios...». Balducci parlava dell’«uomo planetario», cioè dell’uomo tout court, l’unico uomo amato e salvato da Dio. «Ogni distinzione sociologica, razziale, religiosa e così via divide il mondo, separa gli uomini tra loro». È sulla base di questa convinzione che don Di Piazza è entrato in dialogo, scrivendoci insieme un libro, con Margherita Hack, astrofisica dichiaratamente non credente (Io credo, Edizioni Nuovadimensione).  

Passeggiando per il cortile don Pierluigi racconta le storie di queste famiglie ospitate e accompagnate quotidianamente dai volontari nel loro cammino di integrazione: dal tortuoso processo di riconoscimento giuridico del loro status presso le autorità statali ai corsi di italiano che frequentano. «Questi fratelli hanno una cultura molto diversa dalla nostra, che va rispettata e accettata anche in quegli aspetti che ci appaiono più lontani. E lo stesso chiediamo noi a loro per una dilatazione reciproca delle identità».

ACCOGLIENZA E INTEGRAZIONE

«Noi italiani abbiamo il merito di salvare tante vite in mare, anche se il numero dei morti è sempre impressionante, ma non riusciamo a progettare un piano di cooperazione, iniziando a  rompere le complicità con gli Stati oppressivi e guerrafondai e predisponendo percorsi di accoglienza significativi. La situazione che si sta verificando nell’ultimo periodo è molto preoccupante: la diminuzione degli arrivi sembra portare a un cinico sollievo perché non si pensa alla drammatica condizione dei lager in Libia dove vengono rinviati. Sono decisioni politiche che portano disumanità e a cui sono del tutto contrario. Perché non mettere in atto i corridoi umanitari? Perché, poi, si impiegano tanti mesi per dare una risposta ai profughi? Con il contributo che si dà loro per tanti mesi non si possono aumentare le commissioni territoriali e ridurre il tempo di attesa?». E questa non è l’unica domanda: «La recente bocciatura della legge dello ius soli ci dice che la politica è incapace di guardare culturalmente a quello che sta accadendo nel mondo. Chi prima difendeva i “valori non negoziabili” sulla vita oggi è orgoglioso di avere fatto fallire questa legge, peraltro molto moderata. Mi chiedo: c’è differenza tra vita e vita?».

Il Centro Balducci non guarda solo al suo ombelico ed estende il suo aiuto ad altre esperienze di solidarietà, verso altri luoghi del pianeta e agli stessi poveri dell’Italia. «Ognuno è chiamato a una profonda conversione, radicando la propria vita nella parola di Dio. A volte rischiamo di rifugiarci nella chiesa “della religione” o nelle “radici cristiane”. Se da un lato queste esistono, dall’altro però questa visione rischia di farci da schermo contro le altre civiltà, soprattutto se il discorso viene strumentalizzato a fini politici».

PICCOLI GESTI CONCRETI

  

Occorre una conversione pratica, come dice il sacerdote con schiettezza tutta montanara: «Deve portare a gesti concreti, anche piccoli, che confermano nella vita questo cambiamento. È la prossimità che completa la conversione». Non un “vogliamoci bene” a basso prezzo né un modaiolo avvolgersi nella bandiera della pace, ma un cammino personale che costa rinunce ma che alla fine ripaga. «Come ci insegna il Vangelo guardando alla morte di Gesù: dentro la nostra morte pulsa la vita di Cristo».

Foto di Beatrice Mancini

IL TESTIMONE: PADRE ERNESTO BALDUCCI

Inaugurato nel settembre del 1992, il Centro è stato intitolato a padre Ernesto Balducci, morto nell’aprile precedente. Di Balducci, sacerdote degli Scolopi, si ricorda soprattutto la relazione profonda con il Vangelo e la sua profezia su «l’uomo planetario», ovvero «privo di barriere che impediscono all’uomo di essere fratello all’uomo e specialmente all’uomo più diverso, più disprezzato». Nel 1963, anno dell’enciclica Pacem in terris, padre Balducci fu condannato dal tribunale di Firenze per aver difeso il giovane Giuseppe Gozzini, primo cattolico ad aver fatto obiezione di coscienza e quindi incarcerato. Accusato anche da molti ambienti cattolici, padre Balducci fu condannato a otto mesi di reclusione con la condizionale. La sofferenza non fu vana: nove anni dopo, nel 1972, anche grazie a questa battaglia civile, fu riconosciuto in Italia il diritto all’obiezione di coscienza e introdotto il servizio civile alternativo.

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