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venerdì 20 ottobre 2017
 
Nel 1990 nacque la legge sull’export di armi
 

«Dopo 25 anni dalla 185, legge aggirata e svuotata»

12/07/2015  Era il 9 luglio 1990, quando una straordinaria mobilitazione della società civile (la campagna “Contro i mercanti di morte”) portò alla norma 185/1990 che disciplinava le esportazioni belliche italiane, la più restrittiva al mondo. Dopo un quarto di secolo, il bilancio è preoccupante: pochissima trasparenza nelle relazioni al Parlamento. Quanto ai nostri “clienti”…

Anniversario amaro per la legge 185/90, cioè quella che ha disciplinato le esportazioni militari italiane, proibendo, tra l'altro, la vendita di armi a Paesi in stato di conflitto e introducendo un rigido sistema di autorizzazioni e controlli.

Questo strumento normativo, da sempre considerato all'avanguardia, ha appena compiuto 25 anni, ma un rapporto della Rete Italiana Disarmo rivela che in testa agli acquirenti di prodotti bellici made in Italy ci sono Paesi tra i più “caldi” al mondo, dal Medio Oriente al Nord Africa.

E la trasparenza nelle comunicazioni al Parlamento, uno dei presupposti della legge, è da tempo diventata una chimera.

È il 9 luglio 1990 quando, dopo una straordinaria mobilitazione della società civile (da ricordare la campagna “Contro i mercanti di morte”), le Camere danno il via libera alla legge "Nuove norme sul controllo dell'esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento". Finiscono gli anni dell'export selvaggio e senza regole. La legge, una tra le più restrittive a livello mondiale, introduce precisi paletti: vietato vendere armi a Paesi in stato di conflitto armato, a Paesi la cui politica contrasti col ripudio della guerra sancito dalla nostra Costituzione, a Paesi sotto embargo delle forniture belliche da parte delle Nazioni Unite e dell'Unione Europea, a Paesi responsabili di accertate gravi violazioni alle Convenzioni sui diritti umani, a Paesi che, ricevendo aiuti dall’Italia, destinino al proprio bilancio militare risorse superiori alle esigenze di difesa.

Non solo: le ditte esportatrici devono chiedere un'autorizzazione al Ministero degli Esteri e i destinatari possono essere solo Governi o imprese da questi autorizzate.

Altra nota dolente: la mancanza di trasparenza

Nei primi anni dopo l'entrata in vigore, questo rigoroso impianto normativo ha dato buoni risultati. Ma col tempo il sistema sembra aver iniziato a cedere sotto il peso di interessi miliardari, come rivelano i dati a dir poco inquietanti.

«I numeri non mentono», sottolinea Giorgio Beretta, analista di Opal (Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere) Brescia. «Se nel quinquennio 2005-2009 l’area di maggior vendita delle armi italiane è stata l’Unione Europea, in quello successivo il primato è invece andato al Medio Oriente e al Nord Africa, regioni tra le più turbolente del globo». In queste zone, negli ultimi cinque anni, le vendite autorizzate sfiorano i 5 miliardi di euro.

Nel periodo 1990-2014 la triste “top 12” dei Paesi destinatari di armi italiane vede ai primi posti Stati Uniti e Gran Bretagna, seguiti a ruota da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Scorrendo la lista si incontrano vari Stati “problematici” dal punto di vista delle tensioni interne e internazionali: Malesia, Algeria, India e Pakistan.

«Se poi ci limitiamo agli ultimi cinque anni», osserva ancora Beretta, «ai primi posti ci sono Algeria, Arabia Saudita ed Emirati Arabi, con il solo inserimento degli onnipresenti Stati Uniti al terzo posto. È chiaro dunque in che direzione stiano andando gli affari dell’esportazione militare italiana».

Altra nota dolente: la mancanza di trasparenza. La legge 185/90 impone al Governo di presentare alle Camere una relazione annuale relativa alla compravendita di sistemi d'arma. Peccato che questo strumento sia stato progressivamente svuotato di senso, fino a diventare quasi inutilizzabile.

Lo ha sottolineato in più occasioni il coordinatore della Rete Italiana Disarmo Francesco Vignarca: «Molti dati vengono forniti solo in forma aggregata, altri sono scomparsi del tutto: diventa, cioè, sempre più difficile ricostruire con chiarezza quali siano i sistemi d'arma esportati, quali i Paesi destinatari e quale il ruolo delle banche». Più passa il tempo, più «le relazioni diventano corpose, ma i pochi dati veramente essenziali affogano in un mare di minuzie, sigle e tabelle per addetti ai lavori». C'è da rimpiangere le relazioni dei governi Andreotti, «che se non altro avevano il pregio della chiarezza».

Ecco perché, secondo la Rete Disarmo, l'anniversario della legge 185/90 dovrebbe essere l'occasione per un profondo ripensamento: «Al Governo chiediamo di ripristinare la trasparenza per una gestione più responsabile delle vendite di armi».

Per l'anno in corso «Renzi potrebbe ancora rimediare inviando alle Camere una Relazione aggiuntiva che permetta di sapere quante e quali armi siano state effettivamente esportate nel 2014 dal nostro Paese. Sarebbe un bel modo per onorare i 25 anni dell’entrata in vigore della Legge».

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