C'è una data che ogni appassionato di ciclismo dovrebbe tenere cara come una piccola festa civile: il 10 maggio 1931. Quel giorno, sul traguardo di Mantova, per la prima volta nella storia un corridore strinse sulle spalle una maglia di colore rosa. Si chiamava Learco Guerra, e fino a pochi anni prima faceva il muratore.

Novantacinque anni dopo, mentre il Giro d'Italia torna a tingere di rosa le strade della penisola, vale la pena fermarsi su quella storia — perché contiene qualcosa di più di un primato sportivo. Contiene la parabola di un uomo che venne dal niente e diventò un simbolo popolare, amato come pochi campioni prima e dopo di lui.

Un colore nato da un'idea geniale

Fu la Gazzetta dello Sport, il 9 maggio 1931, vigilia della 19esima edizione della corsa, ad annunciare solennemente: «Si istituisce, a somiglianza di ciò che avviene nel Giro di Francia, la maglia rosa, che tappa per tappa del Giro d'Italia sarà indossata dal corridore primo in classifica». L'idea era di Armando Cougnet, giornalista della Gazzetta, e il colore non era casuale: rosa come la carta sulla quale, fin dal 2 gennaio 1899, veniva stampata la Gazzetta dello Sport, lo stesso giornale che organizzava la corsa. La critica fascista del Ventennio avrebbe storto il naso, lamentando mancanza di virilità in quelle tinte. Ma il rosa rimase, e con il tempo sarebbe diventato uno dei simboli sportivi più riconoscibili al mondo.

Il muratore che pedalava come un treno

Learco Antenore Giuseppe Guerra era nato a San Nicolò Po il 14 ottobre 1902. Fino ai venticinque anni aveva lavorato come muratore assieme al padre, capomastro in un'impresa edile del Mantovano. La bicicletta, all'inizio, era solo un mezzo: tra andata e ritorno, percorreva ogni giorno anche quaranta chilometri per raggiungere il cantiere, quasi senza fatica. Qualcuno se ne accorse.

A credere nelle sue doti atletiche fu l'amico Gino Ghirardini, che gli fece credere di aver ottenuto per lui una bicicletta e la maglia ufficiale dalla Maino. Era una bugia affettuosa — le aveva pagate di tasca sua, ma andò a buon fine: Guerra si presentò alla Milano-Sanremo del 1929, fu l'unico tra quelli in maglia grigia ad arrivare al traguardo, e la Maino vera lo chiamò nella squadra ufficiale. La Locomotiva era partita.

Il soprannome glielo appiccicò Emilio Colombo, direttore della Gazzetta dello Sport tra gli anni Venti e Trenta: Locomotiva Umana. Quello lì va come un treno, gran complimento andare come un treno quando invece si hanno due ruote sottili a trazione umana. Formidabile passista e forte anche nelle volate in virtù del fisico possente, benché poco propenso alle salite, in salita non lo staccavano facilmente e recuperava rapidamente le fatiche.

Il giorno della prima maglia rosa

Alla partenza da Milano, l'uomo più atteso era Alfredo Binda, insuperabile nella tripletta 1927-1929, di ritorno al Giro dopo che gli organizzatori lo avevano pagato per non presentarsi nel 1930: troppo forte per chiunque, così non c'era gusto.

In quella Milano-Mantova che battezzava la corsa rosa furono in 109 a prendere il via da piazza Duomo. Duecentosei chilometri nelle terre d'infanzia di Guerra, tra quei campi dove pedalava per andare a lavorare solo pochi anni prima. Stavolta era diverso. C'era in palio qualcosa di nuovo e ambito: la maglia del leader, un simbolo che la corsa non aveva mai avuto.

Si capì presto che la tappa si sarebbe decisa in volata. Entrando nell'abitato di Mantova, fu Michele Mara della Bianchi il primo ad attaccare, con Binda che non si fece pregare. Guerra rispose alla grande: a testa bassa, sprigionò sull'asfalto i muscoli forgiati negli anni da muratore a fianco del padre Attilio. Per gli altri due non ci fu nulla da fare. La Locomotiva vinse, e fu festeggiata in rosa da amici e conoscenti in quella Mantova che era casa sua.

Un amore popolare senza precedenti

Negli anni Trenta Guerra fu il corridore italiano più amato dai tifosi: su di lui riversarono l'affetto e la passione popolare che non seppero destinare al suo grande rivale Alfredo Binda, lucido, freddo e scientifico. La rivalità sempre più feroce con Binda aveva diviso il popolo in "guerriani" e "bindiani".

Di ritorno dal Tour de France del 1930, dove aveva difeso la maglia gialla per otto tappe vincendo tre frazioni, una piccola folla di italiani lo attendeva davanti all'albergo di Parigi. Sull'onda dell'entusiasmo, alcuni appassionati avevano lanciato una sottoscrizione nazionale in suo onore, con la Gazzetta che depositò per lui oltre centoundici mila lire. Con quel denaro Learco poté comprarsi una casa.

L'epilogo amaro di quel Giro, e il mondiale a consolarsi

Il Giro 1931 fu un turbinio emotivo per Guerra: indossò la maglia rosa per due sole tappe, prima di cedere a Binda per problemi intestinali. Rientrò in gara vincendo le tappe di Perugia e Montecatini, tornando a indossare la maglia del leader mentre Binda abbandonava. Ma nella nona frazione, con arrivo a Genova, cadde e fu costretto al ritiro. La vittoria finale andò al piemontese Francesco Camusso.

Ma quell'anno Guerra si consolò con un titolo che restò nella storia: il campionato del mondo di Copenaghen, disputato per l'unica volta nella storia in modalità a cronometro su 170 chilometri, vinto con un vantaggio di oltre quattro minuti sui due piazzati sul podio.

Il Giro d'Italia lo vinse nel 1934, aggiudicandosi dieci tappe in quell'edizione. In totale al Giro si impose 31 volte, preceduto nel computo delle vittorie di tappa soltanto da Cipollini e da Binda.

Appesa la bicicletta al chiodo, Guerra intraprese la strada del direttore sportivo con ottimi risultati: guidò campioni come Hugo Koblet e Charly Gaul alla vittoria del Giro d'Italia. Morì a Milano il 7 febbraio 1963, a sessantuno anni. Nel maggio 2015 una targa a lui dedicata fu inserita nella Walk of Fame dello sport italiano al Foro Italico di Roma.

Oggi, nel cuore di Mantova, su una muraglia che incombeva sul Rio verso porto Catena, resisteva fino a qualche anno fa la scritta in spessa vernice nera: «Viva Guerra Learco». Un epitaffio che nessun archivio potrebbe eguagliare. Il popolo, a volte, sa riconoscere i suoi santi laici meglio di qualsiasi enciclopedia