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lunedì 26 giugno 2017
 
 

"Fare l'elemosina è un atto di giustizia"

05/11/2014  Il teologo moralista padre Giordano Muraro non ha dubbi e ricorda le parole di San Giovanni Grisostomo: "Non condividere coi poveri i propri averi è defraudarli e togliere loro la vita. Non sono nostri i beni che possediamo: sono dei poveri".

L’elemosina non si può negare. E’un atto dovuto di giustizia, prima ancora che opera di carità che interpella sempre il cristiano. A spiegarlo è padre Giordano Muraro, teologo moralista: «Chi fa l’elemosina dovrebbe sempre ricordare le parole del catechismo, il quale afferma che “quando doniamo ai poveri le  cose indispensabili, non facciamo loro delle elargizioni personali, ma rendiamo loro ciò che è loro. Più che compiere un atto di carità, adempiamo un dovere di giustizia”».

- Pertanto,  per un credente, l’elemosina non si può vietare. È così?


«Il catechismo della Chiesa Cattolica dice che  “fare l’elemosina ai poveri è una delle principali testimonianze della carità fraterna; e pure una pratica della giustizia che piace a Dio” (n.2447). Si parte dalla convinzione che tutti hanno diritto ad avere il necessario per vivere e che la proprietà privata non è fatta per creare disparità, ma per meglio distribuire le ricchezze tra gli uomini».

- È una idea che non gode molta popolarità oggi...

«Sì, ma è precisa volontà di Dio che i beni della terra servano alla vita di tutti e non debbano essere accumulati nelle mani di pochi. E se il modo normale per arrivare ad avere il necessario per vivere è il lavoro, in certi casi,  invece,  è l’elemosina».

- In quali casi?

«Quando la persona è impossibilitata a impegnarsi nel lavoro per motivi reali (malattia, anzianità, disoccupazione…), e certamente non per favorire l’inerzia o il capriccio delle persone, o le organizzazioni ch fanno dell’accattonaggio una fonte di guadagno. Per questo il catechismo perla di “poveri” cioè di persone che non hanno il necessario per vivere e non hanno possibilità di procurarselo. La mendicità non è un mestiere, ma una necessità. In una società giusta e ordinata il povero non è chi è non vuole lavorare, ma chi non può lavorare. E l’elemosina non è fatta per alimentare l’atteggiamento di chi vuole sottrarsi alle normali regole della società, o per alimentare le comodità o i vizi, ma per venire incontro alla indigenza non voluta dei fratelli».

- Ma quando l’accattonaggio è molesto o "imposto" dal racket?

«L’atteggiamento di chi chiede l’elemosina non può essere l’arroganza, la violenza verbale o gestuale che intimidisce le persone, ma l’atteggiamento di chi mette in mostra la propria indigenza e il bisogno di essere aiutato con il contributo volontario della persona a cui si rivolge.  L’elemosina non può essere estorta, ma deve essere un’opera di misericordia, ispirata dall’amore per il fratello. Questo vale per chi chiede l’elemosina. Ma le persone alle quali gli indigenti si rivolgono devono a loro volta ricordare quanto detto sopra e cioè che quando si dona ai poveri si rende loro quanto è loro».

- In conclusione?

«L’elemosina si da a chi si trova in stato di bisogno e non ha possibilità di uscirne con le sue sole forze; e a chi sollecita l’aiuto esibendo il suo bisogno e non a chi lo estorce con minacce di varia natura. E chi da l’elemosina deve ricordare che i beni che possiede devono servire alla sua vita, ma deve amministrarli in modo che servano anche alla vita dei fratelli che si trovano in stato di indigenza.  È sempre il catechismo che riporta le severe parole di San Giovanni Crisostomo: “Non condividere con i poveri i propri beni è defraudarli e togliere loro la vita: non sono nostri i beni che possediamo: sono dei poveri».

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