Doveva essere il primo viaggio del suo Pontificato, come ha esplicitamente detto papa Leone durante il volo che lo ha portato in Algeria. Sulle orme di Sant’Agostino, dove era già stato da religioso per due volte, nel 2001 e nel 2013, e in un Paese, a maggioranza musulmana, ma dove il cristianesimo ha radici profonde. Prevost comincia la sua visita apostolica sull’onda degli insulti volgari e violenti del presidente degli Stati Uniti Trump. Ma subito, parlando con i giornalisti durante la tratta verso Algeri mette le cose in chiaro: «Non penso che il messaggio del Vangelo debba essere abusato come alcuni stanno facendo. Io continuo a parlare forte contro la guerra, cercando di promuovere la pace, promuovendo il dialogo e il multilateralismo con gli Stati per cercare soluzioni ai problemi. Troppa gente sta soffrendo oggi, troppi innocenti sono stati uccisi e credo che qualcuno debba alzarsi e dire che c'è una via migliore'». E ancora nel ribadire che «non ho paura dell’amministrazione Trump e non cerco un dibattito con lui», ha sottolineato che il suo messaggio è «sempre lo stesso: la pace. Lo dico per tutti i leader del mondo, non solo per lui: cerchiamo di finire con le guerre e promuovere pace e riconciliazione. Noi non siamo politici non guardiamo alla politica estera con la stessa prospettiva. Ma crediamo nel messaggio del Vangelo come costruttori di pace».

E costruire la pace è l’obiettivo di fondo del suo viaggio in Africa che si snoderà fino al 23 aprile. «Sono molto contento di visitare di nuovo la terra di Sant'Agostino che offre un ponte molto importante nel dialogo interreligioso», ha sottolineato. «una benedizione per me personalmente e anche per la Chiesa e per il mondo. Perché dobbiamo cercare sempre ponti per costruire la pace e la riconciliazione». E dunque il viaggio «rappresenta davvero un'opportunità importantissima per continuare con la stessa voce, con lo stesso messaggio, che vogliamo promuovere la pace e la riconciliazione e il rispetto e la considerazione per tutti i popoli».

Una pace che si costruisce attorno alla giustizia e al perdono, ha subito messo in chiaro già nel suo primo discorso. Davanti al monumento dei martiri Maqam Echahid, che ricorda i caduti nella guerra di indipendenza, del 1962, dal colonialismo francese, Prevost ricorda che Dio desidera per ogni nazione la pace: una pace che no è solo assenza di conflitto, ma espressione di giustizia e dignità» Facendo eco alle parole del cardinale Vesco, che aveva usato, nel saluto iniziale, proprio la parola perdona, aggiunge che «questa pace, che permette di andare incontro al futuro con animo riconciliato, è possibile solo nel perdono. So quanto è difficile perdonare, tuttavia, mentre i conflitti continuano a moltiplicarsi in tutto il mondo, non si può aggiungere risentimento a risentimento, di generazione in generazione». Un discorso non facile in un Paese dove è stata promessa l’amnistia per il decennio nero (tra gli anni Ottanta e Novanta) che ha portato all’uccisione di milioni di persone. Musulmani, ma anche i 19 martiri di Algeria beatificati nel 2018 da papa Francesco, che «hanno mescolato il loro sangue con i fratelli algerini». E che ancora aspettano verità e giustizia.

Un primo discorso che il Papa sceglie di concludere con il discorso della Montagna e con quel «beati i miti» che riprende anche nell’incontro con le autorità, la società civile e il corpo diplomatico. Parlando del popolo algerino Leone ha infatti ricordato che è un «popolo mai sconfitto dalle sue prove perché radicato in quel senso di solidarietà, di accoglienza e di comunità di cui è intessuta la vita di milioni di persone umili e giuste. Sono loro» dice il Pontefice, «i forti, sono loro il futuro: chi non si lascia accecare dal potere e dalla ricchezza, chi non sacrifica la dignità dei concittadini alla propria fortuna personale o di gruppo».

Il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune, considerato un moderato, lo aveva salutato come «difensore della pace» e come uno dei «più forti sostenitori della giustizia sociale mentre vediamo crescere il divario economico tra Nord e Sud del mondo e all’interno degli stessi Paesi». E, mettendo sul tavolo «la tragedia di Gaza, la causa palestinese, le sofferenze della Regione del Golfo e del Medio Oriente con il Libano», il presidente aveva aggiunto: «Invochiamo con la vostra voce giustizia per il popolo palestinese» e «chiediamo la nascita di uno Stato palestinese».

Prevost, in questo Paese tra il deserto e il mare, ha ricordato quanto tutti, a cominciare proprio dall’Algeria, possano contribuire alla costruzione del bene comune. A questo proposito, ha sottolineato anche che «le autorità sono chiamate non a dominare, ma a servire il popolo e il suo sviluppo» E ancora ha chiesto che il deserto e il mare, «crocevia geografici e spirituali di enorme portato» non diventino dei «cimiteri dove muore anche la speranza».

Terra e mare devono essere «luoghi di vita, di incontro, di meraviglia». E allora, ha esortato il Pontefice, bisogna farsi toccare il cuore. «Il mediterraneo, il Sahara e il cielo immenso che li sovrasta ci sussurrano che la realtà ci supera da tutte le parti, che Dio è veramente grande e che tutto viviamo alla sua misteriosa presenza». Bisogna vincere le tentazioni del fondamentalismo e del secolarismo per non perdere questo «autentico senso di Dio e della dignità di tutte le sue creature». Resistere alla tentazione di far diventare «i simboli e le parole religiose», da una parte, «linguaggi blasfemi di violenza e sopraffazione», dall’altra di banalizzarli facendoli diventare «segni senza più significato nel grande mercato di consumi che non saziano».