Per la prima volta nella storia un presidente americano attacca direttamente il Papa: «L’atteggiamento di Leone, troppo debole, sul fronte della criminalità e su quello delle armi nucleari, non mi va affatto a genio». Ha aggiunto: «Leone dovrebbe essermi grato… Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano».

Che è successo? Il tutto per un rosario. Sabato scorso, Leone XIV ha invitato a pregare per la pace proprio con un rosario a San Pietro. Sulla piazza c’era gente. La risposta, a Roma e altrove, è stata forte. La Chiesa è ormai impegnata a combattere la buona battaglia per la pace, mentre c’è guerra in Ucraina, le trattative tra americani e iraniani sono a rischio, il Libano è sconvolto, in Sudan si combatte da tre anni. Il papa, umile e fermo, ha lanciato una sfida ai “signori della guerra”.

Leone XIV è apparso rivestito di una paternità universale, che non si è voluto attribuire, ma è stata riconosciuta da tanti che non vogliono la guerra. Si è fatto voce dei senza voce. Ha ricevuto tante lettere dai bambini nelle zone di guerra, che dicono “tutto l’orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio”. Ha chiesto: «Ascoltiamo la voce dei bambini!». C’è stata una svolta: la chiamata dei credenti e degli uomini di buona volontà ad agire: «Uniamo… le energie morali e spirituali di milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani, che oggi credono nella pace, che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e riparano i danni lasciati dalla follia della guerra».

Si sta vedendo la risposta: “un’immensa moltitudine che ripudia la guerra”. Leone XIV è stato la voce dei senza potere, schiacciati dall’impotenza. Comincia a essere recepito, come fu Giovanni Paolo II, quando parlò di pace prima dell’attacco all’Iraq nel 2003, divenendo di fatto il leader di un movimento di pace. Oggi, il Papa grida ai governanti: «Fermatevi! È tempo della pace! Sedetevi ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo ei deliberano azioni di morte!». Intima: «Basta con l’idolatria di se stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra!». Il suo grido è liberante dal senso d’impotenza che ci attanaglia: «Niente ci può chiudere in un destino già scritto…».

Oggi la guerra è divenuta uno strumento principe della vita internazionale, mentre ottant’anni fa le nascenti Nazioni Unite si diedero il compito di “liberare il mondo dal flagello della guerra”. Non dobbiamo rassegnarci: possiamo pregare e la preghiera sposta le montagne. Continua il papa: «La preghiera ci educa ad agire». È la forza debole di chi non ha potere, “il potere dei senza potere” per dirla con Havel. Sì, serve pregare e agire.

Così: «Le limitate possibilità umane», dice il Papa, «si congiungono nella preghiera alle infinite possibilità di Dio». Tutti possiamo essere “artigiani di pace”. Leone raccoglie e rilancia l’esperienza di umanità della Chiesa: da Pio XII («Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra»), a Giovanni XXIIII («Dalla pace tutti traggono vantaggi»), a Paolo VI («Mai più la guerra»). Chiede di non farsi imprigionare dalla polarizzazione, ma di tornare «a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica. Formiamoci e giochiamoci in prima persona…». Anche alla moderazione! Tutti possono giocarsi in prima persona per la pace. Le comunità cristiane sono chiamate ad essere case di pace. Perché «la Chiesa è un grande popolo al servizio della riconciliazione e della pace, che avanza senza tentennamenti, anche quando il rifiuto della logica bellica può costarle incomprensioni e disprezzo». Leone, ora in viaggio in Africa, continua la sua sfida. Le dure critiche di Trump mostrano che esiste l’alternativa all’egemonia dell’età della forza.