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Enzo Avitabile e Civiltà Cattolica: «Un onore essere definito la voce degli ultimi»

15/02/2018  Il cantautore napoletano, a cui il mensile dei gesuiti ha dedicato un articolo, ha presentato al Festival di Sanremo in coppia con Servillo il brano “Il coraggio di ogni giorno”. «Fiero di essere la voce dei dimenticati. E di essere cresciuto con Pino Daniele»

Su Civiltà Cattolica del 4 novembre 2017, il gesuita Claudio Zonta ha dedicato un articolo a Enzo Avitabile in cui scrive: «La sua musica, partendo dalla tradizione della canzone popolare partenopea, coglie il respiro delle genti che vivono nelle tante periferie esistenziali del mondo».

Negli studi della sua casa discografica, il cantautore che a 62 anni ha debuttato al Festival di Sanremo annuisce con legittima soddisfazione. E poi aggiunge: «Io sono un napoletano di Marianella, il quartiere in cui è nato sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696- 1787, ndr), noto per aver composto Tu scendi dalle stelle, ma che in realtà è stato il primo grande cantautore napoletano. La campagna di Marianella era possedimento dei Liguori e proprio lì poi è sorto il quartiere Scampia. Sant’Alfonso, insomma, è stato da sempre il fratello degli ultimi e a lui ho dedicato il disco Sacro Sud, devozioni dialettali nel cemento».

Anche padre Zonta fa riferimento alle sue origini: "L’atteggiamento del musicista di Marianella è quello dello stare insieme alla gente, per amplificare, attraverso la sua musica, il grido di dolore ma anche di ricchezza che essa ha nel cuore, in assonanza con l’Evangelii gaudium di papa Francesco: «Uscire verso gli altri per giungere alle periferie umane non vuol dire correre verso il mondo senza una direzione e senza senso. Molte volte è meglio rallentare il passo, mettere da parte l’ansietà per guardare negli occhi e ascoltare, o rinunciare alle urgenze per accompagnare chi è rimasto al bordo della strada» 

Essere defiito voce delle periferie esistenziali gli piace molto «perché non dobbiamo parlare solo delle periferie come di luoghi fisici, ma anche come di luoghi dell’anima, dove l’uomo vive la continua tensione tra ilfinito e l’infinito, tra la scelta della solitudine come fanno gli eremiti e la costrizione dell’isolamento dovuta a una società che ti emargina».

In tutte le canzoni di Avitabile, compresa Il coraggio di ogni giorno, che ha presentato a Sanremo in coppia con Peppe Servillo, anche quando la denuncia dei mali del mondo è più aspra, c’è sempre comunque una luce di speranza: «Questa canzone è un omaggio a tutti i “signor nessuno” che combattono lontano da ogni ribalta la loro personale battaglia per tirare avanti: lavoratori che con un misero stipendio cercano di assicurare dignità alla loro famiglia, i bambini malati, gli anziani soli. Quella che viene definita la massa insomma, cioè un insieme di persone che non ha identità: fa solo numero. Io invece dico che fa anche qualità. È inoltre un inno all’accoglienza intesa non solo verso chi arriva da lontano, ma anche del tuo vicino di casa e delle miserie che ciascuno di noi porta con sé».

Nel ritornello, Avitabile e Servillo cantano «Lauda lu mare e tienete a terra»: «Loda il mare, perché il mare è l’anima, l’eco di voci lontane, e tieniti la terra, cioè il corpo con le sue sofferenze. Ma la terra significa anche fertilità, messe rigogliosa». E aggiunge: «Il nostro non è un duetto, ma un dialogo perché siamo molto diversi. Credo ci sia bisogno di questa coralità, che è un po’ ciò che ha voluto papa Francesco quando ha invitato me e Davide Van De Sfroos a fare un concerto in Vaticano che abbiamo intitolato Sacro Sud, Santo Nord». 

Enzo conserva nel cuore due ricordi vivissimi di Sanremo: «Il primo è Luigi Tenco che canta Ciao amore ciao: mi impressionò la musicalità che riusciva a dare alle parole. E poi quando, nel 1970, in coppia con Mal parteciparono gli Showmen, un gruppo nato nel mio quartiere di cui faceva parte il sassofonista James Senese, mio fraterno amico».

Che poi diventò uno storico collaboratore di un altro grande artista a cui Avitabile era legatissimo: Pino Daniele. «Siamo entrambi nati nel 1955, a 15 giorni di distanza: eravamo così abituati a farci gli auguri che quando è morto non me la sono sentita di festeggiare il mio compleanno. Da ragazzini, con James e lui, avevamo formato un gruppo, i Batracomiachia. Provavamo in una grotta accanto alle gallerie dove sorge il cimitero delle Fontanelle». Oggi invece dei giovani di Napoli si parla per le baby gang: «Che fare? Puntare sull’istruzione e sulla famiglia. I genitori non devono dire troppo ai figli che fare, ma essere piuttosto d’esempio»

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