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martedì 13 novembre 2018
 
 

I miei ragazzi speciali che ridono davanti alla morte

10/04/2014  Intervista ad Albert Espinosa, autore del libro "Braccialetti rossi", da cui è stata tratta l'omonima fiction Rai. Lo scrittore, nato a Barcellona nel 1973, ha lottato contro il cancro per dieci anni, dai 14 ai 24. "Non è triste morire", dice, "è triste non vivere intensamente".

Albert Espinosa
Albert Espinosa

«Svelatemi il vostro segreto e vi dirò perché siete così speciali». Uno dei barellieri dell’ospedale lo ripeteva ai suoi giovanissimi pazienti, nel reparto rieducazione: secondo lui i segreti sono importanti come un tesoro. Rendono speciali. Albert, ragazzino, lo fissava per cercare di carpire i segreti, e la straordinarietà, di quell’uomo. Non ci è mai riuscito. «In compenso lui ci ha fatto capire una cosa fondamentale, ossia quello che avevamo: moncherini, cicatrici, lividi, calvizie... Tutte cose che ci rendevano diversi e ci facevano sentire speciali. Proprio per questo non dovevamo nasconderle, ma al contrario sfoggiarle con orgoglio».

A raccontarlo è Albert Espinosa nel libro Braccialetti rossi. Il mondo giallo (edito da Salani). L’ospedale può diventare una grande miniera di insegnamenti, un luogo di incontri irripetibili e di scoperte illuminanti che ti accompagneranno per tutta la vita, anche quando sarai guarito e ti sarai lasciato il cancro alle spalle. Come imparare, grazie a un compagno di stanza di 76 anni, che per essere felici nella vita bisogna saper dire di no e avere fiducia nei “no” pronunciati. Così è stato per Albert.

Scrittore, regista e autore di teatro e Tv, nato a Barcellona nel 1973, Espinosa ha avuto il cancro per dieci anni, dai 14 ai 24. Ha trascorso moltissimo tempo negli ospedali. Ha perso la gamba sinistra, un polmone, un pezzo di fegato. A 24 anni l’hanno dichiarato guarito. Braccialetti rossi, tratto dalla sua esperienza di vita, ha ispirato l’omonima fortunatissima serie tv, andata in onda in Italia su Rai 1. E presto anche negli Usa, prodotta da Steven Spielberg.

Con il suo libro e poi la serie tv è diventato popolarissimo. Il successo ha cambiato la sua vita?
«In realtà no. Braccialetti rossi iniziò tanti anni fa come un testo teatrale in un piccolissimo teatro di Barcellona. Poi è diventato un libro, in seguito una serie tv. Questa storia è presente nella mia vita da vent’anni. Il vero successo per me è il fatto che, grazie a Braccialetti rossi, in Spagna le visite agli ospedali pediatrici siano aumentate del 40 per cento. Volevo cambiare l’idea che si ha sui bambini in ospedale. In genere nei film i piccoli malati di cancro sono mostrati tristi, depressi a causa della chemioterapia. La verità è che in ospedale io e i miei compagni ridevamo tantissimo, ci divertivamo. La serie ha trasformato ragazzini malati, che magari hanno perso una gamba e non corrispondono ai canoni della bellezza di oggi, in modelli per la gioventù».

È vero che i bambini accettano e sopportano la malattia più facilmente degli adulti e dei loro genitori?
«Per quanto mi riguarda, tra quando avevo 14 anni e quando ne avevo 24 non l’ho vissuta in modo differente. Dipende da ciò che perdi, le cose alle quali sei costretto a rinunciare: prima la scuola, lo sport, la discoteca, poi l’università, il lavoro, magari una fidanzata. I familiari vivono la malattia in modo diverso: la vedono da un’altra prospettiva e questo causa loro dolore».

La sua famiglia come ha affrontato la malattia?
«I miei genitori non hanno mai cercato di nascondere il loro dolore, non hanno mai dato un’immagine non realistica di sé stessi e di ciò che provavano. La verità è che una persona malata può trovare in sé la forza per affrontare la malattia e lottare. Ma quando tu non la provi sulla tua pelle non puoi misurarti con questo cambiamento emozionale. Il ragazzino malato sa ciò che gli sta succedendo, per questo non ha paura. Io non soffrivo quando morivano i miei compagni di ospedale perché noi vivevamo insieme, eravamo nella stessa situazione e tutti sapevamo che, come ci avevano insegnato, non è triste morire, è triste non vivere intensamente».

Scrive che la morte oggi è vissuta come un tabù. Perché, secondo lei?
«Credo che sia colpa della scuola. Se agli alunni si insegnasse a morire, così come a vivere, tutto sarebbe diverso. Penso che la scuola dovrebbe essere coraggiosa e parlare ai bambini della morte, dell’amore, del sesso, delle emozioni, perché queste sono le cose che tutti gli esseri umani vivono e affrontano ogni giorno. I problemi della vita non sono la matematica o la fisica. Dovrebbe essere la scuola a insegnare ai ragazzini quello che loro oggi vanno a cercare sul Web e sui social network. Quando vado a parlare nelle scuole lo dico sempre. E infatti poi quelle scuole non mi invitano più... (ride). In ospedale il pensiero della morte non ci faceva paura. La morte riguarda tutti. Per questo non mi sembra davvero triste. Lo sarebbe se qualcuno fosse immortale e altri no. In ospedale mi hanno insegnato che una perdita si può trasformare nella conquista di qualcos’altro. Non subito, però. Prima è necessario prendersi il tempo per vivere ed elaborare il lutto».

Di fronte a un grande dolore, certe persone si avvicinano alla fede. Altre, al contrario, la perdono...
«Io credo nelle persone buone e altruiste che incontro lungo la mia strada: questa è la mia religione. In ospedale dovevi avere fiducia negli altri. Dopo la morte per me c’è ancora vita. Con i miei compagni di ospedale avevamo stretto un patto: vivere le vite di coloro che sarebbero morti. A me ne sono toccate 3,7 oltre alla mia. I miei amici che se ne sono andati sono ancora vivi dentro di me, nel mio ricordo. Per me non è tanto importante sapere dove si andrà, ma il fatto che chi muore continua a vivere grazie alla memoria di chi resta».

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