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Il nero che avanza

06/02/2018  Cosa c’è dietro il ritorno della xenofobia che si salda con il populismo? Galantino: «Non si può minimizzare né giustificare tutto, men che meno il razzismo». E le organizzazioni cristiane impegnate con i migranti sono tra gli obiettivi delle azioni squadriste, mentre gruppi di destra 4.0 si stanno avvicinando alle frange ultratradizionaliste

Mussolini è tornato e sta meditando una nuova "marcia su Roma”. Alcuni lo scambiano per un comico. Altri lo seguono. È ciò che accade nella finzione cinematografica: è la storia surreale e grottesca di Sono tornato, il film di Luca Miniero nelle sale in questi giorni, che immagina cosa accadrebbe al “duce” se tornasse oggi tra noi, a 80 anni dalla sua scomparsa.

Il Duce ritorna nel film di Luca Miniero. Pura fantasia o...?

Da Como a Roma a Milano, gli episodi "neri" in Italia

Ma ben poco di finto c’è stato, invece, nelle manifestazioni razziste, nei blitz squadristi e nelle aggressioni verbali e fisiche che si sono ripetuti con crescente frequenza in questi mesi lungo lo Stivale, nelle grandi città, come nelle piccole realtà di provincia.

Non erano sequenze girate sul set le scene, viste nei tg, che mostravano, a fine novembre scorso, un gruppo di “teste rasate” appartenenti al Veneto Fronte Skinheads, noto da anni alle procure di mezza Italia, fare irruzione nella sede del coordinamento di associazioni pro-migranti Como senza frontiere, e silenziare i presenti per leggere un volantino-proclama contro la «deriva immigrazionista», i «Soloni dell’immigrazionismo ad ogni costo» e «gli pseudo-clericali irretiti dalla retorica mondialista».

Ricorda invece i roghi dei famigerati razzisti americani del Klu Klux Klan l’incendio della notte di Capodanno appiccato da sconosciuti a una palazzina di Spinetoli, in provincia di Ascoli Piceno, destinata a ospitare una trentina di minori stranieri non accompagnati.

Pochi giorni dopo i fatti di Como, il 6 dicembre, a Roma, una dozzina di neofascisti di Forza Nuova, mascherati, con bandiere nere e fumogeni, organizzano un raid sotto la redazione dell’Espresso e della Repubblica, invitando al boicottaggio dei giornali «colpevoli» di diffondere il «verbo immigrazionista».

Un mese prima, il 7 novembre, a Ostia Daniele Piervincenzi, inviato della trasmissione Rai Nemo, e l’operatore Edoardo Anselmi, vengono aggrediti da Roberto Spada, fratello di Carmine, considerato dagli inquirenti capoclan a Ostia e già condannato in primo grado per estorsione con l’aggravante mafiosa. Il giornalista aveva chiesto all’aggressore dei legami tra gli Spada e Casa-Pound. Il gruppo di estrema destra, tra gli altri gesti “simbolici”, a luglio, aveva fatto parlare di sé per essere sceso sulla spiaggia di Ostia, con tanto di pettorina rossa, per cacciare i venditori ambulanti abusivi.

Il 22 ottobre, allo stadio Olimpico, al termine della partita Lazio-Cagliari, alcuni ultras biancocelesti riempiono di volantini e adesivi con slogan antisemiti e la foto di Anna Frank con la maglietta giallorossa, la curva Sud, tradizionalmente riservata ai tifosi della Roma. Alcuni dei presunti autori del materiale incriminato, ora indagati per discriminazione e odio razziale, sarebbero, secondo gli inquirenti, anche militanti di estrema destra.

Dagli stadi alle strade. Sempre a ottobre, in centro a Roma, il ventisettenne bengalese Kortik Chondro, alla fine del suo turno di lavoro, viene affrontato e aggredito da un gruppo di giovanissimi teppisti. Picchiato dal branco al grido di «sporco negro», finisce all’ospedale. Un componente del gruppo, arrestato, postava foto di Hitler e Mussolini sul proprio profilo Facebook.

Molte, poi, le manifestazioni apologetiche e le commemorazioni. Come quella nel cimitero Maggiore di Milano il 29 aprile scorso, per ricordare i caduti della Repubblica di Salò, sepolti al campo X. Eludendo il divieto di manifestazioni celebrative del fascismo per il 25 aprile, centinaia di militanti di destra si radunano nel cimitero milanese quattro giorni dopo la Festa della Liberazione. L’ultimo è il corteo, organizzato da Casapound, in via Acca Larentia, nel quartiere Tuscolano a Roma, il 7 gennaio scorso, per ricordare l’uccisione, in un agguato, di due giovani militanti del Fronte della Gioventù, e della concomitante uccisione di un terzo attivista di destra sociale, avvenute 40 anni fa.

Anticapitalismo, antieuropeismo e movimenti fascisti 4.0

  

Saluto romano dopo la messa in suffragio di Benito Mussolini a 70 anni dalla sua morte a Catania

Commemorazioni, gesti eclatanti in piazza, ma anche veri e propri atti squadristi, intimidazioni razziste e minacce. È tornata l’estrema destra? Cosa significa il ritorno in grande stile delle parole d’ordine fasciste? Che rischi possono provenire dall’attivismo sempre più spavaldo di tanti gruppi e sigle dell’ultradestra italica, alcune delle quali puntano oggi anche a conquistare seggi in Parlamento, come hanno peraltro già ottenuto partiti “fratelli” in altri Paesi europei? A parte pochi politologi e opinionisti che hanno derubricato a ragazzate questi gesti, molti intravvedono in queste manifestazioni un pericolo per la democrazia, o perlomeno una deriva preoccupante. Senza magari fare d’ogni erba un fascio con fascismi e nazismi storici, ha scritto di recente Massimo Cacciari che sottolinea «l’assoluta confusione di idee tra neo-paganesimi e difese di un’Europa o Cristianità, di cui tutto si ignora».

Lo storico Alberto Melloni mette in guardia da questa incultura politica dentro la quale «soffia un vento di tempesta» e, riprendendo quanto detto nella prolusione alla Festa del Tricolore, il 7 gennaio scorso, davanti al presidente Mattarella, afferma: «C’è un vento autoritario, antisemita, xenofobo, qualunquista, nazionalista, che ha le sue teste di ponte ortodosse. Scende lungo il canale dei Paesi “cattolici” dalla Polonia, giù in Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Austria, Lombardo-Veneto e punta verso Roma. È il vento che ha fatto diventare le vittime della guerra e della fame l’incubo di Paesi giganteschi. Che ha riciclato il grande arsenale propagandistico della paura del comunismo, che almeno una ragion politica ce l’aveva, in un armamentario antimigranti. Che fa giocare con gli autoblindo al Brennero. Che bestemmia il rosario e lo usa come un’arma anti-profughi sui confini polacchi».

Questo vento si può e si deve chiamare per nome: «fascismo», dice lo storico, che poi precisa: «Un termine che non prendo dalla storia italiana, ma dalla stele posta davanti alla casa natale di Adolf Hitler a Braunau am Inn (Für Frieden, Freiheit und Demokratie, nie wieder Faschismus. Millionen Tote mahnen), che non parla di nazismo, ma di un “fascismo” inteso come sostanza politica che continua a vivere nel nostro continente». Melloni non limita, cioè, la visione del fenomeno alle teste rasate o ai «codardi energumeni del web». Il fascismo storico aveva caratteri e contesti non replicabili, precisa, e che vanno distinti dal «qualunquismo cialtrone che popola il discorso pubblico», a cui si potrebbe ascrivere, per fare solo l’ultimo esempio, la recente, incauta sparata sulla difesa della «razza bianca», scappata al candidato governatore leghista in Lombardia, Attilio Fontana. Ma stiamo parlando di ben altro.C’è una politica nostrana, secondo Melloni, illusa che per ottenere il risultato basti raccogliere consensi a basso costo con argomenti come quello che «trovato il colpevole, immigrato, ebreo, islam, o casta che sia, problema risolto». «Non credo», commenta, «che un’Europa reazionaria che teme gli stranieri abbia un domani. Primo perché la venuta di persone da lontano è indicatore di benessere e civiltà giuridica. Quando li avrai disillusi e preferiranno andare in Argentina, come gli ebrei italiani nel 1938, sarà un bruttissimo segno per chi rimane. Secondo perché società come la nostra che devono competere con grassi colossi mondiali, multietnici da sempre, non potranno certo stare al passo, lisciando il pelo a chi inneggia alle piccole patrie».

"La Globalizzazione uccide ethnos e patria"

Il Mein Kampf di Hitler trovato in casa di Luca Traini (foto Ansa).

Un’altra idea forte che unifica i gruppi dell’ultradestra, accanto a quella della caccia all’untore immigrato invasore del Vecchio continente e al culto micronazionalistico delle piccole patrie carnali, è quella dell’anticapitalismo.

«Il capitalismo ha portato il mondo alla globalizzazione, uccidendo, secondo la lettura di queste fazioni, i concetti di tradizione, di ethnos, di patria. E le élite europee, incapaci di politiche serie d’accoglienza e integrazione degli stranieri, hanno ridotto i ceti medi e la piccola borghesia alla proletarizzazione», afferma Giuseppe Goisis, già docente di Filosofia politica nell’ateneo veneziano di Ca’ Foscari. «C’è rabbia e nichilismo, senza grandi riferimenti culturali. I libri dei “maestri” come Evola, Guénon o La Rochelle sono stati riposti nel cassetto». O forse non ci sono mai entrati. «E si mescolano parole d’ordine della destra con slogan di sinistra».

Ma c’è soprattutto, di fondo, un rancore sociale nei confronti del mondo politico. Così nel deficit del sistema dei partiti, sempre più in difficoltà nel trovare risposte efficaci ai malesseri sociali, tornano a vivere i miti dell’antidemocrazia. Ecco perché, secondo il filosofo, quest’ondata nera non è assimilabile al populismo dei partiti odierni, ma è qualcosa di profondamente diverso. È quanto va scrivendo anche il politologo Marco Tarchi, grande conoscitore delle ideologie destrorse: se i populisti aspirano a una democrazia senza intermediazioni, gli estremisti ne vorrebbero vedere la fine. «Non siamo ancora allo squadrismo, ma ci vuole poco per far alzare i gradienti della violenza», continua Goisis. «E non basta vietare qualche manifestazione o la repressione nei ghetti delle periferie. Sarebbe un tragico errore trascurare questi giacimenti dell’odio, abbandonarli alla solitudine delle periferie».

Cattolici e movimenti di destra estrema

  

In un passato anche recente, più volte, alcuni movimenti ultratradizionalisti cattolici, frammentati in un sottobosco di sigle, hanno solidarizzato con gruppi dell’estrema destra, in nome della difesa della cristianità minacciata, prima dal comunismo e ora dall’islam. «Anche qui si fa confusione: c’è una destra che ha sempre esaltato la “tradizione”, ma questa non ha molto a che spartire con la traditio cristiana, anzi, implica anche concetti del tutto pagani. Oggi, peraltro questi richiami alle tradizioni sono molto deboli nei nuovi movimenti. La grande croce celtica nella piazzetta di Acca Larentia, come la croce col teschio e i gladi degli Arditi non hanno nulla a che spartire col crocifisso cristiano», osserva Goisis. «Ma in una società di cristianesimo indebolito potrebbero confondersi i simboli. Non mi pare che la Chiesa sia tanto allertata di fronte a questo pericolo. Di fronte ai totalitarismi, nazismo compreso, del resto noi cattolici siamo stati spiazzati più volte».

Nel contempo più d’una volta i bersagli delle più recenti intimidazioni fasciste sono stati realtà e organizzazioni cattoliche, magari impegnate nell’accoglienza dei profughi. «Il vento fascista sta saldando ambienti cristiani lecitamente tradizionalisti con le pulsioni reazionarie 4.0 che strumentalizzano la paura dello straniero e che rimproverano a papa Francesco la sua posizione sui migranti. Non sono molti numericamente, ma si comportano come fossero la metà della Chiesa cattolica», avverte Melloni. «E poi basterebbe ricordare che le irruzioni squadriste nei circoli cattolici sono stati uno dei tratti qualificanti dell’esperienza fascista, fin dai suoi esordi». E che Dossetti scriveva già nel 1948, con lucidità, che le politiche della paura riaprono la porta al fascismo.

In altri termini, il farneticante “menù razzista” letto a Como, in un luogo d’accoglienza, merita forse più attenzione da parte di tutti, a partire dai cristiani e dalla Chiesa locale.

Concorda su ciò don Giusto Della Valle, il parroco di Rebbio (una frazione di Como), che è pure tra i fondatori di Como senza frontiere: il coordinamento di una quarantina di realtà associate, tra cui la parrocchia e la comunità dei Comboniani del capoluogo lariano, sorto per far cambiare la percezione del problema migratorio e fare memoria dei morti nel Mediterraneo. «La nostra parrocchia ospita dal 2011 i migranti di seconda accoglienza, ben prima dell’appello di papa Francesco, e anche un piccolo gruppo di richiedenti asilo.

«L’irruzione dei naziskin è l’episodio più eclatante di una silenziosa deriva. L’attuale amministrazione comunale non ha atteso molto per far capire che gli immigrati non erano propriamente ben accetti. Via lo straniero, via i problemi: è la stessa semplificazione che fanno i neofascisti. E il rischio è che questo modo di pensare contagi anche le nostre comunità, se ciò non è già avvenuto. Anche se, d’altro canto, dal 2016, quando c’è stata la vera emergenza migranti in città, Como s’era mobilitata tutta per l’accoglienza». Oggi la situazione è meno tesa, sebbene il capoluogo sia città di frontiera e di continuo transito di migranti dalla e per la Germania e la Svizzera.

«Fenomeno preoccupante», definisce l’aumento degli episodi di matrice razzista e il montante attivismo dei gruppi d’estrema destra il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, monsignor Nunzio Galantino, intervenendo per la prima volta sul tema: «Non so se si tratti di un ritorno al fascismo», esordisce. «Di sicuro non è da sottovalutarne il rischio, perché tutte le volte in cui manca il rispetto per l’altro e per le sue idee, ci si deve preoccupare. Quando poi si arriva alla violenza, magari perpetrata in gruppo e programmata, ridimensionare il tutto a “ragazzate” non è più accettabile. Non concordo con chi minimizza questa deriva, giustificando sempre tutto, compreso il razzismo. Dovremmo imparare a chiamare per nome le cose: dove c’è violenza, si denunci la violenza».

A quelli che osservano imbarazzanti contatti e affinità tra i gruppi ultratradizionalisti cattolici e la difesa di un certo, mal compreso, cattolicesimo di alcuni gruppi d’estrema destra, il vescovo risponde: «È tirare in ballo il cristianesimo in modo strumentale. Abbiamo a che fare in questi casi più con un concetto deformato di religione, ridotta a mero fatto identitario. Il significato più vero di “cattolicesimo” contraddice alla base questa dimensione identitaria. Vedasi la difesa del presepe fatta da alcuni anche in quest’ultimo Natale. Gesù Cristo, che è venuto per tutti, lo abbiamo sequestrato per farlo diventare simbolo di pochi». E conclude: «Questi gruppi non difendono, in realtà, il cristianesimo, ma loro stessi e i loro modi mistificanti di intendere la religione. Non a caso da questi stessi ambienti che male interpretano il Vangelo provengono attacchi proditori portati al Papa».

Rispetto, invece agli attacchi dei gruppi di matrice razzista subiti da esponenti e associazionismo cattolici impegnati nel sociale e nell’accoglienza? «Gli uomini di Chiesa che hanno idee, fanno scelte e compiono gesti coerenti, non condivisi da tutti, sanno bene che potrebbero pagare un prezzo per la loro testimonianza. Coloro che ci attaccano sulla questione dell’accoglienza degli stranieri sono, comunque, disinformati. Se frequentassero le nostre comunità e le nostre associazioni saprebbero bene che la maggioranza delle persone che vengono aiutate sono proprio i nostri connazionali. Anche rispetto alla presunta invasione del nostro Paese da parte degli islamici, c’è disinformazione: il 53 % di coloro che arrivano in Italia sono di fede cristiana. Se alla disinformazione, infine, s’unisce il pregiudizio, allora scatta una miscela esplosiva che ha come collante l’ignoranza, la volgarità e la violenza. Il tutto lo definirei con un’espressione: ideologia disinformata».

Un’ultima riflessione sull’irruzione fascista nel centro di Como. «Di fronte a chi ha fatto quella piazzata, quella pericolosa commediola, c’era un gruppo di persone che stava a fare ben altro e che ha risposto alla violenza con la fermezza della non-violenza», conclude il segretario generale della Cei. «Prendiamo atto che, purtroppo, esiste questa violenza, senza però farci intimidire da essa. Anzi, quanta più violenza e strumentalizzazione della religione emerge, tanto più è cruciale il nostro compito di annunciare il Vangelo, perché Gesù Cristo va in direzione ostinata e contraria alla violenza».

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