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lunedì 14 ottobre 2019
 
Voglia di normalità
 

Gaza, la gente non striscia

26/09/2014  Nella morsa tra il controllo di Hamas e la potenza di Israele, gli abitanti della Striscia cercano di immaginare un futuro. L'attivismo della piccola comunità cristiana e l'avanzata dell'islamismo.

E dunque: 51 giorni di guerra, 2.136 palestinesi morti, 7 mila nati. È chiaro: si parla tanto di terra ma il problema restano le persone, questo popolo che non si arrende, non si integra e si moltiplica. Ma anche l’evidenza va presa con le pinze, nel gioco di specchi del Medio Oriente. Girare per la Striscia di Gaza lo conferma in modo clamoroso.
Ieri ero a Nahal Oz, il kibbutz sul confine con la Striscia. Le case di Gaza sono a 600 metri e uno dei tunnel scavati dai guerriglieri di Hamas è sbucato, in territorio israeliano, a 300 metri. Oggi sono nella Striscia, intravedo Nahal Oz nella foschia da calura, vago tra le macerie e i crateri rimasti all’imboccatura dei tunnel fatti saltare. Delle tante guerre combattute qui (2001, 2004, 2007, 2008, 2009, 2012), l’ultima è stata appunto quella dei tunnel.
Che avrebbero sorpreso e spaventato Israele. Dalla Striscia le cose sembrano un po’ diverse. «Ma certo che sapevamo dei tunnel! » dice con una risata Ahmed. Siamo nel giardino della sua bella casa di Abassan al Jadida, intatta a dispetto della distruzione intorno. Figlio di un notabile locale, conosce tutti e mi porta a vedere un paio di tunnel distrutti.
Uno era sotto una casa, spazzata via dai tank israeliani. Un altro, poco più in là, era mimetizzato tra le serre. «Le voci corrono», spiega Ahmed, «e poi scavare per chilometri non è semplice: servono uomini, attrezzi, bisogna smaltire la terra… Te l’ho detto: lo sapevamo tutti».

L’ho sentito ripetere ovunque ci fossero quei tunnel: anche a Shejaya alle porte di Gaza City o alla periferia est di Khan Younis… Se lo sapevano i palestinesi lo sapevano gli israeliani, grazie alle spie che hanno nella Striscia e alle comunicazioni intercettate.
E quelli di Hamas non potevano ignorare di essere osservati. Nelle ragioni e nei tempi di questa guerra, quindi, c’è un “io so che tu sai che io so” da decifrare. E bisogna accettare l’idea che forse l’assassinio dei tre poveri studenti israeliani ebbe un ruolo ancor più oscuro di quel ch’era parso all’inizio. Voluto da Hamas, costretto alla “pace” con Al Fatah e Abu Mazen dopo il blocco imposto dall’Egitto, per far saltare il banco? Gestito da Israele per avviare la guerra che prima o poi avrebbe comunque fatto?

Più chiara, invece, la questione dei modi. Ognuno racconta la propria verità: per Israele, incursioni mirate e civili morti solo perché Hamas li usava come scudi umani; per Hamas, strage indiscriminata. Sul posto… Le incursioni mirate dei cacciabombardieri hanno abbattuto case e palazzi senza quasi sfiorare quelli accanto. È facile riconoscerle: gli edifici sono accasciati su sé stessi, come schiacciati a terra da una mano gigante. La gente, qui, ha una certa pratica. Khaled, che vive in un buon quartiere di Gaza City: «All’inizio dei bombardamenti ho tolto tutte le finestre di casa e le ho messe sotto un mucchio di tappeti. Anche per evitare che volassero schegge dappertutto. Ho una bambina piccola».

Il suo appartamento affaccia su una piazza dove, in luglio, gli uomini fumavano narghilè e guardavano i Mondiali sul maxischermo. Di fronte c’è quella che chiamavano Italian Tower: dieci piani, spaccati in verticale dai missili degli F16. La fumeria è stata subito riaperta, a dispetto dei lastroni di cemento che pendono dal palazzo: «Dobbiamo lavorare», spiega Walid, uno dei proprietari, «siamo 15 parenti e abbiamo investito qui tutti i risparmi della famiglia».

Anche Farez ha preso precauzioni: valigie pronte con i pochi oggetti di valore e il necessario per sé, moglie e due figli in età da scuola elementare. Ha fatto bene. Abitava in un’altra delle “torri” abbattute: quando gli israeliani hanno lanciato il primo, piccolo missile di avvertimento sul tetto, sono scappati salvando sé stessi e un po’ di cose.
Altri inquilini hanno perso tutto tranne la vita. Ora vivono in tende polverose con scritto: terzo piano, sesto piano… In giro per la Striscia ho anche raccolto testimonianze sul fatto che i miliziani di Hamas hanno costretto, con le armi in pugno, intere famiglie a restare nelle case minacciate. Qualcuno che voleva scappare è stato ucciso. Per aumentare il numero dei morti e la solidarietà internazionale o sperando che gli israeliani si fermassero, non so. Comunque questo è ciò che la gente racconta. Tutto cambia, invece, quando ci si sposta più vicino al confine con Israele.
Per due ragioni. Intanto, in queste aree di solito vivono i poveri di una popolazione che, pur nell’emergenza, è comunque stratificata. I quartieri commerciali di Gaza City sono intatti, e con loro la borghesia che li anima. Ma i proletari di Shejaya, dell’Est di Khan Younis, di Beit Hanoun, di Khuza, hanno subito in pieno l’avanzata delle forze corazzate di Israele. E qui di mirato c’è stato poco, interi quartieri sono ora in polvere. I tank, seguiti dai bulldozer, hanno spianato tutto ciò che avevano di fronte, per stroncare la resistenza, ridurre le perdite, sgombrare il terreno.
La gran parte dei morti è arrivata in questa fase. E 91 famiglie palestinesi sono state cancellate: di loro non resta più nessuno. Mukhlis, a Beit Hanoun, indica una ruota che spunta dalle macerie: «Avevo due automobili», dice, «facevo il taxista, ora non ho più casa né lavoro. Ma ricomincerò». Due figli adolescenti, non sembra essersi perso di spirito, anche se guarda il quartiere disastrato e si chiede: «Quando finirà tutto questo? ».
Tra le macerie bivaccano bambini e ragazzi. Presidiano le rovine. Chiamano il padre se passa qualcuno che potrebbe portare aiuto. Custodiscono il cartello che dice: qui viveva la famiglia di Ayman, carta d’identità numero tale, telefono... Per non perdere il posto nella futura ricostruzione.

Dopo la guerra sono stati fatti diversi sondaggi. Risultato: Hamas più popolare di prima. Ho ragioni per dubitarne. Con me, straniero e giornalista, nessuno ha parlato di “vittoria” o “resistenza”. Al contrario. La gente è più che stufa: è sfatta. Detesta Israele, per il blocco aria-terra-mare che rende Gaza un ghetto con una sola uscita: il confine con l’Egitto, ora governato da Al Sisi, che teme il contagio islamista e odia Hamas. Ma il consenso per Hamas è pura facciata. Il movimento controlla la Striscia con pugno di ferro. Prima con la gestione del denaro e dei favori, decisiva dove il 70% non ha lavoro e il 70% di chi ce l’ha lavora per organizzazioni umanitarie straniere.
E poi con una triplice polizia: normale, politica o morale. Quest’ultima fatta di giovani con la barba che girano in moto, pronti a segnalare i comportamenti non consoni all’islam. Nella Striscia sono pericolosi anche gli Sms che i servizi di Israele mandano a caso ai cellulari: lavora con noi, costruisci un futuro… Li ho visti arrivare e l’accusa di essere una spia, magari inventata da un vicino di casa rancoroso, qui può costare la vita.
Chiedere ai palestinesi di Gaza di confessarsi ai sondaggi è dunque una barzelletta. Anche perché avanza veloce l’islamizzazione. La religione è uno strumento di governo onnipresente. Ero stato qui nel 2009, adesso ho visto un’infinità di nuove moschee. Allora ero vissuto in casa di una famiglia musulmana, adesso ho dovuto fare attenzione a tutto. Impossibile fotografare i mercati, affollati di mamme con bambini scatenati nella scelta degli zainetti per la scuola, perché le mamme hanno ormai tutte il velo e molte il niqab (che lascia scoperti solo gli occhi) e fotografarle offende i loro uomini. Hamas ha approvato un pacchetto di 20 leggi a sfondo “etico-religioso” poi tenute in sospeso per essere gestite secondo la convenienza del momento. Sulla foggia dei jeans da indossare sotto il velo, per esempio. O sulla separazione tra maschi e femmine nelle scuole, poi rimandata per la ferma opposizione delle scuole cristiane. Ma ora ripartono le lezioni, che accadrà?
L’islamizzazione, come si vede, tocca la comunità cristiana. Dieci anni fa i cristiani erano 3 mila, oggi sono 1.300. Pochi i cattolici, circa 300, ma attivissimi. La parrocchia della Sacra Famiglia, gestita dal parroco don Jorge Hernandez e dal viceparroco don Mario Da Silva, è una fucina: la scuola, le suore dell’Istituto Serve del Signore della Vergine di Matarà che fanno animazione con i bambini, le suore di Madre Teresa che assistono 28 bambini handicappati e un gruppo di anziani soli, le attività con i ragazzi (prima si facevano anche gite e piccoli campeggi, poi vietati), l’assistenza ai poveri e alle famiglie.
E gli ospedali, le cliniche, le scuole, tutto ciò che i cristiani di Gaza fanno a beneficio, se si guardano i numeri, soprattutto dei fratelli musulmani. Cristiani rispettati, certo, ma sempre più prigionieri del contesto. Dalle altre città si radunano a Gaza City, poi cercano di emigrare. Pensiamo alle suore: Israele ha chiesto loro di abbandonare la parrocchia, cosa che don Jorge, essendo impossibile spostare i bambini malati e gli anziani, ha rifiutato.
Poi ha bombardato la casa di fronte, dove abitava un pezzo grosso di Hamas. Sempre Israele, per non sbagliare, vieta ai cristiani tra i 16 e i 35 anni di varcare il confine per visitare i parenti o i Luoghi Santi. Quanto si può resistere senza la pace?

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