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Giacomo D'Orta: "Questo libro scritto in croce"

02/02/2014  Il figlio del celebre maestro, sacerdote a Napoli, racconta la stesura di "La Madonna fece un guaio con l'angelo" da parte del padre, già molto malato.

Il maestro Marcello D'Orta.
Il maestro Marcello D'Orta.

«Non vorrei che questo libro di papà fosse comprato solo per farsi una risata». Giacomo, il figlio di Marcello D’Orta, mette in guardia chi nelle pagine di "La Madonna fece un guaio con l’angelo" (Piemme) cercasse solo del facile folklore. Certo, l’umorismo involontario dei bambini di Napoli e dintorni è ineguagliabile. Leggendo il libro, soprattutto la prima parte, si ride e ci si diverte. Ma nell’opera postuma di Marcello D’Orta c’è molto di più.

Giacomo, 30 anni, religioso dei frati Minimi, a Napoli è viceparroco della centralissima parrocchia di piazza del Plebiscito e rettore del convento di Santa Maria della Stella. Insieme alla madre Laura, è stato al capezzale di Marcello D’Orta fino alla fine. Il maestro autore di "Io speriamo che me la cavo" è morto il 19 novembre scorso e, fin che ha potuto, ha lavorato a questo suo libro dedicato a Gesù.

«È stato il suo  ultimo lavoro», dice Giacomo, «un libro veramente scritto in croce, sul letto di
malattia e di morte. Le bozze le abbiamo riviste insieme, pochi giorni prima della sua scomparsa». "La Madonna fece un guaio con l’angelo – di cui trovate alcuni estratti in questo dossier – è diviso in due parti. Nella prima parlano i bambini, con i loro temi e le loro battute irresistibili. Nella seconda, invece, Marcello D’Orta racconta la figura di Gesù.

«Questa seconda parte», spiega Giacomo, «è quella che mi ha coinvolto di più. Papà non voleva dire cose sbagliate in materia di fede e così ha chiesto il mio consiglio teologico. Ma sia chiaro che il libro è tutto di papà, lo ha fatto lui». Di Gesù e dei Vangeli si è sempre parlato in casa di Marcello D’Orta. «Da noi, anche durante i pasti», racconta Giacomo, «si parlava di letteratura e di religione. Magari ci si chiedeva: come sarà il Paradiso? Oppure papà si chiedeva come mai, nel momento della Trasfigurazione, Gesù fosse apparso solo ad alcuni apostoli e non ad altri. Si partiva da queste domande e poi, insieme, si ragionava. Era come se si facesse un ripasso del catechismo».

Ma come si viveva la fede a casa D’Orta? «Quand’ero bambino», ricorda Giacomo, «mia mamma mi leggeva il Vangelo prima di dormire. Mamma mi ha sempre detto: “Guai se metti noi genitori al
primo posto, tu devi amare soprattutto Gesù. Riesci ad amare veramente una persona se prima ami Dio”. E mio padre concordava. Papà ha avuto un cammino di fede sempre crescente. Per anni, alle 18, cascasse il mondo, recitava il Rosario. Se era impegnato, lo recitava alle 20. Negli ultimi tempi, quando era malato, lo seguiva in televisione».

Giacomo D’Orta non è direttamente impegnato nella pastorale giovanile, ma dalla sua vita familiare ha ricavato qualche regola per parlare di Gesù ai bambini. «La prima condizione», dice, «è la santità personale. Che non vuol dire solo comportarsi bene. Il papà o la mamma che ha sperimentato su di sé l’amore del Signore, deve riflettere questo amore sui figli. Il cristiano che sperimenta l’amore di Dio lo riflette sul volto, nei gesti. Chi riconosce la grandezza di Dio ha sempre Gesù sulle labbra. Poi, non si deve mai rinunciare alla preghiera in famiglia. La preghiera è il primo modo in cui Gesù ti parla di sé. Bisogna spiegare ai bambini che la dolcezza di Gesù non la può avere nessuno, se non lui».

Giacomo esprime un auspicio ora che il libro viene pubblicato: «Auguro la conversione delle anime, tutto il resto viene dopo. Dico ai lettori: divertitevi pure con la prima parte, ma la più importante è la seconda. In quelle pagine vedo un cuore che batte, perché papà ha scritto per far innamorare della parola di Gesù. Ai genitori dico che, se vogliono un aiuto per insegnare ai loro figli chi è Gesù, sono in buone mani».

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