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Gmg, cardinale Rylko: «Vi aspettiamo in Polonia»

28/07/2013  Da polacco, la gioia. Da collaboratore di Giovanni Paolo II, l'orgoglio. E poi il bilancio: è riduttivo pensare che tutto si limiti a cinque o sei giorni di festa, commenta il presidente del Pontificio Consiglio per i laici. C'è un prima. E c'è un dopo. Ciò che viene seminato durante le Gmg dev'essere coltivato nelle diocesi, nelle parrocchie, nei gruppi, nei movimenti e nelle associazioni.

Rio de Janeiro

Una volta in Europa, una volta nel resto del mondo. Dopo quella brasiliana, il prossimo incontro internazionale legato alle Giornate mondiali della gioventù torna nel Vecchio Continente, in Polonia, a Cracovia, nel 2016. La formula resta la stessa: giorni di festa, catechesi, messaggio del Papa, presenza del vescovo di Roma. “Una formula attuale nonostante i molti anni”, sottolinea il cardinale Stanislaw Rylko, presidente del Pontificio consiglio per i laici. Che da polacco è contento e da stretto collaboratore di Giovanni Paolo è orgoglioso della scelta annunciata oggi. Sorridendo da a tutti appuntamento nella sua terra, tra tre anni.  Poi puntualizza: “La grande intuizione profetica di Karol Wojtyla quando istituì questi appuntamenti, fu quella di capire che, anche se la vita dei ragazzi è frenetica e cambia continuamente, anche se i giovani hanno molti punti di riferimento e tanti luoghi di ritrovo per stare insieme, nelle Gmg cercano qualcosa di diverso. In questi appuntamenti, come si è visto anche in Brasile, non c’è solo un istinto aggregativo, una generica voglia di stare insieme, ma c’è il senso della ricerca di valori veri, di senso della vita, c’è la ricerca di Dio. Questo ritrovarsi attorno al Papa che incarna la presenza stessa di Cristo è la vera differenza con qualunque altro momento associativo che i giovani possano avere. Lo si vede, lo si sente, lo si respira”.

 

Come mai la scelta dell’ultima giornata era caduta sul Brasile?

«Erano oltre 26 anni che non si toccava il Continente latinoamericano. E Papa Benedetto, che aveva compiuto la scelta, aveva valutato il fatto che proprio quello – e in particolare il Brasile – è considerato un Paese giovane, dinamico. Per questo, dopo la Giornata che c’era stata a Buenos Aires, è sembrato opportuno tornare in un Continente che è in fase di grandi cambiamenti. Abbiamo visto che c’è una Chiesa dinamica, molto vicina alla gente, che opera in un contesto di mutamenti culturali, religiosi, economici. Il Brasile, soprattutto, viene considerato una potenza economica emergente a livello mondiale. Ma questa crescita così veloce comporta molti vantaggi, ma al tempo stesso provoca delle difficoltà tra le popolazioni. Spesso sono i giovani a pagare il prezzo di questo rapido sviluppo economico e di questa forbice che c’è anche lì tra ricchi e poveri. Con la crescita economica cresce questo divario e anche il senso di smarrimento».

Il tema della missione è sembrato particolarmente “a casa” in Brasile. È così?

«Certamente la missione è un tema che coincide con tutto il programma della Chiesa all’inizio del terzo millennio: la Chiesa che vuole ritrovare lo slancio missionario delle origini. Lo ha dimostrato il Sinodo dei vescovi. Ma lo aveva messo a tema anche l’episcopato latinoamericano, nella sua quinta conferenza. Nell’appuntamento del 2007 ad Aparecida era stata fatta la scelta di una missione continentale. E nel messaggio finale si legge che sono proprio i giovani i protagonisti di questa missione».

Ad Aparecida, presidente della commissione per il messaggio era proprio il cardinale Bergoglio, oggi Papa. Sembra quasi un destino.

«Certamente la sintonia su questo versante tra Benedetto XVI e papa Francesco è straordinaria. Papa Francesco, proprio riprendendo i lavori di Aparecida, ma anche la preoccupazione di tutta la Chiesa espressa più volte da Benedetto, invita i giovani a uscire, ad abbandonare una vita comoda e ad andare verso le periferie per portare Cristo. Periferie sia geografiche che esistenziali che proprio in società in rapida crescita – abbiamo visto le contraddizioni del Brasile – si allargano».

 

Cosa pensa che portino a casa i nostri giovani da questo incontro?


«Credo che sia molto importante incontrare i giovani latinoamericani e il loro modo gioioso di vivere la fede. Per loro la fede è un fatto popolare diffuso, è una fede piena di entusiasmo e di gioia. Questo credo sia il più grande dono dei brasiliani ai loro coetanei occidentali».

Qual è il segreto di queste giornate?

«Il dialogo franco e profondo tra la Chiesa e le giovani generazioni. Ogni Gmg, da parte della Chiesa è un momento di ascolto. I giovani sono i portatori del futuro e la Chiesa deve ascoltare molto attentamente questa voce. E lo fa proprio durante la Gmg. Anche Giovanni Paolo II ha detto più volte che è importante non solo quello che il Papa dice ai giovani, ma soprattutto quello che i giovani dicono al Papa e alla Chiesa. E poi è molto importante il dialogo che si realizza tra i giovani provenienti dai diversi continenti, da culture e tradizioni religiose diverse. Infine vorrei ricordare che oggi la cultura postmoderna impone a tutti che la fede sia un fatto esclusivamente privato. Nelle Gmg avviene esattamente il contrario: i giovani dicono no a una fede intimistica, alla privatizzazione del fatto religioso. I giovani, invece vogliono esternare la loro fede. Lo vediamo sia durante le Giornate che dopo».

 

Ecco, il dopo. La pastorale ordinaria come si intreccia con questi grandi eventi?

«Innanzitutto prende uno slancio. Ho sentito molti giovani, dopo le Gmg, dire che in quell’evento avevano ritrovato il coraggio di dire ad alta voce la propria fede, di parlare di Cristo ai loro amici. Poi c’è la sfida dell’ordinarietà. Le Gmg non sono una panacea per tutti i problemi che la Chiesa deve affrontare nel tempo di oggi. Però sono un catalizzatore molto importante perché sprigiona le nuove energie nella Chiesa sia da parte dei giovani che da parte dei pastori. Per questo ogni Giornata mondiale dei giovani è una grande occasione di rivedere tutta la pastorale die giovani. Sia Giovanni Paolo II che Benedetto e, abbiamo visto, anche papa Francesco vedono nelle Gmg un nuovo inizio, un nuovo incoraggiamento a tutte le forze vive della Chiesa per quanto riguarda il loro impegno a favore delle nuove generazioni. Per questo ogni Gmg non va intesa in forma riduttiva pensando che siano solo cinque o sei giorni di festa. Questo è un approccio sbagliato. Si tratta invece di un lungo periodo di lavoro pastorale che prepara il terreno a questa grande semina evangelica durante i giorni della Gmg e poi un altrettanto lungo impegno della Chiesa per coltivare ciò che è stato seminato soprattutto dal Papa, ma anche dai vescovi catechisti. Il grande compito che si pone è costruire i ponti tra l’evento straord«inario di bellezza, di gioia, di festa e la vita ordinaria della Chiesa nelle diocesi, nelle parrocchie, nella vita delle associazioni e dei movimenti. Se questi ponti mancano, la Giornata mondiale è mutilata. La Gmg è un progetto globale per una pastorale giovanile rinnovata e che si lascia rinnovare da questo soffio dello spirito santo».

Pensa dunque che sarà un evento che continuerà anche nei prossimi anni?

«Le Gmg hanno una grande missione da compiere a livello del dialogo permanente di cui parlavo prima della Chiesa con le giovani generazioni. Grazie a questo intenso dialogo che si svolge in questo contesto, ricordiamo che ci sono stati oltre 300 catechisti a Rio, la Chiesa riesce ad ascoltare la voce dei giovani. Le catechesi non sono state in forma di lezione, ma di dialogo con domande e risposte ed è stato importante ascoltare le questioni poste dai giovani. In questo senso credo che anche in futuro le Gmg siano una sfida per mantenere un rapporto dialogico con le giovani generazioni».

Papa Francesco ha accolto subito con entusiasmo l’idea che questo primo viaggio intercontinentale coincidesse con la Gmg?

«Certamente. Lo ha anche espresso chiaramente nella prima enciclica, la Lumen Fidei. In un passaggio, che è sicuramente scritto di suo pungo, ha voluto sottolineare che “Tutti abbiamo visto come, nelle Giornate Mondiali della Gioventù, i giovani mostrino la gioia della fede, l’impegno di vivere una fede sempre più salda e generosa. I giovani hanno il desiderio di una vita grande. L’incontro con Cristo, il lasciarsi afferrare e guidare dal suo amore allarga l’orizzonte dell’esistenza, le dona una speranza solida che non delude. La fede non è un rifugio per gente senza coraggio, ma la dilatazione della vita”».

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