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lunedì 23 settembre 2019
 
EXPO 2015
 

Guerra e fame, le ferite del pianeta

11/09/2015  Presentato il quinto rapporto sui conflitti dimenticati ("Cibo di guerra"), curato da Caritas italiana con Famiglia Cristiana e Il Regno. Nel 2011 si registravano 388 scontri di varia intensità, nel 2014 si è saliti a 424. In un decennio si è passati da una media annua di 21 mila vittime a 38 mila. Africa e Asia i continenti più instabili.

Un momento della presentazione del quinto Rapporto sui conflitti dimenticati, nella sede dell'Expo, venerdì 11 settembre 2015.
Un momento della presentazione del quinto Rapporto sui conflitti dimenticati, nella sede dell'Expo, venerdì 11 settembre 2015.

«Il male non è l’immigrazione, ma l’ingiustizia diffusa nel mondo che la provoca. Quando si muovono i popoli, cambia la storia. Occorre prenderne atto». Lo ha detto il cardinale Francesco Montenegro, presidente di Caritas italiana e vescovo di Agrigento, aprendo stamane,  all'Expo, i lavori dell convegno “Cibo di guerra. Nutrire il pianeta oltre i paradossi”, dove è stato presento il quinto rapporto sui conflitti dimenticati, curato da Caritas italiana, Famiglia Cristiana e Il Regno.  «Tuttavia, in questo contesto in bianco e nero ci sono segnali di speranza, come ad esempio il cambiamento di rotta dell’Europa sull’accoglienza, che ha mostrato che quello che fino a ieri era impensabile ora diventa possibile. Un cambiamento sollecitato dal basso da tante persone, anche laiche, che con i loro gesti hanno dimostrato quello che i governi avevano deciso non era condiviso», ha sottolineato Montenegro.   «L’11 settembre, di cui oggi ricorre il 14° anniversario ha reso evidenti nuove contrapposizioni dopo il decennio di ottimismo precedente. Quel modello di sviluppo che era apparso vincente ha lasciato frutti velenosi: aumento delle disuguaglianze, accaparramento delle risorse, conflitti diffusi che papa Franceco ha definito terza guerra mondiale. In questo tempo drammatico e complesso è richiesta una maggiore vicinanza a uomini e donne privati dalla loro dignità», ha ricordato il presidente di Caritas Italiana. 

«In tre anni il numero di scontri di varia intensità è passato da 388 (nel 2011) a 424 (fine 2014) e la tendenza è in costante crescita per cui non ci si può stupire dei flussi migratori di questi giorni», ha quindi sottolineato Paolo Beccegato, vicedirettore di Caritas italiana, illustrando i contenuti della ricerca che documenta anche un aumento significativo dei morti: in un decennio, infatti, si è passati da una media annua di 21 mila vittime a 38 mila. «La stragrande maggioranza di questi conflitti si combatte dentro i confini degli Stati e per il 90% riguarda Paesi poveri; il cibo, quand'è poco e male distribuito,  è al tempo stesso causa scatenante e strumento di lotta: si pensi alla distribuzione degli aiuti umanitari, che spesso diventa a sua volta un'"arma" usata a favore di questa fazione o "contro" quell'altra», ha ripreso Paolo Beccegato. «Contemporaneamente è anche aumentata la spesa militare, che fino all’11 settembre 2001 stava diminuendo; da quel momento, invece molti conflitti furono ri-militarizzati, vennero chiuse le vie di dialogo, producendo un aumento di guerre in tutto il mondo».  
Secondo il Rapporto la spesa militare in particolare degli Stati Uniti tra il 2010 e il 2014 è aumentata del 36,1%, della Cina dell’8%, dell’Arabia Saudita del 5%, della Russia del 4,4%, del Regno Unito del 3,8%, della Francia del 3,3%, del Giappone del 3%.  

Foto Reuters.
Foto Reuters.

Walter Nanni, responsabile dell'Ufficio studi della Caritas italiana ha presentato anche i risultati di una rilevazione sulle persone in fuga dalla guerra, accolte nelle chiese locali, grazie anche al circuito delle Caritas, in 50 diocesi, da ottobre 2014 a marzo 2015: il 20% degli immigrati accolti dalle strutture in questione è fuggito dal conflitto in Libia, il 12,1% dalla Nigeria, il 9,1% dall'Ucraina e il 7,1% dal Gambia. Sono individui in prevalenza giovani: nel 71,9% dei casi non superano i 34 anni di età, soltanto l’1,4% è costituito da anziani ultra 65enni. Quasi la metà (49,2%) ha lasciato il proprio Paese nel 2014 e nei primi mesi del 2015.  

La ricerca si è concentrata anche sui contenuti video pubblicati su YouTube da quattro diverse testate giornalistiche: Russia Today (versione inglese), Vice News, Cnn e Al Jazeera English, nel corso di una settimana campione (dal 16 al 22 febbraio 2015). In totale sono stati esaminati 428 video (per 32,3 ore di filmati, 7 milioni di visualizzazioni e oltre 56 mila commenti). In alcuni casi, come ad esempio Al Jazeera English le notizie sui conflitti, nella settimana presa in considerazione, hanno superano il 50% di tutte le notizie video trasmesse. Ed in generale i conflitti hanno sempre goduto di un ampia copertura spesso garantita con materiale auto-prodotto da una delle parti in causa, senza dunque una opportuna mediazione giornalistica.

E proprio sul ruolo dell’informazione è intervenuto il direttore di Famiglia Cristiana, don Antonio Sciortino: «La foto di Aylan sulla spiaggia ha avuto la capacità di cambiare gli eventi. Quell’immagine è affiancabile a quella ben nota della bambina vietnamita che correva in fuga dal napalm». Sono fotografie «che costringono i governi ad andare oltre il muro dell’indifferenza, a superare la sola emozione del momento per cercare soluzioni. Ed è accaduto, a partire dalle decisioni della cancelliera Merkel». Don Sciortino s'è soffermato sul caso della Somalia. Emblematico. «Ogni carretta del mare ha il suo carico di somali. Ogni tragedia del Mediterraneo ha il suo triste carico di vittime somale. Ogni Paese del mondo ha, ormai, il suo carico di rifugiati somali. Tanti sono in diaspora quanti abitano il suo territorio. Continua così da quasi 24 anni, ossia da quando il Paese si è disintegrato ed è iniziata l’infinita guerra civile. La Somalia, Paese dalle mille piaghe, oltre alla smemoratezza del Nord del mondo (italiana in particolare), patisce anche una sistematica negazione dell’informazione. Non se ne parla affatto. Eppure, è una delle culle dell’estremismo islamico che tanto ci preoccupa, ma l’informazione la ignora quasi del tutto».

Ha fornito altri dati, don Antonio Sciortino: «Ai disastri della guerra, che ha costretto un milione di somali a fuggire oltre confine e un altro milione a trovare rifugio a Mogadiscio e dintorni, in un Paese che ha 11 milioni di abitanti, si aggiungono quelli dovuti alla fame e alla mancanza di cibo per via delle carestie. Quella di due anni fa ha ucciso 250 mila persone e se ne profila un’altra che si prevede mieterà ulteriori vittime. Basta un’annata di piogge un po’ scarse per mandare il Paese nell’emergenza. Guerra e fame hanno prodotto un’intera generazione di profughi. C’è gente che ha lasciato il proprio villaggio da vent’anni per non farvi più ritorno».

Parlando a margine del convegno il direttore di Caritas italiana, don Francesco Soddu ha spiegato che «il titolo di questo convegno si focalizza su quanto stiamo vivendo in questi giorni non solo come Italia ma anche come Unione Europea: chi non ha cibo crea un ambiente in cui si può generare guerra; nel momento in cui si dà attenzione al nutrimento e a un'economia sana si dà anche nutrimento alla pace».   «I profughi devono essere accolti, ma non basta, è anche necessario andare a monte di quelle che sono le cause della loro migrazione e intervenire sia con politiche ma anche con le azioni di accoglienza da parte di ognuno di noi. La cooperazione internazionale andrebbe rivisitata, in modo che non sia più un bacino di investimento economico, ma diventi un investimento di umanità», ha sottolineato Soddu.   Illustrando i contenuti della ricerca, il direttore di Caritas Italiana ha detto che «i conflitti dimenticati sono molti e non ne parla nessuno; oltre al conflitto della Siria non dobbiamo dimenticare i conflitti dell'Africa sub-sahariana, quelli latenti, quelli che si stanno generando: laddove non c'è una buona economia si genera la guerra».  

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