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sabato 17 novembre 2018
 
Aereo nel Sinai
 

I morti russi muoiono sempre un po' meno

05/11/2015  Per una settimana circa i media occidentali, a proposito dell'aereo russo caduto sul Sinai, hanno rimosso l'ipotesi dell'attentato dell'Isis. Perché? E perché non riconoscere che la Russia è un partner importante nella lotta al terrorismo islamista

A San Pietroburgo, il cordoglio per le vittime dell'aereo russo abbattuto sul Siinai (Reuters).
A San Pietroburgo, il cordoglio per le vittime dell'aereo russo abbattuto sul Siinai (Reuters).

Per una settimana quasi tutti i media occidentali, ritrosi come giovinette, han fatto di tutto per non parlare di terrorismo islamico. Anche se c'era la rivendicazione dell'Isis. Anche se le compagnie aeree (fatto significativo: per prime quelle delle monarchie del Golfo) annunciavano di aver sospeso i voli su quella rotta. Anche se i voli russi verso le spiagge dell'Egitto sono frequentissimi e non si era mai avuto notizia di problemi o incidenti.

Poi è arrivato il via libera americano: è stata una bomba, hanno detto i servizi segreti Usa, a far precipitare sul Sinai il jet con 224 turisti russi a bordo. Annuncio accompagnato da altre rinunce: inglesi e irlandesi hanno smesso di volare su quei cieli, e anche Easyjet si è tirata indietro. A quel punto, persino la libera stampa del mondo libero si è fatta avanti: forse è stato un attentato, dicono i giornali. Bravi, sette più.

E' un procedimento che non deve stupire. Anzi, è una vecchia storia. Risale alla seconda metà degli anni Novanta, dopo la prima guerra di Cecenia (1994-1996), quando il fronte degli indipendentisti guidato da Dzhokar Dudaev cominciò a essere infiltrato sempre più pesantemente dagli islamisti, già allora finanziati (quasi ogni giorno si apriva una nuova moschea) e organizzata (alcuni dei capi guerriglieri, peraltro in conflitto perenne con i capi locali, erano sauditi o giordani) dall'Arabia Saudita, e naturalmente favoriti e motivati dalla brutalità e dalle violenze dell'esercito russo.

Quando osservo i video dei boia dell'Isis mi capita di pensare alle esecuzioni sommarie, da parte dei ceceni, dei soldati catturati in battaglia, e soprattutto al caso di Evgenyj Rodionov e Andrej Trusov, due soldati semplici russi catturati in territorio ceceno e decapitati con regolare filmato, mentre due altri loro commilitoni venivano semplicemente fucilati. Per Rodionov, assassinato nel giorno del suo ventesimo compleanno, pende in Russia una "causa di santità" perché in punto di morte il soldato rifiutò di abiurare la fede cristiana e convertirsi all'islam.

I guerriglieri ceceni, come tutti ricordano, giusta o sbagliata che fosse la loro causa, compivano azioni degne del peggiore terrorismo: attaccavano gli ospedali civili (a Budionnovsk), massacravano gli studenti nelle scuole (a Beslan), prendevano in ostaggio gli spettatori nei teatri (a Mosca). I loro capi, intanto, sognavano la creazione di un califfato del Caucaso, almeno quindici anni prima che Al Baghdadi sognasse di crearne un altro tra Siria e Iraq.

Nonostante tutto questo, e molto altro che si potrebbe dire, il mondo occidentale si è sempre rifiutato di riconoscere che la Russia si era trovata (e in parte si trova ancora) a combattere con il terrorismo islamico. I ceceni erano di volta in volta "indipendentisti", "ribelli", "guerriglieri", "combattenti". Tutto tranne che "terroristi islamici", qualifica che col tempo abbiamo attribuito quasi a chiunque impugnasse un'arma. 

La ragione è evidente: delegittimare la Russia, toglierle qualunque forma di riconoscimento internazionale, negare fino al ridicolo che potesse/possa avere un ruolo all'interno di una battaglia comune con l'Occidente. Ovvero, lasciare mano libera agli Usa in quella sorta di perenne e crudele esperimento sociologico che conducono in Medio Oriente e che, da George Bush a Obama, ha un unico esito: frammentare dove c'era unità (Iraq, Siria, Libia...), impoverire dove c'era un decente tenore di vita, rendere ancora più netti i contrasti tra religioni, etnie, popoli. Questa è la politica che, tra l'altro, rischia di portare all'estinzione le comunità cristiane del Medio Oriente. Comunità che, tra le altre cose, facevano da collante culturale e sociale a quei Paesi prima in qualche modo uniti e ora avviati verso una divisione di fatto (Iraq, Libia) o addirittura perseguita e auspicata come in Siria.








 

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