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domenica 16 dicembre 2018
 
La buona samaritana
 

Il buon Samaritano ha un nome: Eleonora

16/09/2013  La dottoressa Cantamessa è morta per soccorrere un giovane indiano ferito durante una rissa. Nella sua casa di Trescore Balneario (Bg) ascoltare i genitori e il fratello Luigi è una lezione in più: perché in loro non c'è nessuna traccia di odio. «È morta come ha vissuto: per gli altri»

Il bene a volte ha un solo difetto: è difficile da raccontare. Troppo alto il rischio di scivolare nella retorica e nella banalità. «Per una volta, almeno, non dobbiamo avere paura delle parole: mia sorella ha compiuto un atto di eroismo. Il suo è stato un martirio», dice Luigi, il fratello di Eleonora Cantamessa, la ginecologa uccisa la sera di domenica 8 settembre mentre cercava di soccorrere Kumar Baldev, un indiano pestato da alcuni connazionali. A ucciderla il fratello di Baldev, Vicky Vicky, 25 anni, ora in carcere, che con l’auto è piombato addosso alla dottoressa uccidendola sul colpo.

Al primo piano di piazza Cavour 4 a Trescore Balneario (Bg), dove abitava Eleonora, è un pellegrinaggio continuo di gente. Sul tavolo del soggiorno, accanto alla foto di lei che stringe nelle braccia un neonato, tanti mazzi di fiori bianchi accompagnati da bigliettini, molti dei quali inviati da sconosciuti. Un messaggio è di consolazione per i genitori: «Il mondo», c’è scritto, «vi è debitore per questo grande esempio di amore e di fede».

Arriva una delle sue pazienti-amiche: «La Ele», racconta, «era fatta così: disponibile e generosa. Se la chiamavi alle due di notte rispondeva». Squilla il telefono, è una signora di Bologna: «Vorrei venire ad abbracciarvi e avere anch’io un po’ della forza della mamma». Davvero, come ha scritto san Tommaso, il bene è diffusivum sui, è contagioso, si diffonde. «Venga, si accomodi sul balcone. A Eleonora piaceva tanto sedersi qui. Domenica pomeriggio aveva fumato la sua ultima sigaretta e avevamo chiacchierato insieme», dice la signora Mariella 65 anni, insegnante elementare in pensione. Molti suoi ex alunni vengono a darle conforto: «Coraggio, maestra». Sul tavolino, c’è ancora il posacenere. Al collo, Mariella porta una catenina d’argento con una piccola campanella: «Eleonora la indossava quando è morta. Lo sente questo suono? Me l’ha mostrata e mi ha detto: “Mamma, è il suono che serve per chiamare gli angeli. E se lo indossano donne in attesa, anche il bimbo che portano in grembo lo ascolta”. E io le ho risposto: “Ma che bisogno hai, tu, di chiamare gli angeli?”. Ora capisco, forse dovevano accompagnarla in cielo».

La serenità nel dolore è quasi un ossimoro, un controsenso. Eppure è esattamente quello che traspare dai gesti e dalle parole della signora Mariella: «Mia figlia ha dato la vita per uno che, secondo molti, non valeva niente», afferma. «Spero che chi l’ha uccisa cambi vita. È ancora giovane, ce la può fare. La possibilità di riscatto non è preclusa a nessuno». Il pensiero torna a quella sera maledetta. «Stavo recitando il rosario, poi ho avuto un presentimento. Se n’è andata mentre pregavo. Ogni sera lo faccio per i miei figli, i poveri, i tanti disperati. Chi ha ucciso Eleonora è un disgraziato come me, in fondo. Lui per il male che ha commesso, io per il dolore di questa tragedia assurda. Ha lasciato quattro figli orfani, ora bisognerà pensare anche a loro. Mia figlia nel suo ambulatorio accoglieva tutti, comprese tante donne straniere che non avevano da pagare».

Affiorano tanti ricordi ora a mamma Mariella, ricordi dei tanti gesti di bontà della figlia che fino a ieri custodiva silenziosamente nel cuore e ora sente il bisogno di raccontare come segno di speranza e promessa di consolazione per sé. «Una volta», dice, «arrivò nel suo studio una donna indiana e la visitò. Era poverissima, addosso aveva solo biancheria strappata. Eleonora, con delicatezza, prese i pochi spiccioli che le diede per non umiliarla. Poi, qualche giorno dopo, trovò il modo di farle avere dei soldi per comprarsi i vestiti».

La testimonianza di Mariella si alterna a quelle delle persone che arrivano. Ognuno, oltre al cordoglio, ha un ricordo buono di Eleonora da portare: un gesto, una carezza, una parola d’affetto. Continua la mamma: «Una volta, anni fa, stavamo partendo per le vacanze ed Eleonora tornò indietro per dare i soldi a una ragazza di strada che doveva darli al suo aguzzino per evitare di essere picchiata. È la prima volta che racconto queste cose, non l’ho mai fatto prima. Ma ora cosa resta? La speranza che mia figlia sia un angelo tra gli altri angeli e che il bene che ha fatto, la sua generosità discreta, non vengano dimenticati. Sono andata in Tv, ho rilasciato interviste proprio per questo».

Papà Silvano è uomo di poche parole: «Odio? Ma che odio?», chiede quando si parla dell’assassino di sua figlia. Preferisce ricordare i momenti di vacanza passati insieme a Eleonora: «L’estate scorsa a Creta, due anni fa nel Salento. A lei piaceva molto il mare».

Sul tavolo del soggiorno, accanto ai lumini e alla foto sorridente di Eleonora, c’è il Vangelo. È aperto sulla pagina della parabola del Buon Samaritano. Gesù la raccontò per rispondere a quel tale che gli aveva chiesto: «Chi è il mio prossimo?». A don Ettore Galbusera, che l’ha letta durante i funerali, sono bastate poche parole: «Per quanto sia difficile parlare dato il dolore del momento, oggi per me è più semplice. Questa è un’omelia già pronunciata, che ha pronunciato la stessa Eleonora, in una notte qualsiasi».

«Il Buon Samaritano», spiega la signora Mariella, «ha pagato per curare l’uomo ferito in mezzo alla strada, mia figlia ha pagato con la vita. Come Cristo. È morta in mezzo a quei disgraziati animati solo dalla furia cieca dell’odio e della violenza». Luigi prende in mano il cellulare di Eleonora, il vetro dello schermo è rotto ma funziona ancora. In memoria, c’è ancora l’ultima telefonata al 112. «È morta così», spiega, «con una mano teneva quella del ferito, con l’altra chiamava per coordinare i soccorsi».

Luca, l’amico che l’accompagnava quella sera, le aveva detto che scendere era pericoloso. «Fermati», le aveva detto con tono perentorio Eleonora. «C’è un ferito a terra, sono un medico, non posso passare oltre». Non ha fatto nemmeno in tempo a fermare l’auto che lei si era già precipitata in strada. «State calmi, sono un medico», gridava. «Io non avrei avuto il coraggio di farlo», chiosa la madre.

L’insegnamento di Eleonora, quello di non voltarsi mai dall’altra parte, ora continuerà attraverso una Fondazione per aiutare chi ha difficoltà ad avere un figlio. «È un modo concreto per favorire le nascite», spiega il fratello Luigi, «la nostra idea è quella di sostenere le cure di queste donne presso strutture mediche specializzate. Speriamo di partire già dal prossimo anno».
Anche i rappresentanti della comunità indiana di Milano e Bergamo si sono stretti attorno alla famiglia.

«Nella vita», ha scritto Eleonora in una lettera, «non si può sempre correre. Ogni tanto bisogna fermarsi».

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