Giovedì 16 ottobre 1986 il vento sul Lhotse, quarta montagna della Terra, è feroce, ma per una volta aiuta. Nell'ultimo canalone spinge due uomini verso l'alto: in un'ora guadagnano duecentocinquanta metri. Alle 13.45 sono in vetta, a 8.516. Uno è Hans Kammerlander, trent'anni, per lui è il settimo Ottomila. L'altro è Reinhold Messner, quarantadue, e per lui è il quattordicesimo: nessuno aveva mai salito tutte le cime della Terra che superano gli ottomila metri. Lui, in nessuna di quelle salite, ha respirato da una bombola.

Non c'è tempo per la festa. Una tempesta di quota li scaccia quasi subito dalla cima, la discesa è rapida e gelida, Messner si porta a valle un principio di congelamento ai polsi. Una delle imprese più grandi del Novecento si consuma così, in pochi minuti di vento e di fretta. Per capirla bisogna scendere dalla vetta e tornare indietro di sedici anni, a un'altra montagna.

Estate 1970, Pakistan. La spedizione tedesca di Karl Maria Herrligkoffer sale al Nanga Parbat, la «montagna nuda», con l'obiettivo della parete Rupal, ancora inviolata: quasi quattromilacinquecento metri di roccia e ghiaccio, tra le pareti più alte del mondo.

Tra gli uomini scelti per l'assalto ci sono due fratelli altoatesini di Funes: Reinhold, ventisei anni, e Günther, ventiquattro. Reinhold tenta da solo l'ultimo tratto; Günther, che avrebbe dovuto restare in basso, gli va dietro. Arrivano in cima senza ossigeno, senza tenda, con poco cibo, troppo tardi per rientrare, e passano la notte all'aperto. Il mattino dopo, convinti di non poter essere soccorsi dal versante di salita, scelgono l'altro lato, il Diamir. Sarebbe la prima traversata integrale di un Ottomila.

Durante la discesa Reinhold perde di vista il fratello. Lo cerca per ore, chiama, torna sui suoi passi, e trova solo i segni di una valanga. Poi prosegue da solo, delirante: riemerge dopo tre notti all'addiaccio con i piedi congelati, perderà gran parte delle dita. La ferita vera, però, è un'altra e dura trentacinque anni. Il capospedizione lo accusa di aver abbandonato Günther per la gloria della vetta; più tardi due ex compagni rilanciano l'accusa nei loro libri, e Messner li porta in tribunale per diffamazione e vince. Quella versione l'ha sempre respinta: ricorda di non avere avuto con sé nemmeno una mappa e di aver gridato per ore verso la seconda cordata che saliva, prima di scegliere l'altro versante.

Poi, nell'agosto del 2005, il ritiro del ghiacciaio restituisce un corpo a oltre quattromila metri, quasi alla fine della discesa, non vicino alla cima come volevano le accuse più feroci. Il DNA dice che è Günther. La montagna, alla fine, ha deposto a favore del sopravvissuto.

Dopo quella montagna Messner non salirà più come prima: scala con una consapevolezza nuova del rischio e del prezzo della vita. Nel 1978 sale l'Everest senza ossigeno con Peter Habeler e, nello stesso anno, il Nanga Parbat da solo: la prima salita integrale in solitaria di un Ottomila. Due anni dopo è di nuovo sull'Everest, ancora senza bombole, e questa volta senza compagni.

Nel 1984 attraversa con Kammerlander i due Gasherbrum, prima doppia traversata di due Ottomila; nel 1985 sale Annapurna e Dhaulagiri. Oltre i settemilacinquecento metri, nella «zona della morte» battezzata nel 1953 dal medico svizzero Edouard Wyss-Dunant, il corpo si degrada in fretta persino con l'ossigeno in bottiglia. Messner ci ha vissuto a mani nude. Il filo che tiene insieme quelle salite è una sottrazione: meno mezzi, meno artifici, meno alibi. Un'etica prima che una tattica, e per questo ancora oggi discussa, imitata, presa a misura.

Gli ultimi due Ottomila li affronta in fila, nell'autunno del 1986, con una piccola squadra altoatesina. Il Makalu cade il 26 settembre, a metà mattina. Con loro sale anche Friedl Mutschlechner, compagno di cordata già sullo Shisha Pangma e sul Kangchenjunga, che però il Lhotse lo perde per un violentissimo mal di denti: a quelle quote, la fine di un sogno può passare anche da lì. Il 14 ottobre sono al secondo campo, a 6.400 metri; il 15 al terzo, a oltre 7.400; il 16 si parte per la cima. Restano in due. Davanti a battere la pista, quasi sempre, è Kammerlander, il più giovane. Il resto è il vento di quel giovedì.

Il Lhotse, a guardar bene, non fu la salita più pura di quei sedici anni. Quattro sherpa accompagnarono la cordata fino al campo alto, e il gruppo arrivò perfettamente acclimatato dal Makalu. Lo si capì meglio undici mesi dopo, quando il polacco Jerzy Kukuczka chiuse i suoi quattordici sullo Shisha Pangma, in meno di dieci anni, con vie nuove, invernali e una cima raggiunta in stile alpino. L'American Alpine Journal annotò che nello stile aveva superato Messner. Messner gli telegrafò che non era stato il secondo, ma il più grande. Kukuczka morì nel 1989 a pochi metri dalla vetta di quello stesso Lhotse, sulla parete Sud. È raro, in una corsa ai primati, che chi arriva primo chiami grande chi arriva dopo.

Il punto, allora, non è stabilire chi fu più puro. È che, tra la fine degli anni Settanta e la metà degli Ottanta, alcuni uomini hanno insegnato che il modo di salire è parte del risultato: conta la cima, ma conta di più come ci si arriva e che cosa si accetta di perdere per arrivarci. Quarant'anni dopo, la domanda che il Lhotse ci lascia non riguarda l'alpinismo, riguarda il limite. In un tempo che misura tutto in primati e scorciatoie, Messner ha costruito la propria leggenda sul contrario: rinunciare a qualcosa per poter dire che quella salita fosse davvero sua. Altrove si chiamerebbe sobrietà, o umiltà. In montagna ha un altro nome: stile.

Dopo i quattordici Ottomila Messner cambia terreno, non natura: i deserti di ghiaccio e di sabbia, poi i cinque anni al Parlamento europeo tra i Verdi, dal 1999 al 2004, infine i musei della montagna, che lui stesso ha chiamato il suo quindicesimo Ottomila. Come se, esaurite le vette, restasse da custodire il racconto.

Oggi ha ottantadue anni, un carattere spigoloso che gli ha procurato liti con mezzo mondo dell'alpinismo e un corpo che gli ha tolto quasi tutto. Il 17 settembre, giorno del suo compleanno, è tornato in Pakistan su una sporgenza di pietra da cui lui e Günther videro per la prima volta il Nanga Parbat.

Non una vetta, non un campo base: un sasso. Ha scritto di non avere più l'agilità di un camoscio, ma di avercela fatta lo stesso, e che lì si ferma ogni volta, perché «qui è iniziato tutto». In questi giorni ha raccontato di aver perso la forza fisica e guadagnato di più: la gioia di vivere, la voglia di scrivere, la curiosità.

I quattordici Ottomila, fino al 2014, li avevano completati in trentaquattro. Resta una scena più forte di qualunque primato: un vecchio fermo su una pietra, il vento che passa, una montagna diventata per lui molto più di una montagna. Forse l'intera collezione di vette è stata soltanto la lunga strada per tornare lì, e per restare fedele a un nome.