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mercoledì 16 ottobre 2019
 
 

Il martire dimenticato del terrorismo

08/07/2010  A La storia siamo noi, la vita del direttore della Montedison di Mestre Giuseppe Taliercio, ucciso dalle Br nel 1981

Giovanni Minoli
Giovanni Minoli

Il suo assassino, Antonio Savasta, di lui disse: «Era pacato, ricco di fede, incapace di odiarci». Quella di Giuseppe Taliercio, direttore del Petrolchimico di Porto Marghera, rapito e ucciso dalle Br nel 1981 è una delle vicende più dolorose è dimenticate degli anni del terrorismo. La racconta la nuova puntata di “La storia siamo noi” con Giovanni Minoli, in un documentario realizzato da Davide Di Stadio e Raffaella Cortese: "L’alba del giorno 47. Storia di Giuseppe Taliercio", con interviste, fra gli altri, ai familiari e a chi ha vissuto quella tragedia. Ed inoltre, documenti esclusivi, per raccontare la terribile cronologia di 46 giorni tra paure e silenzi, sullo sfondo degli anni di piombo. È l’agonia di un uomo indifeso che, nel suo martirio, lascia una lezione di vita e una testimonianza di fede.

A raccontare come avvenne quel sequestro è proprio un membro delle Br, Gianni Francescutti, che ne ha preso parte: «Chi gestiva da Roma questo sequestro si aspettava la controparte facesse delle offerte. L’idea di aver rapito un responsabile di un delitto sociale come le morti sul lavoro o l’inquinamento era come se ci desse il diritto di vita o morte. E per evitare questo pensavamo dovesse la controparte offrire qualcosa». A quel tempo molti accusarono la Montedison di non aver fatto abbastanza. Oggi, per la prima volta un dirigente di allora, Giorgio Malagoli, dice: “Il presidente Schimberni diede carta bianca qualora ci fosse stata la necessità di versare cifre per salvare Taliercio”. Sta di fatto che per 46 giorni, da parte dei terroristi, non ci sarà mai nessuna esplicita richiesta di una contropartita per la vita di Taliercio.

Finché il 5 luglio, il dirigente venne assassinato a 54 anni ed il suo corpo venne fatto ritrovare nel bagagliaio di un’auto presso uno dei cancelli dello stabilimento. L'autopsia stabilì che non si nutriva da cinque giorni; aveva un incisivo spezzato alla radice. Nei 47 giorni di prigionia, a Tarcento, nel Friuli, rinchiuso in una tenda da campo, era stato picchiato, seviziato, come risultò dai processi, perché aveva rifiutato ogni collaborazione richiesta dai brigatisti. Lasciò una moglie e cinque figli.

Giovedì 8, 23.30 - Rai 2

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