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«Non possiamo rassegnarci alle immagini di morte che ogni giorno le cronache ci propongono». Papa Leone, a Pompei, chiede l’intercessione di Maria perché Dio «tocchi i cuori, plachi i rancori e gli odi fratricidi, illumini quanti hanno speciali responsabilità di governo». Dopo aver salutato il Tempio della carità e rassicurato la piazza con un: «In questo santuario sappiamo bene che la mamma è sempre con noi!», il Pontefice ricorda, nell’omelia della messa, «che nessuna potenza terrena salverà il mondo, ma solo la potenza divina dell’amore, che Gesù, il Signore. Ci ha rivelato e donato». Prima aveva parlato a braccio, ringraziando la piazza che lo aveva atteso festante fin dalle prime luci dell’alba, «per la presenza» e spiegando a tutti che «la nostra Madre Maria ci accompagna con la sua intercessione. Il suo amore è sempre con i suoi figli. Con questa fiducia pregheremo insieme e celebreremo la gioia di essere battezzati discepoli di Gesù Cristo, chiamati tutti a essere la presenza di Cristo nel mondo».
Poco dopo, sempre a braccio, ai malati aveva ricordato «la benedizione che il Signore ha voluto dare a tutti noi oggi. Io mi sento il primo benedetto per poter venire qui al Santuario della Madonna nel giorno della supplica di questo anniversario». Aveva parlato di una «bellissima benedizione e di una bellissima giornata» che è sempre «quando Gesù cammina con noi».
Nell’omelia della messa, poi, spiegando il perché della sua presenza a Pompei in questo giorno Leone ha sottolineato che: «Esattamente un anno fa, quando mi è stato affidato il ministero di Successore di Pietro, era proprio la giornata della Supplica alla Vergine del Santo Rosario di Pompei». E dunque «dovevo dunque venire qui, a porre il mio servizio sotto la protezione della Vergine Santa. L’aver poi scelto il nome di Leone, mi pone sulle orme di Leone XIII, che ebbe, tra gli altri meriti, anche quello di aver sviluppato un ampio Magistero sul Santo Rosario. A tutto ciò si aggiunge la recente canonizzazione di San Bartolo Longo, apostolo del Rosario».
Leone ricorda un po’ la storia della città e l’opera di Bartolo Longo e di sua moglie Marianna Farnarano De Fusco che 150 anni fa posero la prima pietra del Santuario «nel luogo in cui l’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo aveva sepolto sotto la cenere i segni di una grande civiltà». La coppia così, «gettava le basi non solo di un tempio, ma di una intera città mariana». Bartolo Longo, aggiunge il Pontefice, «così esprimeva la consapevolezza di un disegno di Dio, che San Giovanni Paolo II, parlando in questo luogo di grazia il 7 ottobre 2003, a conclusione dell’Anno del Rosario, rilanciava per il Terzo Millennio, nella prospettiva della nuova evangelizzazione: “Oggi – egli diceva – come ai tempi dell’antica Pompei, è necessario annunciare Cristo a una società che si va allontanando dai valori cristiani e ne smarrisce persino la memoria”».
Spiegando poi il Vangelo dell’Annunciazione Leone sottolinea che l’Ave Maria rivolto dall’arcangelo alla Madonna «è un invito alla gioia: dice a Maria, e in lei a tutti noi, che sulle macerie della nostra umanità provata dal peccato e pertanto sempre incline a prevaricazioni, sopraffazioni e guerre, è venuta la carezza di Dio, la carezza della misericordia, che prende in Gesù un volto umano. Maria diventa così Madre della misericordia. Discepola della Parola e strumento della sua incarnazione, si rivela davvero la “piena di grazia”. Tutto in lei è grazia!». Maria diventa, «come insegna il Concilio Vaticano II sulla scorta di Sant’Agostino, “madre delle membra (di Cristo) … perché cooperò con la carità alla nascita dei fedeli della Chiesa, i quali di quel capo sono le membra”. Nell’“Eccomi” di Maria nasce non soltanto Gesù, ma anche la Chiesa, e Maria diventa insieme Madre di Dio – Theotòkos – e Madre della Chiesa».
Spiega la preghiera del rosario che «sorta e sviluppatasi progressivamente nel secondo Millennio, affonda le radici nella storia della salvezza, e proprio nel Saluto dell’Angelo alla Vergine ha come il suo preludio. “Ave Maria”! La ripetizione di questa preghiera nel Rosario è come l’eco del saluto di Gabriele, un’eco che attraversa i secoli e guida lo sguardo del credente a Gesù, visto con gli occhi e il cuore della Madre». Le Ave Maria, infatti, ripetono continuamente il «ti voglio bene» della Madre. «Un atto di amore che, sui grani della corona, come ben si vede nel quadro mariano di questo Santuario, ci fa risalire a Gesù, e ci porta all’Eucaristia, “fonte e apice di tutta la vita cristiana”». Leone aggiunge che «il Rosario ha una fisionomia mariana, ma un cuore cristologico ed eucaristico. Se la Liturgia delle Ore scandisce i tempi della lode della Chiesa, il Rosario scandisce il ritmo della nostra vita riportandola continuamente a Gesù e all’Eucaristia».
«Generazioni di credenti sono state plasmate e custodite da questa preghiera, semplice e popolare, e al tempo stesso capace di altezze mistiche e scrigno della più essenziale teologia cristiana. Cosa c’è infatti di più essenziale dei misteri di Cristo, del suo santo Nome, pronunciato con la tenerezza della Vergine Madre? È in questo Nome, e in nessun altro, che noi possiamo essere salvati», sottolinea. Ripetendo le Ave Maria facciamo esperienza «della casa di Nazaret, quasi riascoltando la voce di Maria e di Giuseppe nei lunghi anni in cui Gesù visse con loro. Facciamo anche l’esperienza del Cenacolo, dove gli Apostoli con Maria attesero l’effusione dello Spirito Santo. È quello che ci ha additato la prima Lettura. Come non pensare che, in quel tempo tra l’Ascensione e la Pentecoste, Maria e gli Apostoli facessero a gara nel ricordare i diversi momenti della vita di Gesù? Non doveva sfuggirne nessun dettaglio! Tutto era da ricordare, assimilare, imitare. Nasce così il cammino contemplativo della Chiesa, di cui, a somiglianza dell’Anno liturgico, il Rosario offre la sintesi nella meditazione quotidiana dei santi Misteri».
E ancora spiega che «il Rosario è stato considerato un compendio del Vangelo, che San Giovanni Paolo II ha voluto integrare con i Misteri della luce. Anche questa dimensione fu vivissima in San Bartolo Longo, che offrì ai pellegrini profonde meditazioni per sottrarre il Santo Rosario alla tentazione di una recita meccanica e assicurargli il respiro biblico, cristologico e contemplativo che lo deve caratterizzare».
Tanti applausi scandiscono le parole del Papa soprattutto quando ricorda che la «carità verso Dio e la carità verso il prossimo» sono «due facce della stessa medaglia, come ci ricordava la seconda Lettura, tratta dalla prima Lettera di San Giovanni, concludendo con l’esortazione: “Non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità”». Per questo è importante ricordare che Bartolo Longo, «in questa Città mariana accolse orfani e figli di carcerati, mostrando la forza rigenerante dell’amore. Qui anche oggi i più piccoli e i più deboli sono accolti e accuditi nelle Opere del Santuario. Il Rosario spinge lo sguardo verso i bisogni del mondo, come la Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae sottolineava, proponendo in particolare due intenzioni che rimangono di pressante attualità: la famiglia, che risente dell’indebolimento del legame coniugale, e la pace, messa a repentaglio dalle tensioni internazionali e da un’economia che preferisce il commercio delle armi al rispetto della vita umana».
Ricorda lo spirito di Assisi, quando Giovanni Paolo II convocò nella città umbra i leader delle religioni mondiali e l’anniversario dell’Anno del rosario, indetto da papa Wojtyla 24 anni fa per porre il mondo «in modo speciale sotto lo sguardo della Vergine di Pompei». I tempi «da allora non sono migliorati», insiste Leone. «Le guerre che ancora si combattono in tante regioni del mondo chiedono un rinnovato impegno non solo economico e politico, ma anche spirituale e religioso. La pace nasce dentro il cuore». Ricorda che sia lui che papa Francesco «abbiamo chiesto ai fedeli di tutto il mondo di pregare per questa intenzione» e che ancora oggi «da questo Santuario, la cui facciata San Bartolo Longo concepì come un monumento alla pace, oggi eleviamo con fede la nostra Supplica. Gesù ci ha detto che tutto può ottenere la preghiera fatta con fede. E San Bartolo Longo, pensando alla fede di Maria, la definisce “onnipotente per grazia”».





