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martedì 17 luglio 2018
 
Lampedusa
 

Il Papa: «Perdono Signore, donaci la grazia di piangere»

08/07/2013  Francesco a Lampedusa incontra un gruppo di migranti e poi celebra la messa in cui fa mea culpa: «Viviamo nella globalizzazione dell'indfferenza e siamo tutti responsabili senza nome e senza volto. Ci siamo abituati alla sofferenza dell'altro»

L’Occidente somiglia sempre di più a Caino, indifferente alla sofferenza del fratello che muore e che non sa più rispondere con la carità e l’accoglienza alla domanda che Dio continua a porre ad ognuno di noi dagli albori della storia dell’umanità: «Dov’è tuo fratello?».

Il primo viaggio del pontificato di papa Francesco è un durissimo mea culpa per le migliaia dei migranti che al largo di Lampedusa invece della speranza hanno trovato e continuano a trovare la morte. Per loro l’approdo di salvezza è diventato una tomba anonima negli abissi del mare. E questo, dice il Papa, accade e continua ad accadere perché viviamo nella «globalizzazione dell’indifferenza».

Essa, ha detto Francesco nell’omelia della messa celebrata lunedì mattina nel campo sportivo dell’Isola gremito di lampedusani e immigrati, «ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto. “Adamo dove sei?”, “Dov’è tuo fratello?”, sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro! Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni».

La visita lampo a Lampedusa ha fatto capire chiaramente cosa significa per la Chiesa mettersi sulle rotte dei dimenticati, uscire da se stessi verso le periferie «geografiche ed esistenziali» come ha sollecitato il Pontefice sin dal momento dell’elezione.
Egli per primo, avvertendo come una «spina nel cuore», ha detto, le stragi degli immigrati che non fanno neanche più notizia, s’è messo sui passi degli ultimi per pregare per loro, scuotere le coscienze, dire al mondo che il silenzio che avvolge ciò che succede alla Porta d’Europa, il tratto di mare al largo di Lampedusa dove attraccano i barconi dei migranti e dove il Papa ha lanciato simbolicamente una corona di fiori, non è più tollerabile.

«Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io», ha detto il Papa nell’omelia, «ma Dio chiede a ciascuno di noi: “Dov’è il sangue di tuo fratello che grida fino a me?”. Oggi nessuno si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parla Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci sentiamo a posto. La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza».

A spingere il Papa a venire a Lampedusa sono stati proprio i titoli dei giornali che danno conto della strage silenziosa di immigrati che ha provocato negli ultimi anni circa 20 mila vittime.
Cita un titolo di un reportage, Francesco. «Da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte». Poi spiega: «Quando alcune settimane fa ho appreso questa notizia, che purtroppo tante volte si è ripetuta, il pensiero vi è tornato continuamente come una spina nel cuore che porta sofferenza. E allora ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza».

Visita breve, cerimoniale sobrio. Il Papa appena arriva sull'Isola va sulla motovedetta della Guardia costiera e viene accolto da numerosi pescherecci che lo seguono festanti. Poi la preghiera silenziosa prima di lanciare i fiori in mare e il ritorno al molo di Punta Favarolo dove Francesco incontra alcuni immigrati, quasi tutti giovani, arrivati sull’Isola in questi giorni.

Il Papa li saluta ad uno ad uno e ascolta le loro storie, tutte simili nella sventura e nella speranza di farcela. «Siamo fuggiti dal nostro paese per motivi politici ed economici. Per arrivare in questo luogo tranquillo abbiamo sfidato vari ostacoli, siamo stati rapiti dai trafficanti», ha detto uno di loro. Il Papa poco dopo chiede nell’omelia: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo? Per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza! Nel Vangelo abbiamo ascoltato il grido, il pianto, il grande lamento: “Rachele piange i suoi figli… perché non sono più”. Erode ha seminato morte per difendere il proprio benessere, la propria bolla di sapone. E questo continua a ripetersi…».

A braccio il Pontefice sottolinea il dramma degli immigrati di cui sono responsabili i trafficanti di uomini. I migranti «prima di arrivare qui - ha detto - sono passati attraverso i trafficanti, quelli che sfruttano la povertà degli altri, queste persone per cui la povertà degli altri è fonte di guadagno e a causa di questi hanno sofferto».

Poi arriva il mea culpa finale, la richiesta commossa di perdono a Dio per la nostra indifferenza: «Tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito».

Poi l’invocazione più accorata e drammatica: «Domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a drammi come questo».

Non c’è solo tragedia e sofferenza però in questa visita del Papa a Lampedusa che ha scelto non a caso di celebrare una messa penitenziale, con i paramenti viola, proprio per sottolineare il carattere di pentimento e di richiesta di perdono della liturgia. C’è anche la luce radiosa dei tantissimi lampedusani, volontari, religiosi e preti che ogni giorno, nel silenzio, accolgono i fratelli che arrivano dal mare. «Lampedusa è anche faro», ha sottolineato l’arcivescovo di Agrigento monsignor Francesco Montenegro. E il Papa ha ringraziato i lampedusani per questo: «Vorrei dire una parola di sincera gratitudine e di incoraggiamento a voi, abitanti di Lampedusa e Linosa, alle associazioni, ai volontari e alle forze di sicurezza, che avete mostrato e mostrate attenzione a persone nel loro viaggio verso qualcosa di migliore. Voi siete una piccola realtà, ma offrite un esempio di solidarietà!».

Infine, rivolto ai profughi ha detto “Oscià” che in dialetto lampedusano significa : "Respiro mio" e salutato gli immigrati musulmani che fra poco iniziano il mese sacro di Ramadan.
Al termine della messa la supplica alla Vergine venerata sull’Isola come “porto di salvazza” perché; ha detto il Papa, volga il suo «sguardo dolcissimo» su coloro che fuggono dai loro Paesi e ottenga da Dio il perdono per la nostra indifferenza.

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