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Prega in ricordo dei martiri cristiani degli ultimi due secoli, papa Francesco, nella veglia organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio nella Basilica romana di San Bartolomeo all’Isola Tiberina. Ma il suo pensiero correi ai migranti, ai rifugiati, «alla crudeltà», scandisce, «che oggi si accanisce sopra tanta gente». Ricorda, il Papa, che «i campi di rifugiati – tanti – sono di concentramento, per la folla di gente che è lasciata lì. E i popoli generosi che li accolgono devono portare avanti anche questo peso, perché gli accordi internazionali sembra che siano più importanti dei diritti umani».
Poco prima aveva incontrato nei locali attigui alla Basilica un gruppo di rifugiati giunti in Italia grazie ai corridoi umanitari realizzati da Sant’Egidio con la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e la Tavola Valdese. Nel saluto finale davanti alla folla, fuori dalla Chiesa, il Papa invita a pregare sul dramma dei migranti esortando all’accoglienza: «La gente», dice, «che arriva in barconi e poi restano lì, nei Paesi generosi come l’Italia e la Grecia che li accolgono, ma poi i trattati internazionali non lasciano… Se in Italia si accogliessero due, due migranti per municipio, ci sarebbe posto per tutti. E questa generosità del sud, di Lampedusa, della Sicilia, di Lesbo, possa contagiare un po’ il nord. È vero: noi siamo una civiltà che non fa figli, ma anche chiudiamo la porta ai migranti. Questo si chiama suicidio».


Il ricordo dei martiri di oggi, da don Andrea Santoro a padre Jacques Hamel
La Basilica romana di San Bartolomeo all’Isola Tiberina è il luogo scelto da San Giovanni Palo II dopo il Giubileo del 2000 come memoriale dei nuovi martiri cristiani, uccisi in odio alla fede negli ultimi due secoli. Qui papa Francesco sabato pomeriggio ha presieduto la solenne veglia di preghiera promossa dalla Comunità di Sant’Egidio per i “Nuovi Martiri del XX e XXI secolo”. «Alcuni sono stati nostri amici, o anche commensali» afferma Andrea Riccardi, fondatore di Sant’Egidio, nel suo saluto iniziale, ricordando alcuni di loro: don Andrea Santoro, assassinato in Turchia; Shabbaz Bhatti, ucciso in Pakistan; Christian de Chergé, massacrato in Algeria; padre Jaques Hamel, sgozzato in Normandia da un terrorista; il vescovo Enrique Angelelli, perseguitato dai militari in Argentina. Di costoro e di altri testimoni, come l’arcivescovo di El Salvador Oscar Romero, è conservato nelle cappelle laterali della Basilica un oggetto personale: la stola, il breviario, il pastorale, il calice, la bibbia.
Papa Francesco visita le cappelle e rende loro omaggio ricordando come hanno «hanno avuto la grazia di confessare Gesù fino alla fine, fino alla morte». Francesco ascolta commosso tre testimonianze: quella del figlio di Paul Schneider, pastore della Chiesa riformata, ucciso nel campo di sterminio di Buchenwald nel 1939: «Mio padre è stato scelto per testimoniare il Vangelo e questo mi consola», ha detto. Poi la testimonianza di Roselyne Hamel, sorella di padre Jacques, il parroco di Rouen sgozzato da due fondamentalisti nel luglio scorso mentre celebrava Messa. Mio fratello «non ha mai voluto essere al centro, ma ha consegnato una testimonianza al mondo intero la cui larghezza non la possiamo ancora misurare. Con la sua morte è divenuto un fratello universale», ha affermato la donna. Infine, un amico di William Quijano, ucciso dalle Maras, le terribili bande armate in Salvador, che cercava di «spezzare la catena della violenza» attraverso l’educazione e la formazione dei bambini, nella certezza che «un Paese senza scuole e maestri è un paese senza futuro».


«Il martire non è come un eroe ma un "graziato", è la grazia di Dio che ci fa martiri»
Dopo la preghiera, il Papa nell’omelia traccia l’identikit dei martiri: «Essi», dice, «hanno avuto la grazia di confessare Gesù fino alla fine, fino alla morte. Loro soffrono, loro danno la vita, e noi riceviamo la benedizione di Dio per la loro testimonianza. E ci sono anche tanti martiri nascosti, quegli uomini e quelle donne fedeli alla forza mite dell’amore, alla voce dello Spirito Santo, che nella vita di ogni giorno cercano di aiutare i fratelli e di amare Dio senza riserve».
Ma qual è la causa di questa persecuzione crudele? «L’odio del principe di questo mondo verso quanti sono stati salvati e redenti da Gesù con la sua morte e con la sua risurrezione», risponde il Papa che aggiunge: «L’origine dell’odio è questa: poiché noi siamo salvati da Gesù, e il principe del mondo questo non lo vuole, egli ci odia e suscita la persecuzione, che dai tempi di Gesù e della Chiesa nascente continua fino ai nostri giorni. Quante comunità cristiane oggi sono oggetto di persecuzione! Perché? A causa dell’odio dello spirito del mondo».
Bergoglio spiega che il martire non può essere considerato alla stregua di un eroe civile che muore per la patria: «La cosa fondamentale del martire è che è stato un “graziato”: è la grazia di Dio, non il coraggio, quello che ci fa martiri», dice il Papa. «Oggi, allo stesso modo ci si può chiedere: “Di che cosa ha bisogno oggi la Chiesa?”. Di martiri, di testimoni, cioè dei santi di tutti i giorni. Perché la Chiesa la portano avanti i santi. I santi: senza di loro, la Chiesa non può andare avanti. La Chiesa ha bisogno dei santi di tutti i giorni, quelli della vita ordinaria, portata avanti con coerenza; ma anche di coloro che hanno il coraggio di accettare la grazia di essere testimoni fino alla fine, fino alla morte. Sono i testimoni che portano avanti la Chiesa; quelli che attestano che Gesù è risorto, che Gesù è vivo, e lo attestano con la coerenza di vita e con la forza dello Spirito Santo che hanno ricevuto in dono».
Poi, il Papa fa un inserto a braccio: «Io vorrei, oggi, aggiungere un’icona di più, in questa chiesa», dice, «una donna. Non so il nome. Ma lei ci guarda dal cielo. Ero a Lesbo, salutavo i rifugiati e ho trovato un uomo trentenne, con tre bambini. Mi ha guardato e mi ha detto: “Padre, io sono musulmano. Mia moglie era cristiana. Nel nostro Paese sono venuti i terroristi, ci hanno guardato e ci hanno chiesto la religione e hanno visto lei con il crocifisso, e le hanno chiesto di buttarlo per terra. Lei non lo ha fatto e l’hanno sgozzata davanti a me. Ci amavamo tanto!”. Questa è l’icona che porto oggi come regalo qui. Non so se quell’uomo è ancora a Lesbo o è riuscito ad andare altrove. Quest’uomo non aveva rancore: lui, musulmano, aveva questa croce del dolore portata avanti senza rancore. Si rifugiava nell’amore della moglie, graziata dal martirio».




