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martedì 25 giugno 2019
 
 

Il pasticcio Brexit

16/01/2019  Bocciato dal Parlamento l'accordo del governo May con l'Unione Europea. Oggi una mozione di sfiducia contro la premier. Il Regno Unito è nel caos e senza bussola a poche settimane dalla data fissata per il distacco dalla Ue.

Trentuno mesi dopo il referendum del 2016 e a soli 73 giorni dalla data fissata per Brexit il Regno Unito è allo sbando, un’isola alla deriva, un paese nel caos. La devastante sconfitta del primo ministro Theresa May, che martedì 15 gennaio ha fatto votare dalla Camera dei Comuni il suo progetto di accordo per Brexit, apre scenari imprevedibili. Nel pomeriggio di martedì la May è arrivata a Westminster sapendo che il voto sarebbe stato sfavorevole, ma non si aspettava una sconfitta di queste proporzioni. I favorevoli all’accordo che la premier aveva negoziato con l’Unione Europea sono stati 202, i contrari 432. Contro la May hanno votato non soltanto le opposizioni, ma anche i ribelli del partito conservatore.

Nonostante la catastrofe, Theresa May non si è dimessa. Ma un minuto dopo l’esito della votazione Jeremy Corbyn, leader del partito laburista, ha annunciato una mozione di sfiducia nei confronti del primo ministro. La mozione sarà messa ai voti oggi. In caso di sconfitta la May sarà costretta alle dimissioni e il Regno Unito andrà alle elezioni anticipate. Ma i parlamentari del partito conservatore che hanno bocciato l’accordo su Brexit non è detto che siano disposti ad affondare il coltello e  bocciare anche la May. Per loro sarebbe troppo rischioso andare ora a un voto anticipato che potrebbe portare a Downing Street i laburisti di Corbyn.

Tuttavia, se la May resta in sella, sia pure molto acciaccata, non si sa che cosa potrà fare. Fino a lunedì il primo ministro ha tempo per presentare una nuova bozza di accordo, ma i contenuti di questa eventuale bozza restano oscuri. Se davvero la May ha un coniglio nel cilindro, una soluzione a sorpresa che può accontentare i contrari all’accordo su Brexit, non si capisce come mai non l’abbia utilizzata prima.

A questo punto si aprono diversi scenari. Il più catastrofico è il “no deal”, cioè la Brexit il 29 marzo senza alcun accordo fra il Regno Unito e l’Unione Europea. Sarebbe uno shock sia per il Regno Unito che per l’Unione Europea, con pesanti conseguenze soprattutto sul piano economico, con ripercussioni sugli scambi commerciali e sui controlli alle frontiere. "Oggi non è mai stato così forte il rischio di ‘no deal'. Cercheremo di evitarlo, ma è nostra responsabilità anche essere lucidi e pronti a questa eventualità. In tempo strettissimi potremmo essere chiamati a varare misure d’urgenza”, ha detto questa mattina Michel Barnier, il politico francese incaricato della Ue per il negoziato su Brexit.

Il governo britannico potrebbe anche chiedere all’Unione Europea più tempo, forse fino a luglio, per rinegoziare un accordo. Ma a maggio ci saranno le elezioni europee e a quel punto, come sostiene il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani,  le elezioni dovrebbero svolgersi anche nel Regno Unito. Inoltre, in vaso di proroga,  il negoziato dovrebbe riprendere con i nuovi vertici dell’Unione europea e questo potrebbe complicare le cose.

Viene evocato anche un nuovo referendum, ma molti sono scettici, dato che i cittadini britannici si sono già espressi nel giugno del 2016. E poi quale sarebbe la domanda sulla scheda? Sì o no a Brexit oppure sì a un cerro tipo di accordo o no a Brexit?

Questi scenari complicati dimostrano quanto sia impervio e pieno di trappole il cammino imboccato dal Regno Unito con il referendum del 2016. Ci sono problemi complessi che non si risolvono con il sì e il no della democrazia diretta. Di fatto, se si tiene conto anche dei mesi della campagna che hanno preceduto il referendum, la vita politica della Gran Bretagna è paralizzata da tre anni attorno a Brexit. A metà dicembre un gruppo bipartisan di parlamentari aveva lamentato che il dibattito su Brexit sta togliendo ossigeno all’attività del governo. Così molti problemi in attesa di risposta vengono accantonati o passano in secondo piano: la riforma della sanità, pubblica, la lotta alla povertà, il contrasto del crimine, gli interventi sulle infrastrutture. Questa paralisi attorno a Brexit sta dividendo il paese e rischia di portare alla decadenza il Regno Unito. Un solo dato, spia di una decadenza annunciata. Nel 2017 in Gran Bretagna hanno chiuso 130 biblioteche pubbliche e oltre 700 persone che ci lavoravano sono rimaste senza lavoro.

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