«Pure a’ pizza è na’ livella, davanti a lei siamo tutti uguali: poveri e ricchi, nobili e straccioni», sospira felice mastro Vincenzo Staiano. Lui ne sforna di buonissime, napoletane doc, da quando aveva 12 anni. A Lettere, vicino Gragnano, ‘o Zi Aniello, la sua pizzeria, la conoscono tutti. «Surtanto o zi Aniell / Ve fa’ na pizza splendida / Ca ve fa cunzula’…». Questo motto deve essere arrivato anche all’orecchio di papa Francesco che un giorno lo fa chiamare dal suo elemosiniere, il monsignore polacco Konrad Krajewski, per organizzare un’incursione delle sue: «Vincenzo, il Papa vuole offrire la pizza ai suoi poveri». E mastro Vincenzo, Enzo come lo chiamano a Napoli, non si è tirato indietro. «Francesco dà il cuore per i poveri, gli esclusi, gli emarginati», dice. «E io sono felicissimo di dargli una mano».

La storia di questo verace pizzaiolo è salita alla ribalta il 4 settembre scorso, giorno della canonizzazione di Madre Teresa di Calcutta, quando Enzo insieme ai suoi pizzaioli è arrivato in Vaticano, ha piazzato cinque forni a legna accanto all’Aula Nervi e si è messo a sfornare pizze per oltre duemila poveri, senzatetto e indigenti invitati a pranzo da Bergoglio e assistiti in vari dormitori di Roma e d’Italia dalle Missionarie della Carità, l’ordine religioso di Madre Teresa. «Al termine della Messa, dopo il giro in piazza San Pietro sotto il sole per salutare i fedeli il Papa è venuto a salutarci nonostante fosse stanchissimo», ricorda Enzo, «sorrideva come un bambino, si divertiva. Si è messo a mangiare la pizza insieme a noi e poi alla fine ci ha ringraziato».

Già, pare che il Papa vada ghiotto per la margherita. «Mi ha detto che quando era a Buenos Aires la mangiava spesso, anche se la mia», dice con una punta di civetteria, «è molto più buona». Non era la prima volta che il “pizzaiolo del Papa” («ma no, scriva dei poveri») si è messo a lavorare per i più sfortunati. Una volta al mese, da quando è iniziato il Giubileo della misericordia, Enzo arriva a Roma, accende il forno e offre la cena alle persone assistite dalle suore di Madre Teresa. Non solo, le sue pizze hanno fatto il giro del mondo. Ne ha sfornate pure in Burundi e Tanzania, oltre che a Napoli ovviamente. «Sempre per conto di papa Francesco», sorride. Ha preparato anche la cena di gala («millecinquecento invitati», precisa) per la festa della Gendarmeria Vaticana con un divertito Domenico Giani, il comandante angelo custode del Papa, che l’ha fotografato mentre si destreggiava tra farina, mozzarella e pummarola accanto al cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin.

«Nessuno nasce delinquente»
«Vengo da una famiglia povera», racconta Enzo, «da ragazzino ho imparato il mestiere presto e poi ho aperto la pizzeria. Aiuto chi posso. Oggi sono la persona più felice del mondo perché accanto a me c’è il Papa».
Mastro Enzo è da anni in prima fila per «dare una mano», come dice lui, cercando di strappare alla camorra gli scugnizzi cresciuti tra i vicoli dolenti e sfaldati di Napoli dove si gioca a diventare boss galleggiando tra i marosi della criminalità e la sottocultura della “sopravvivenza”. Anche in questo caso Enzo ha trovato un ottimo alleato: don Luigi Merola, l’ex parroco di Forcella finito sotto scorta per le minacce dei boss e ora cappellano alla Stazione Centrale e presidente della fondazione ’A voce d’e creature, che è anche il titolo di un libro scritto a quattro mani con lo scrittore Marcello D’Orta. Insieme, Enzo e don Luigi, hanno tirato su una scuola, il laboratorio di arti bianche, per insegnare il mestiere di pizzaioli ai ragazzi sottratti della strada, cacciati dalla scuola o con i genitori in carcere. «Nessun ragazzo nasce delinquente», dice don Luigi, «noi vogliamo dare voce a queste creature dandogli un lavoro. Enzo è un esempio, si è offerto di tenere gratis un corso per imparare a fare la pizza napoletana, che a pagarlo costerebbe tremila euro, offrendo un’opportunità concreta a questi ragazzi».
Enzo a fine lezione li prende e li porta con lui alla Stazione Centrale e nei quartieri malfamati per offrire una pizza calda a senzatetto e barboni. «È la Napoli che impara un mestiere per non delinquere e distribuisce qualcosa ai poveri», gongola Enzo.  

Pure i luoghi contano, a Napoli. Il laboratorio è stato costruito dove prima c’era la gabbia di Simba, il leone africano che il boss della camorra Raffaele Brancaccio, detto Bambù, teneva come guardia personale nella sua villona rosa confetto sopra Capodichino poi confiscata dallo Stato, data al Comune nel 2007 e ora sede della Fondazione che segue circa duecento ragazzi. «Prima c’erano i ruggiti del leone, adesso al massimo si sentono le urla dei ragazzini. Eppure», dice amaro don Luigi, «c’è qualche vicino che si lamenta. Adesso non in passato». Enzo, ormai, è un missionario della pizza. «No», scherza don Luigi, «è il boss della pizza che insegna i segreti del mestiere ai futuri boss della pizza napoletani. Ha una fede immensa». Un segno buono, come ce ne sono tanti, in questa città di grandezze e di miserie, di nobiltà e di abiezioni. Lui sorride contento: «Al Papa l’ho detto subito: “Santità quando ha bisogno mi chiama e io arrivo subito a Roma».