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martedì 20 agosto 2019
 
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Il pub dove Dio fa rima con birra

30/05/2019  Otto volte l’anno centinaia di ragazzi si ritrovano al Friar di via Montecassino, un pub sorto nell’ex filanda di un convento, per parlare di Dio insieme ai frati francescani

«La birra è la prova che Dio ci ama e vuole che siamo felici» scrivono, citando Benjamin Franklin, i ragazzi del Friar Pub. La loro sembrerebbe un’esagerazione se questo locale, sorto nell’ex filanda del convento quattrocentesco di Santa Maria delle Grazie di Monza, non fosse una costola ben radicata del progetto di pastorale giovanile ideato dai Frati francescani del nord Italia.

Otto volte all’anno centinaia di ragazzi dai 18 ai 35 anni si ritrovano al Friar di via Montecassino per gustare le birre che prendono il nome da un altro convento monzese, quello del Carrobiolo, e partecipare a una serata a tema. Le porte del pub aprono una volta al mese (a eccezione della Quaresima), ogni serata dura dalle 21,30 a mezzanotte e la consumazione è a offerta libera. Si comincia spiegando a tutti come funziona: qual è il tema della serata, in cosa consistono i laboratori proposti e dov’è il banco della birra. Prima di tornare a casa tutto si ferma per una catechesi di tre minuti in cui riprendere il concetto della serata e dare un messaggio cristiano.

A spillare birra e coordinare l’iniziativa ci pensa fra Ivano Paccagnella, 35 anni, originario di Padova, arrivato in città nel 2016 insieme ad altri tre frati come responsabile della pastorale giovanile e vocazionale dei Frati minori del nord Italia. «Quando sono approdato a Monza», ci spiega, «ho ripreso l’idea del pub avuta da chi mi aveva preceduto e l’ho riproposta grazie all’aiuto di un’équipe di giovani».

Nel tempo libero dalle loro professioni (c’è un educatore, un medico anestesista, tre ingegneri, un architetto, una fisioterapista, un elettricista e due architetti) questi giovani dai 23 ai 37 anni verificano l’incontro precedente e inventano un’altra serata che ha titolo, allestimento e laboratori specifici. «La prima nel 2017», spiega Lorenzo Ravenna, educatore di 34 anni presso un centro autismo e fin dall’inizio impegnato nel Friar, «l’abbiamo dedicata al gusto, perciò abbiamo proposto un minicorso di degustazione di birra. L’anno scorso invece abbiamo creato un muro con dei varchi attraverso i quali i ragazzi dovevano passare rispettando regole che li obbligavano alla collaborazione. Un’altra volta con catene di luci che ricordavano un filo spinato abbiamo organizzato un percorso lungo il quale raccontare il dramma dei migranti. La prossima serata sarà sulla favola».

Niente è lasciato al caso al Friar, nemmeno gli arredi. Sotto le volte a botte del soffitto, fanno da tavoli bobine dell’antica filanda che, con la loro forma rotonda, facilitano il dialogo. Alcune le ha realizzate un gruppo di ragazzi con disabilità, mentre il bancone del pub è stato costruito con legno di riciclo da apprendisti falegnami provenienti da un centro di educazione al lavoro.

A chi ancora si sta chiedendo se si può usare la birra come proposta pastorale Ivano risponde che «anche i frati francescani dell’antichità stavano intorno al fuoco e si scaldavano con la birra». E aggiunge: «In origine il pub era un luogo d’incontro. La nostra idea era proprio creare un posto sano dove la gente si può conoscere con tranquillità».

Al frate danno ragione i numeri visto che, ogni volta che apre, il Friar accoglie almeno 120 persone, di cui più della metà sono nuove conoscenze. «Una sera», ricorda Ivano, «abbiamo toccato quota 190 e abbiamo capito che dovevamo organizzarci meglio: oggi i ragazzi si prenotano attraverso un’app».

INSIEME CON SEMPLICITÀ

 I giovani vengono dalla Brianza, da Milano e Lecco ma anche da Trieste, Trento, Vicenza, Verona, Genova e Padova. Proprio nella città veneta abita il ventottenne Pietro Rebersan, spesso in zona perché dottorando in Ingegneria meccanica al Politecnico di Milano: «Al Friar», dice, «sono stato solo una volta. Mi ha subito colpito il clima semplice che ti fa sentire a casa, a differenza di un locale qualsiasi. Chi non crede all’inizio si sente un pesce fuor d’acqua ma la semplicità sgretola il primo impatto».

Già, perché in generale gli avventori conoscono i frati, anche se questo non è affatto un requisito per partecipare. Il bello del pub è proprio poter dialogare senza pregiudizi: lo dimostra il fatto che il Friar Pub ha avvicinato almeno una decina di ragazzi che non frequentavano la Chiesa. «Al successo del locale», conferma Lorenzo, «contribuisce la birra del Carrobiolo, che ha un nome, ma il Friar funziona soprattutto con il passaparola. I ragazzi sono disposti a passare il tempo in modo diverso e a sperimentare. Noi curiamo le serate nel dettaglio, chiacchieriamo con i ragazzi e c’interessa conoscerli veramente. Questo tipo di accoglienza è vincente, ancora più della birra».

Foto di Francesco Locati

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